Durante la presentazione del programma espositivo 2026, il direttore del Museo del Prado Miguel Falomir ha chiarito la nuova linea: «Il successo può far collassare un museo».

Non è uno slogan né una provocazione. Le parole di Miguel Falomir arrivano in un contesto preciso e istituzionale: la conferenza stampa di presentazione del programma espositivo 2026 del Museo del Prado. È lì, davanti ai giornalisti, che il direttore del museo madrileno ha messo un punto fermo a una narrazione dominante nel mondo culturale degli ultimi vent’anni.

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«Il Prado non ha bisogno di un solo visitatore in più. – ha dichiarato il Direttore del Museo – Ci sentiamo a nostro agio con 3,5 milioni. Un museo può collassare a causa del suo stesso successo».

Le dichiarazioni, riportate inizialmente dal Times of London e riprese da The Guardian e ArtNews, arrivano dopo un dato record: 3.513.402 visitatori nel 2025, il numero più alto mai registrato dal museo. Un risultato che in molti avrebbero celebrato come un traguardo, ma che Falomir ha invece letto come un segnale d’allarme.

Il contesto: musei sempre più grandi, ma anche più fragili

Nel nuovo millennio, i grandi musei internazionali hanno seguito una traiettoria comune: espandersi. Il Metropolitan Museum of Art, il MoMA di New York, il LACMA di Los Angeles, fino allo stesso Museo del Louvre, hanno investito in ampliamenti e riconfigurazioni per accogliere flussi sempre più massicci.

Il Prado ha seguito quella logica nel 2007, quando un’importante espansione ne ha aumentato la superficie di oltre il 50%, con l’obiettivo dichiarato di incrementare la capacità di accoglienza. Oggi, quasi vent’anni dopo, quella strategia viene apertamente rimessa in discussione.

Il motivo è strutturale. Con circa 44.000 metri quadrati complessivi, il Prado resta un museo relativamente compatto se confrontato con il Louvre, che supera i 240.000 metri quadrati. E proprio questa differenza rende più evidente il rischio di sovraffollamento interno, soprattutto intorno alle opere più iconiche.

Le opere simbolo e il nodo della circolazione

Il problema non è tanto il numero totale di ingressi, quanto la concentrazione dei visitatori davanti a capolavori come Las Meninas di Diego Velázquez o Il Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch. Sale congestionate, permanenza ridotta, esperienza compressa: una dinamica che Falomir ha indicato come prioritaria da risolvere.

«Non può essere come prendere la metro all’ora di punta. – ha detto, usando una metafora volutamente quotidiana – Un museo non si giudica dal numero di biglietti venduti, ma dalla qualità della visita».

Il modello Louvre come avvertimento

Il riferimento al Louvre non è teorico. Nel 2024 il museo parigino ha registrato 8,7 milioni di visitatori, ma la sua stessa direttrice, Laurence des Cars, ha definito la visita «una prova fisica», denunciando carenze nei servizi, nella segnaletica e negli spazi di sosta. Un caso emblematico di come il successo possa trasformarsi in fragilità strutturale. È esattamente questo scenario che il Prado intende evitare, scegliendo una strada opposta rispetto alla corsa ai numeri.

Dal record al ripensamento

Alla base della nuova strategia — illustrata durante la presentazione del programma 2026 — c’è un principio chiaro: la crescita non è più una priorità. Il museo sta lavorando su ottimizzazione degli ingressi, riduzione delle dimensioni dei gruppi, maggiore controllo del flusso interno e applicazione più rigorosa del divieto di fotografare.

Un altro dato pesa nel ragionamento: circa il 65% dei visitatori del Prado è straniero. Falomir ha espresso il desiderio di riequilibrare il pubblico, riportando più cittadini spagnoli a frequentare quello che ha definito «uno dei più grandi patrimoni culturali del paese».

Una scelta politica e culturale

Mentre il Prado si prepara a un 2026 ricco di mostre — dal Gotico mediterraneo al Rinascimento tedesco, fino a progetti che dialogano con la contemporaneità — la notizia più rilevante non è il calendario, ma la visione che lo accompagna.

In un sistema culturale che misura il valore quasi esclusivamente in termini di affluenza, il Prado lancia un messaggio controcorrente: fermarsi può essere una forma di responsabilità. E forse, proprio in questa scelta, sta la differenza tra un museo di successo e un museo che resiste nel tempo.

Foto: Shutterstock

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