Il ritorno a Sanremo diventa occasione per riflettere sulle etichette: Sal Da Vinci rivendica la tradizione culturale partenopea e critica la riduzione culturale del termine ‘neomelodico’.
È stata un’autentica ovazione ad accogliere Sal Da Vinci sul palco del Festival di Sanremo, applaudito a scena aperta sin dalle prove e volato subito nella Top 5 parziale. Quella dell’artista napoletano è una partecipazione particolarmente attesa, non solo perché sono trascorsi più di tre lustri dall’ultima volta in gara ma anche alla luce del successo recente di Rossetto e Caffè. E con Per sempre sì, il cantautore rivendica la dignità culturale della tradizione partenopea contro certi pregiudizi che corrono in rete (e non solo).
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Sal Da Vinci a Sanremo: intervista
Dopo 17 anni torni in gara a Sanremo. Che significato ha questo ritorno?
«È un viaggio gioioso che aspettavo. Il mio primo Festival, nel 2009, fu rocambolesco: venni eliminato e poi ripescato, fino ad arrivare sul podio grazie al voto popolare. Io non mi aspetto mai nulla. Non vivo secondo la logica del do per ricevere. Do e, se arriva qualcosa, la accolgo: nel bene e nel male. Questa settimana la vivo come una festa, anche da spettatore. Mi piace osservare, ascoltare i colleghi. È una ricompensa per anni di tentativi, di combattimento, di ricerca del mio spazio».
Negli ultimi giorni si è discusso molto dell’etichetta neomelodico. Come la vivi?
«Vorrei fare una domanda: che cos’è per voi il neomelodico? Per alcuni è musica passionale, carica di sentimento. Per altri è un’etichetta che ghettizza. Io non riesco a capacitarmi del fatto che venga usata per ridurre o confinare un’identità culturale. Non esiste musica di serie A o di serie B. Il jazz è musica popolare. Il blues nasce nei campi. La salsa, come racconta la storia di Hector Lavoe nel film El Cantante con Marc Anthony e Jennifer Lopez, è frutto di contaminazioni culturali.
Io sono un cantante popolare, nel senso che appartengo al popolo. E ne sono fiero. Ho scritto e duettato con Ornella Vanoni, Renato Zero, Gaetano Curreri. Ho lavorato con Pasquale Panella, Vincenzo Incenzo, Maurizio Fabrizio e ho interpretato Roberto De Simone al Piccolo Teatro di Milano. Se dopo tutto questo devo essere definito neomelodico, allora lo sono con orgoglio. Ma non accetto che l’etichetta diventi ghettizzazione».
Ti sei sentito danneggiato da alcune polemiche?
«Non mi sento danneggiato: ho le spalle larghe, faccio questo mestiere da cinquant’anni. Le parole hanno un peso e, nell’epoca dei social, oggi, una frase può generare destabilizzazione. Alla fine chi decide è il pubblico. Se un programma fa milioni di spettatori, è quello il dato reale. Lo stesso vale per la musica: se fai stream sei qui, se non li fai sei altrove. È la società, nel bene e nel male, a decidere. La cosa fondamentale resta il confronto nel rispetto».
Il successo di Rossetto e Caffè è esploso sui social. Ti aspettavi un impatto così dirompente?
«Assolutamente no. Io mi sorprendo ancora di tutto: di un bambino che canta una mia canzone, di una persona che mi chiede una foto. Rossetto e Caffè l’ho autoprodotta. Dopo una settimana non sembrava accadere nulla. Poi sono partiti alcuni video su TikTok, e la cosa è cresciuta in modo organico, fino al disco d’oro».
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Non sapevo nemmeno come funzionassero le connessioni tra TikTok, Spotify e YouTube. È un sistema diverso rispetto a quando si faceva la fila per comprare un disco. Le sconfitte mi hanno aiutato più dei successi. Dico sempre ai ragazzi: non mollate. Le occasioni arrivano per tutti, ma bisogna farsi trovare pronti».
Che amore canti in Per sempre sì?
«Parlo del giorno più bello che si possa vivere: l’incontro con l’amore. E Per sempre sì parla di promessa: siamo bravi a promettere, meno a mantenere. La promessa è un viaggio, è responsabilità. Il “no” ti blocca. Il “ni” non serve a nulla. Il “sì” è una presa di posizione. L’amore eterno non è infatuazione. È attraversare il fuoco insieme, rialzarsi insieme. Non è uno che cade e l’altro che resta in piedi».
Qual è stato il “sì” più difficile della tua vita?
«Accettare la morte di mio padre. A quel dolore non sei mai preparato. La rassegnazione è un dono, altrimenti non ce la fai».
E il sì più felice?
«La promessa fatta a me stesso di condividere la vita con una donna. Le promesse si fanno a sé stessi prima che agli altri. Dalle mie parti si dice: È la donna che fa l’uomo. E credo sia vero».
In tempi di AI, la musica e la creatività come si difendono?
«L’intelligenza artificiale mi interroga molto. Proprio di recente mi hanno mandato una canzone generata con l’intelligenza artificiale. Ma noi siamo propulsori di creatività. L’AI può imitare una voce, generare una melodia. Ma non potrà mai riprodurre il cuore umano».
Cosa vuoi portare a Sanremo, in definitiva?
«Voglio portare la mia testimonianza. Non funiculì funiculà come stereotipo, non spaghetti e mandolino. Voglio portare tre minuti di verità. Non per entrare nella testa delle persone, ma nel cuore. Sanremo è una festa popolare della musica italiana. Io voglio essere parte di questa festa, con la mia storia e con la mia voce».
Foto Cestari da Ufficio Stampa