‘Diavoli’, Patrick Dempsey: «Il lato umano di professionisti che lottano per il successo»

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Dal 22 aprile su Sky Atlantic la seconda stagione del financial thriller ‘Diavoli’: l’attore Patrick Dempsey racconta l’evoluzione di Dominic Morgan.
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Nella seconda stagione di Diavoli Alessandro Borghi e Patrick Dempsey tornano a vestire i panni, rispettivamente, di Massimo Ruggero e Dominic Morgan. Al via il 22 aprile su Sky Atlantic e in streaming su NOW (disponibile on demand su Sky), gli otto nuovi episodi proseguono nel racconto ispirato al best seller di Guido Maria Brera in cui potere, successo e drammi personali si intrecciano nel mondo dell’alta finanza.

“Dominic è un sistema particolare, ha uno scopo che cambia e ha bisogno di alleati per i suoi obiettivi”, spiega l’attore statunitense. “Per lui è importante che l’ordine rispetti la mentalità occidentale. […] Come poi arriva all’obiettivo dipende dagli alleati che ha, non c’è bene o male. Quando si parla dei diavoli, pensiamo ai politici: fanno paura nelle campagne elettorali, continuano a cambiare cosa sia bene e cosa sia male oggi. Quindi, il concetto di bene e male dipende dalla prospettiva che decidiamo di adottare”.

Patrick Demspey Diavoli
Foto di Elena Di Vincenzo

“Tutti abbiamo lavorato insieme, uniti – continua Patrick Demspey a proposito dell’esperienza sul set di Diavoli. “Abbiamo usato il testo scritto per far sviluppare la storia con personaggi tondi nella loro pienezza. E abbiamo cercato di sciogliere la densità del linguaggio strettamente finanziario , in questo processo c’è la gioia della creazione. È stato un periodo di grande intensità, tra l’altro in un momento in cui eravamo isolati per il Covid. Ho fatto esperienza vivida di questi cambiamenti profondi,  perché il mondo che conoscevamo prima non esisteva più”.

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Dominic e Massimo a confronto

In Diavoli II, Dempsey incontra di nuovo Alessandro Borghi, per il quale non risparmia parole di stima e affetto. “È un grande piacere lavorare con Alessandro, il rispetto e la chimica reciproci sono stati immediati. Ha grande intelligenza e cuore, una connessione che è stata alla base del nostro rapporto. E devo dire grazie anche a tutti i personaggi del cast e alla chimica che si è creata: è il motivo per il quale la serie ha avuto successo. Poi c’è la storia scritta da Guido Maria Brera che è fantastica, incredibile: scoprendo tutto il materiale è emerso che ha uno stile che non ha eguali al mondo”.

“Abbiamo cercato insieme di impersonare le parole scritte sulla carta – spiega Dempsey – Il contributo di tutti è stato fondamentale anche per raccontare il lato umano di questi professionisti: sono persone reali che lottano per raggiungere il successo e si confrontano con i compromessi che sono costretti a fare”.

Sul rapporto quasi genitore e figlio tra il personaggio di Dominic e quello di Massimo, lo statunitense svelta. “Da genitori la cosa più difficile è accettare che un figlio sbagli; eppure deve permetterlo perché il figlio cresca, sono lezioni di umiltà e sono insegnamenti. Questo è ciò che sta alla base del rapporto e in questi personaggi ci sono dei drammi profondi. È il racconto di un amore duro e crudo che ha a che vedere con la sfida della genitorialità, ovvero permettere a un figlio di fallire ma essere presente e tendergli la mano nel momento in cui succede”.

Dalla serie tv alla realtà

La riflessione di Patrick Dempsey si allarga, quindi, alla vita fuori dal set e al quadro internazionale. “Guardando alla situazione mondiale, a quanto sta accadendo in Ucraina, le conseguenze economiche saranno profonde anche in Europa e negli USA. La storia insegna che le società fioriscono e crollano, e noi ora stiamo precipitando e dobbiamo porci una domanda: siamo in tempo a riparare agli errori che abbiamo fatto? Questa storia è stata davvero molto importante e personale per me, abbiamo lavorato su quale fosse l’atteggiamento migliore nei confronti di tutti, mettendo da parte l’ego”.

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“Il miglior in vestimento che abbia mai fatto? La terra”, afferma sicuro Dempsey. “Dovremmo tornare alla terra, abbiamo bisogno di essere globali ma di svilupparci localmente, a chilometro. Zero. Come possiamo sfamare il mondo, oggi, aiutare chi ha bisogno? In USA quello che mi preoccupa è il continuo desiderio di costruire e allontanarci dalla terra ma non possiamo continuare a costruire perché questo pianeta a un certo punto non ce la farà più e dobbiamo pensare anche ai nostri figli, ai nostri nipoti”.

Foto di Elena Di Vincenzo

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