Da giugno a ottobre 158 appuntamenti attraversano Venezia, Mestre e Marghera: al centro tempo, ascolto, identità e nuove geografie della scena contemporanea

La Biennale di Venezia 2026 affida alle arti dal vivo un programma ampio, stratificato e dichiaratamente internazionale: 158 appuntamenti per 470 artisti provenienti da 48 Paesi, in un percorso che dal 7 giugno al 24 ottobre mette in dialogo teatro, danza e musica contemporanea. Una visione unitaria che legge i tre linguaggi come forme della presenza, del tempo e della relazione.

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L’appuntamento prende il via il 7 giugno con il 54. Festival Internazionale del Teatro, diretto da Willem Dafoe, in scena fino al 21 giugno. Si prosegue dal 17 luglio all’1 agosto con il 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, guidato da Sir Wayne McGregor. Infine, dal 10 al 24 ottobre, sarà la volta del 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, sotto la direzione di Caterina Barbieri.

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A tenere insieme i tre percorsi è la riflessione proposta dal presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, che individua nel “qui e ora” il nucleo comune delle arti performative. Danza, musica e teatro, scrive, “si manifestano nel tempo e nella presenza”, determinandosi nella relazione immediata tra artista e pubblico. Da qui anche i titoli scelti dai tre direttori — Time Does Not Exist, A Child of Sound e Alter Native — che non sono soltanto etichette di programma, ma veri orientamenti di ricerca sul modo in cui oggi stiamo al mondo.

Dal Mediterraneo alla Lapponia, il progetto dinamico della Biennale

Il dato quantitativo è rilevante, ma non basta a spiegare il senso di questa edizione. A colpire è soprattutto la geografia culturale del progetto: dall’Italia e dalle sponde del Mediterraneo alla Lapponia, dal Sudafrica alle regioni del Daliangshan cinese, fino al Sud-est asiatico, al Giappone, a Samoa e alla Nuova Zelanda. È una Biennale che prova a restituire la complessità del presente attraverso scene, corpi e suoni provenienti da contesti molto diversi, senza appiattirli in un linguaggio unico.

Accanto agli artisti affermati si muove la comunità di Biennale College, che continua a rappresentare uno degli assi strategici del progetto. Quest’anno sono arrivate 1.841 domande di partecipazione da 48 Paesi per i bandi dedicati a registi, drammaturghi, attori, coreografi, danzatori, compositori, sound artist e performer musicali. Il dato segnala non solo l’attrattività internazionale della Biennale, ma anche il suo ruolo come luogo di formazione, produzione e sviluppo di progetti a lungo termine. Non solo vetrina, dunque, ma osservatorio concreto sull’evoluzione della regia, della coreografia, della drammaturgia e della scrittura musicale.

Teatro: Dafoe tra radici, alterità e nuove appartenenze

Biennale 2026, Il 54. Festival Internazionale del Teatro porterà a Venezia oltre 200 artisti per 55 appuntamenti, con 11 produzioni e coproduzioni, 10 prime assolute, 2 prime europee e 4 italiane. Il titolo scelto da Willem Dafoe, Alter Native, gioca apertamente su più livelli: alter come cambiamento o alterità, native come natura originaria o cultura di provenienza. È una formula volutamente mobile, che consente di leggere il teatro come luogo di trasformazione e di attraversamento delle identità.

Il programma attraversa continenti, alfabeti scenici e tradizioni differenti. Dalla Grecia arriva Cries di Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis, concerto-spettacolo ispirato al pensiero del rifugiato, a Ecuba e ai temi dello sradicamento e della migrazione. Il giovane regista greco-albanese Mario Banushi, Leone d’argento, presenta la trilogia Romance familiale. Ragada, Good Bye Lindita, Taverna Miresia, paesaggio della memoria costruito per immagini sospese tra sogno e realtà.

Dal Giappone giunge Satoshi Miyagi con Mugen Noh Othello, rilettura di Shakespeare attraverso il rituale del teatro Mugen-Noh, mentre dal Sud-est asiatico la compagnia Bumi Purnati Indonesia porta due lavori ispirati alla memoria, alla spiritualità e alla tradizione performativa legata al Silat, patrimonio immateriale dell’umanità.

Nel programma trovano spazio anche Sharmila Biswas con la danza classica indiana Odissi, Lemi Ponifasio con una nuova opera ispirata alla cosmologia del popolo Yi del Daliangshan, e Dorcy Rugamba, che presenta per la prima volta in Italia Hewa Rwanda – Letter to the Absent, testimonianza sul genocidio dei Tutsi del 1994. Ci sarà anche Angélique Kidjo, in concerto in duo con Thierry Vaton.

Il versante italiano è segnato dalla presenza di Emma Dante, Leone d’oro alla carriera, che presenterà in prima assoluta I fantasmi di Basile, e da Davide Iodice con Promemoria, lavoro nato dal confronto con gli anziani residenti nelle strutture di accoglienza veneziane. Attorno a questi spettacoli si sviluppa tutto il sistema del College, con giovani registi e drammaturghi under 30, un nuovo college per attori e progetti con accademie e scuole di teatro.

Danza: il tempo come esperienza del corpo

Dal 17 luglio all’1 agosto, il festival diretto da Wayne McGregor si muove attorno all’idea che “il tempo non esiste”, dichiarazione che richiama apertamente le riflessioni del fisico Carlo Rovelli. La danza, per McGregor, è il linguaggio capace di indagare più radicalmente la complessità del tempo attraverso il corpo, la memoria, l’identità e l’esistenza.

