Tra tradizione e sperimentazione, il chitarrista Gian Marco Ciampa racconta ‘Nuna’, il nuovo EP che mette in dialogo chitarra classica, elettronica e minimalismo, esplorando il rapporto tra musica, paesaggio e identità contemporanea.

Nella musica classica contemporanea, il confine tra interpretazione e ricerca spesso sfuma. È lì che si muove Gian Marco Ciampa, chitarrista tra i più interessanti della sua generazione, capace di attraversare repertori e linguaggi senza perdere identità. Il suo nuovo EP, Nuna — in uscita il 27 marzo — nasce proprio da questo punto di tensione: un lavoro che mette in dialogo la tradizione della chitarra classica con minimalismo, elettronica e atmosfere cinematiche, avvicinandosi tanto ad Arvo Pärt quanto a Jon Hopkins.

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Nuna, parola islandese che significa ora, è prima di tutto una presa di posizione: un fermo immagine su un passaggio personale e artistico. Un progetto che guarda dentro, ma che si apre anche a una dimensione più ampia, fatta di paesaggio, silenzio e ascolto. Ad anticiparlo, il videoclip di Small Memory, girato nella Piana di Castelluccio di Norcia: uno spazio sospeso e quasi metafisico, che diventa parte integrante della narrazione sonora.

Ne abbiamo parlato con Gian Marco Ciampa.

Nuna, una parola islandese con un significato ben preciso: cosa ci dice il titolo dell’intero lavoro?
«Nuna in islandese significa ora. Non solo nel senso del tempo che scorre, ma anche come spazio interiore, come luogo mentale in cui ci si trova in un determinato momento della propria vita. Ho scelto questo titolo perché questo progetto nasce proprio dall’esigenza di fermarmi e fotografare un passaggio: un momento della mia evoluzione personale e artistica. È come una piccola istantanea sonora di dove mi trovo adesso, musicalmente ed emotivamente».

A proposito di suggestioni, e prima di inoltrarci nel progetto, sia la cover che il video di lancio Small Memory hanno come sfondo la Piana di Castelluccio di Norcia. Cosa rappresenta per te questo paesaggio e come dialoga con Nuna?
«La Piana di Castelluccio è un luogo che per me ha qualcosa di quasi metafisico. In inverno diventa uno spazio essenziale, silenzioso, quasi sospeso: neve, vento, orizzonte. Passo ogni Natale qui da quando sono bambino e quindi sono molto legato a questo posto. Mi sembrava il contesto perfetto per raccontare NUNA, perché è un paesaggio che ti costringe ad ascoltare. Non solo la musica, ma anche il silenzio intorno. In qualche modo la natura diventa parte dell’esecuzione e diventa il teatro naturale perfetto per l’ascolto: tutto dialoga con la musica».

Small Memory vede la collaborazione con BRAIL. Cosa puoi dirci di questa collaborazione?
«Con BRAIL c’è un rapporto che va molto oltre la collaborazione artistica. Ci conosciamo praticamente da sempre, siamo cresciuti insieme, abbiamo cominciato a fare musica insieme sin da bambini e negli anni abbiamo sviluppato una sensibilità musicale molto affine, avendo avuto anche una band insieme per più di dieci anni. In Small Memory la sua elettronica non è un semplice accompagnamento, ma una dimensione che avvolge la chitarra e la porta in uno spazio sonoro più ampio, quasi cinematografico. È stato molto naturale lavorare insieme perché c’è una fiducia reciproca molto profonda».

A proposito di BRAIL, come cambia il modo di pensare la chitarra quando entra in relazione con l’elettronica?
«Cambia molto, perché la chitarra smette di essere solo uno strumento solista e diventa parte di un paesaggio sonoro. Con l’elettronica inizi a pensare al suono in termini di atmosfera, di spazio, di profondità. Anche il silenzio diventa più importante. In un certo senso ho cercato di suonare meno, ma ascoltare di più quello che succede intorno alla chitarra».

Cosa puoi dirci degli appuntamenti live e degli artisti che ti accompagneranno: Roberto Angelini, lo stesso BRAIL e Francesco Taskayali?
«Sono molto felice di condividere il palco con artisti che hanno un linguaggio molto personale ma che, in modi diversi, si muovono nello stesso territorio emotivo di NUNA. Con BRAIL porteremo dal vivo la dimensione più elettronica del progetto, mentre con artisti come Angelini e Taskayali si crea un dialogo molto interessante tra strumenti, scrittura e sensibilità diverse. Più che un semplice concerto, mi piace pensarlo come uno spazio di incontro tra mondi musicali che si sfiorano».

Più in generale, in questo lavoro la chitarra classica incontra minimalismo, elettronica e atmosfere cinematiche. Quando hai iniziato a sentire il bisogno di portare il tuo strumento fuori dal repertorio tradizionale?
«In realtà è qualcosa che è nato molto gradualmente. Io vengo da una formazione molto legata alla tradizione della chitarra classica, che continuo ad amare profondamente e che ovviamente prende la più grande fetta del mio lavoro artistico. Ma parallelamente ho sempre ascoltato molta musica diversa: minimalismo, elettronica, ambient. Un paio di anni fa alcune vicende personali mi hanno portato a riflettere molto su me stesso e a rimettere in gioco tutto ed è lì che ho sentito nascere il desiderio di far dialogare questi mondi senza rinunciare all’identità della chitarra classica. Non si tratta di uscire dal repertorio, ma di allargare lo spazio in cui lo strumento può esistere».

Nell’EP dialoghi idealmente con compositori molto diversi tra loro, da Arvo Pärt a Jon Hopkins. C’è un filo invisibile che lega queste sensibilità musicali nel tuo immaginario?
«Sì, credo che il filo sia una certa idea di essenzialità. Sono autori molto diversi, ma tutti hanno una relazione molto forte con il tempo rarefatto, con il silenzio e con la ripetizione come elemento espressivo. Che si tratti di Pärt o di Jon Hopkins, c’è sempre una dimensione quasi contemplativa della musica. Quando si ha a che fare con questi autori cambia il modo di ascoltare, ci si immerge completamente nelle atmosfere minimaliste».

Sei un interprete proveniente dalla grande tradizione della chitarra classica, ma molto attivo anche sui social e nei nuovi linguaggi. Secondo te cosa manca oggi alla musica classica per dialogare davvero con le nuove generazioni?
«Credo che non manchi tanto qualcosa nella musica in sé, perché il repertorio classico ha una profondità incredibile. Forse a volte manca il modo di raccontarla. Le nuove generazioni sono abituate a vivere la musica in modo più diretto, più visivo, più immediato. Penso che il nostro compito sia trovare nuove forme di narrazione senza perdere l’autenticità. Non si tratta di semplificare la musica classica, ma di creare contesti in cui possa essere vissuta come qualcosa di vivo, presente».

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