Pietro Castellitto è Toni, pittore mancato e genio della contraffazione nel nuovo film Netflix “falsamente ispirato a una storia vera”.
Arriva su Netflix il 23 gennaio Il Falsario, film diretto da Stefano Lodovichi e interpretato da Pietro Castellitto, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public. Liberamente ispirato al libro Il falsario di Stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, il film intreccia arte, cronaca e finzione, raccontando una delle figure più enigmatiche dell’Italia degli anni Settanta.
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Al centro del racconto c’è Toni, personaggio “falsamente ispirato” alla figura reale di Antonio Chichiarelli, artista e falsario vissuto nella Roma degli anni di piombo. Nella narrazione filmica, Toni arriva dalla provincia abruzzese con un unico vero bagaglio: il talento per la pittura e l’ambizione di diventare un grande artista. È un giovane carismatico, eccentrico, capace di adattarsi ai contesti. E intuire rapidamente le possibilità offerte da un ambiente complesso e contraddittorio come quello della Capitale. Ma il suo percorso creativo prende presto una deviazione inattesa.
Come racconta Lodovichi, «Toni arriva dalla provincia nel 1976. E grazie all’incontro con Donata, interpretata da Giulia Michelini, gallerista che dalla borgata si è fatta strada nella Roma bene, inizia a realizzare falsi e a capire – senza troppa resistenza – che se vuole avere successo, quella è la direzione che dovrà seguire». La pittura, da aspirazione artistica, diventa così strumento di sopravvivenza e di ascesa, trasformandosi in un esercizio di stile al servizio dell’inganno.
Arte, falsificazione e identità
Il Falsario è prima di tutto un film sull’ambiguità dell’arte e sul confine sottile tra creazione e contraffazione. Toni, infatti, non è soltanto un falsario: è un artista che cerca di imprimere il proprio segno nella Storia, oscillando tra il desiderio di riconoscimento e una fame di vita immediata e senza compromessi. Pittore, ladro, mitomane, genio: la sua identità si frammenta in una molteplicità di ruoli che riflettono un’epoca instabile e violenta.

Nel film, la pratica del falso diventa una lente attraverso cui osservare il sistema dell’arte, il potere delle immagini e il loro valore simbolico. «Arte, potere e segreti si intrecciano», sottolinea il regista, soprattutto nel momento in cui la vicenda privata di Toni si incrocia con la Grande Storia.
Perché la Roma raccontata da Il Falsario non resta sullo sfondo. È una città viva, ambigua, capace di attrarre e trattenere, descritta come «un porto e una tempesta». È la Roma degli artisti e delle gallerie, ma anche quella della mala, delle trame oscure e delle strade segnate dalla violenza politica. È qui che Toni e i suoi due amici – Fabione (Pierluigi Gigante) e Vittorio (Andrea Arcangeli) – cercano il proprio posto nel mondo, incarnando tre diverse modalità di stare nella Storia.
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Lodovichi restituisce una città stratificata, dove la bellezza decadente convive con l’ombra. E dove «la Storia segna i volti di chi la vive da generazioni, sulle pareti dagli intonaci polverosi, sfiorate dalla luce calda dei tramonti». Una Roma che diventa spazio ideale per riflettere sul rapporto tra creatività, ambizione e compromesso.
Un’estetica che dialoga con l’epoca
Anche sul piano visivo, il film lavora per ricostruire un immaginario coerente con il periodo. La regia sceglie soluzioni che richiamano il cinema degli anni Settanta: zoom, macchina a spalla, trattamento effetto pellicola e una fotografia che alterna realismo e tensione. Un linguaggio visivo che, come spiega il regista, mescola «il respiro attuale con la cura del realismo», accompagnando lo spettatore in un’esperienza immersiva.
Le musiche originali di Santi Pulvirenti dialogano con una colonna sonora d’epoca che spazia da Renato Zero a Ornella Vanoni, da Cerrone a Iggy Pop, contribuendo a definire il tono ibrido del film, sospeso tra ironia e tragedia.

Difficile incasellare Il Falsario in un solo genere. È un film storico, un racconto criminale, ma anche una riflessione sull’identità artistica e sul valore del falso in un sistema che spesso premia l’apparenza più dell’autenticità. Un’opera che guarda alla tradizione del cinema italiano – da Monicelli a Risi – filtrandola attraverso una sensibilità contemporanea.
Al centro resta Toni, figura magnetica e inafferrabile, capace di farci dubitare di averlo davvero compreso. Forse perché, come suggerisce il film, l’arte più pericolosa non è quella che mente. Ma quella che ci costringe a mettere in discussione ciò che crediamo vero.
Prodotto da Cattleya (parte di ITV Studios) e scritto da Sandro Petraglia, Il Falsario vanta un cast corale che comprende, oltre ai già citati, Aurora Giovinazzo, Fabrizio Ferracane, Mattia Carrano. Con Edoardo Pesce e Claudio Santamaria.
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Immagini Netflix