Rocco Hunt fa la sua ‘Rivoluzione’: «Indosso con fierezza le mie cicatrici»

Dopo l’album ‘Libertà’, Rocco Hunt torna con il progetto ‘Rivoluzione’ che raccoglie l’anima pop e “il lato più oscuro” dell’artista campano.
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Perché scegliere una sola via se la vita ti ha portato a percorrere diverse strade, e lungo tutte hai raccolto frutti? La ‘Rivoluzione’ – artistica e personale – di Rocco Hunt è anche questo, non dover rinunciare a nulla nella musica per dimostrare sopratutto ai detrattori di avercela fatta. Il rap e il pop, la melodia italiana e il reggaeton, gli accenti latini e lo spirito partenopeo.

Questi gli elementi che confluiscono nel quinto album in studio del rapper, disponibile dal 5 novembre. Dopo essersi “tolto qualche sassolino dalla scarpa – ci confessa il salernitano – c’era quella rabbia giusta che fa esplodere la voglia di farmi sentire”. Così a ‘Libertà’ non poteva che seguire ‘Rivoluzione’, quindici tracce tra densità e spensieratezza.

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“Sono stati due anni difficili – ci spiega Rocco Hunt – ma non mi sono abbattuto e lo dimostrano i miei singoli estivi. Ho creduto fortemente nel ritorno alla vita. Vengo da un momento in cui i miei fan, che mi perdonano sempre i brani più pop, mi chiedevano di tornare ad ascoltare anche il rap. Insomma, pure l’orgoglio rap vuole farsi sentire”.

 
 
 
 
 
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“Questo album raccoglie tutto questo – continua l’artista – ‘Rivoluzione’ è un album figlio della quarantena visto che la maggior parte dei pezzi sono stati scritti in lockdown. Il concept del disco è cercare di spezzare l’immaginario precedente a cui ero legato. E lo faccio mettendo a nudo me stesso con quei sentimenti che nei singoli non trovano spazio”.

“Io alterno sempre l’essere pop all’atteggiamento più street e urban; in questo lavoro ci sono tutte le mie anime. Per me rivoluzione è questo: essere mainstream non solo per il pop, che non rinnego affatto, ma anche svelando il mio dark side”.

Nelle quindici nuove tracce si leggono, tra gli altri, pesi massimi quali Fabri Fibra, Gué Pequeno, Luchè, Carl Brave, Emis Killa, Boomdabash, Geolier e Ana Mena. “Aver avuto la collaborazione di Fabri Fibra mi ha lusingato in maniera particolare perché è al lavoro su un nuovo disco e non è un artista che regala featuring facilmente. Lo stesso discorso per Guè, entrambi sono padri del rap italiano, e per Luchè, Emis Killa… Sono quei feat che ti gratificano e regalano credibilità al tuo progetto”.

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Penso di essere un personaggio che incarna il riscatto e la rivalsa, al di là della sola musica”, commenta quindi il rapper riguardando il percorso affrontato. “La mia città, Salerno, non è un posto che ti offre grandi opportunità. In molte canzoni parlo di soldi ma non lo faccio come ego trip personale, è per dire che se ce l’ho fatta io – che sono stato pescivendolo, papà fa lo spazzino e mamma l casalinga –, ce la possono fa tutti. Spero di essere un esempio per i ragazzi, non solo nella musica”.

 
 
 
 
 
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“Nessuno mi ha mai regalato niente nella vita”, “Tutto quello che mi ha portato qui sono stati i sacrifici e la gavetta. Ciò che forse ora serve è una rivoluzione generale per come va l’Italia. Sono deluso perché faccio parte di un’industri che è rimasta ferma e di cui io mi ritengo fortunato. Adesso la rivoluzione è tornare a essere liberi nella vita di tutti i giorni, la rivoluzione parte dalla normalità che abbiamo perso”.

A completare il percorso del nuovo disco, un immaginario visuale che parte dalla copertina con l’opera dello street artist Jorit. “I graffi della Human Tribe che ha disegnato sul mio viso diventano le mie cicatrici”, conclude Rocco Hunt. “Sono tutti gli sforzi, i sacrifici e le esperienze anche negative di questi dieci anni di carriera. E io indosso con fierezza tutte le mie cicatrici. È un onore che abbia abbracciato il mio progetto, lui è un vero rivoluzionario”.

Foto di Fabrizio Cestari da Ufficio Stampa Parole & Dintorni