Saranno a Venezia 140 artisti per oltre 60 appuntamenti, con un programma tutto di novità: 9 prime assolute, 3 prime europee e 8 prime italiane. Anche qui il respiro è globale. I Leoni della Biennale Danza 2026 sono il Bangarra Dance Theatre, Leone d’oro alla carriera, prima formazione interamente composta da danzatori aborigeni australiani, e Mamela Nyamza, Leone d’argento. Entrambi debuttano a Venezia con prime europee che intrecciano corpo, terra, vulnerabilità e controllo.

Tra i nomi più attesi c’è Emanuel Gat, con Five Days in the Sun sulla Quinta di Mahler, e il dialogo tra Eiko Otake e Wen Hui in What is War, riflessione sul corpo come archivio della guerra e della memoria collettiva. La dimensione storica e politica attraversa anche Láhppon/Lost di Elle Sofe Sara, radicato nella cultura Sami, e il lavoro di Soa Ratsifandrihana, che mette in relazione diaspora, storia e corpi.

La danza come gesto comunitario e politico emerge in Dance People di Omar Rajeh, che trasforma il teatro in uno spazio condiviso in cui lo spettatore non resta esterno all’evento ma ne diventa parte. Accanto ai nomi internazionali, trovano spazio Andrea Salustri, vincitore del bando nazionale, Oli Mathiesen, vincitore del bando internazionale, e una costellazione di autori che attraversano danza, teatro visivo, acrobazia, magia contemporanea e performance.

Il festival segna anche i 20 anni della Biennale Danza con la mostra Life Lines, realizzata con l’Archivio Storico della Biennale – ASAC, a testimonianza di una linea curatoriale che non separa il presente dalla memoria dei linguaggi.

Musica: l’ascolto come origine

Il 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, in programma dal 10 al 24 ottobre, è affidato a Caterina Barbieri, che sceglie il titolo A Child of Sound. La sua idea è chiara: la musica come ritorno a uno stato originario di ascolto, libero da aspettative e convenzioni, capace di ricondurre l’esperienza artistica a una forma primigenia di apertura.

Ad oggi sono annunciati 130 artisti per oltre 40 appuntamenti, con 23 novità, di cui 18 in prima assoluta. Il programma mescola tradizione, ricerca, elettronica, coralità, sperimentazione e pratiche rituali. Tra i momenti di maggiore richiamo c’è la prima esecuzione assoluta di Musica per una fine di Ennio Morricone, lavoro inedito pubblicato postumo e costruito attorno a una poesia di Pier Paolo Pasolini, all’interno di un programma del Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista.

Tra le figure di primo piano compare Sarah Davachi, Leone d’argento, presente sia con una nuova commissione sia come interprete. In prima assoluta sarà presentata anche l’opera transculturale In the Threshold of Your Love, che mette in dialogo Lyra Pramuk e Mohammad Reza Mortazavi, con la partecipazione del polistrumentista egiziano Islam El-Ghazouly.

La Biennale Musica attraversa vocalità sacre e sperimentali, ensemble storici e scene periferiche: dai Tallis Scholars a Clarissa Connelly, dall’orchestra sperimentale francese ONCEIM al gruppo egiziano Mazaher, custode della tradizione dello zār, fino alla scena elettronica Singeli della Tanzania con Dj Travella, Pili Pili e Jay Mitta. E ancora: la serata lisbonese con Nídia, Dj Firmiza e Helviofox, i concerti di Walter Zanetti, il lavoro su chitarra ed elettronica di ML Buch e Gigi Masin, le nuove voci del minimalismo sintetico italiano come Marta De Pascalis e Grand River.

Tra i maestri e le figure di culto figurano Laraaji, con performance e workshop di risata meditativa, e Keiji Haino, Leone d’oro alla carriera, che si esibirà in un concerto site-specific e presenterà un documentario sulla propria carriera. La parte più clubbing del festival troverà ancora spazio a Forte Marghera, con artisti come Dj Nobu, Carrier, Loidis e Livwutang.

Una Biennale diffusa, formativa e sempre più territoriale

Anche sul piano degli spazi, la Biennale 2026 conferma una logica diffusa. I festival coinvolgeranno l’Arsenale, Ca’ Giustinian, i teatri Malibran e Goldoni, ma anche luoghi meno convenzionali come il Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio Maggiore, il Centro Servizi di San Giobbe, Forte Marghera e il Parco Albanese di Mestre. Venezia, Mestre e Marghera entrano così in una stessa mappa culturale.

Resta forte anche l’impegno educational: workshop, open class, attività interdisciplinari e iniziative per università, scuole, famiglie e pubblico generico, in continuità con un lavoro che in vent’anni ha coinvolto oltre 68.000 persone. A questo si aggiungono il podcast ufficiale Biennale on Air, il documentario Rai 5 Willem Dafoe. Autobiografia dell’avanguardia, i cataloghi dedicati ai tre settori e la prosecuzione del percorso della Biennale sul fronte della sostenibilità ambientale.

Oltre il cartellone

Sotto la massa dei numeri e la ricchezza del programma, la Biennale 2026 propone in fondo una tesi semplice ma ambiziosa: le arti dal vivo restano uno degli strumenti più forti per ripensare la percezione del reale. Teatro, danza e musica, pur mantenendo ciascuno il proprio codice, vengono presentati come forme in ascolto reciproco.

È nella relazione che il progetto trova la sua forza, non nella sola vetrina internazionale, ma nella possibilità di costruire uno spazio in cui il presente venga interrogato attraverso corpi, suoni, memorie, conflitti, appartenenze. In tempi di identità irrigidite e linguaggi spesso chiusi in compartimenti stagni, la Biennale 2026 prova a rimettere in scena un’idea più mobile e più viva della cultura. E, per una volta, non sembra affatto un esercizio di maniera.

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