Il direttore del Kunsthistorisches Museum racconta il progetto di Palazzo Cipolla come un viaggio tra capolavori e collezionismo imperiale, specchio di una cultura che ha sempre superato i confini
In occasione della mostra Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum, in corso al Museo del Corso – Palazzo Cipolla fino al 5 luglio 2026, abbiamo intervistato Jonathan Fine, direttore generale della KHM Museums Association. L’esposizione riunisce oltre cinquanta opere che raccontano il ruolo degli Asburgo come protagonisti della cultura europea tra XVI e XIX secolo.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura
LEGGI ANCHE – Mostre marzo 2026 a Roma: la guida aggiornata
Un legame inedito fra Roma e Vienna
Come è nata l’idea di portare a Roma una selezione delle collezioni del Kunsthistorisches Museum?
L’idea è nata da una serie di conversazioni con partner internazionali. Quando la Fondazione Roma ha manifestato il proprio entusiasmo, tutto è andato al suo posto. Abbiamo anche scoperto un legame inaspettato tra le nostre due istituzioni: gli architetti del Kunsthistorisches Museum, Gottfried Semper e Carl Hasenauer, incrociarono più volte il percorso dell’architetto di Palazzo Cipolla. Mettiamo in evidenza questo incontro nella prima sala, che funziona quasi come un “prologo” capace di collegare Vienna e Roma attraverso il tempo.

Ancorando la mostra alla fine del XIX secolo – il momento in cui l’imperatore Francesco Giuseppe I inaugurò il Kunsthistorisches Museum – presentiamo anche l’ultimo capitolo del collezionismo asburgico. Anche dopo il 1918, le collezioni imperiali rimasero miracolosamente intatte, costituendo oggi il cuore artistico delle collezioni di una repubblica moderna. La collezione conserva ancora il carattere di una camera del tesoro europea intima e finemente curata, piuttosto che quello di una rassegna sistematica della storia dell’arte. E questo è fondamentale: il progetto è concepito come una celebrazione dell’identità culturale interconnessa dell’Europa. Vediamo come la creazione artistica abbia sempre oltrepassato i confini. Portare questi capolavori a Roma ci permette di illuminare queste radici comuni e rafforzare la consapevolezza di un’identità culturale profondamente e magnificamente europea.
Nel XVII secolo Roma era il centro del mondo barocco, mentre Vienna guardava all’Italia per costruire la propria identità culturale. La mostra rivela più un dialogo o una competizione tra queste due capitali artistiche?
Questa mostra è, prima di tutto, un dialogo – una conversazione calorosa, dinamica e profondamente europea tra due città i cui destini artistici sono intrecciati da secoli. Roma, naturalmente, si impone come centro eterno dell’arte barocca. Se fosse una competizione, Roma vincerebbe senza sforzo. Ma la mostra dimostra che Vienna non ha mai cercato di competere; al contrario, ha guardato a Roma come a un faro, attingendo all’innovazione artistica italiana per forgiare la propria identità culturale. Una mappa digitale all’interno dell’esposizione rivela l’attrazione quasi magnetica che Roma esercitava sugli artisti presentati. Vienna compare talvolta, ma è Roma a risplendere al centro di quasi ogni biografia. Il nostro progetto abbraccia l’Europa come un ecosistema culturale: maestri fiamminghi, pittori spagnoli, innovatori olandesi, artigiani dell’Europa centrale e geni italiani convergono sotto lo stesso tetto. In questo senso, la mostra non si limita a collegare Vienna e Roma — riafferma gli scambi artistici secolari che continuano a plasmare l’identità europea ancora oggi.

Il potere storico, artistico e strategico degli Asburgo
Gli Asburgo sono spesso ricordati per il loro potere politico, ma anche per aver costruito una delle più straordinarie collezioni d’arte d’Europa. La loro attività collezionistica può essere letta come una forma di autorappresentazione imperiale?
Senza alcun dubbio — sì! Per gli Asburgo, il mecenatismo artistico era inseparabile dalla strategia politica. Come le famiglie aristocratiche romane, comprendevano che l’arte poteva esprimere autorità, legittimità e continuità. Sotto Carlo V, gli Asburgo governavano un impero così vasto che “il sole non tramontava mai” su di esso. Anche dopo la separazione tra il ramo spagnolo e quello austriaco, la politica matrimoniale e le alleanze strategiche mantennero una fitta rete di scambi culturali. Dai monumentali progetti barocchi di Carlo VI a Vienna alle riforme illuminate di Maria Teresa — che aprì le collezioni al pubblico e introdusse l’istruzione obbligatoria — gli Asburgo usarono l’arte per plasmare la società. Francesco Giuseppe I promosse poi la costruzione dei grandi musei imperiali di Vienna, tra cui il Kunsthistorisches Museum. Queste istituzioni divennero simboli visibili di un impero che definiva la propria identità non solo attraverso il potere politico, ma anche attraverso il risultato culturale. Presentando questo patrimonio a Roma, illuminiamo una più ampia autocoscienza europea — fondata su valori artistici condivisi, scambio intellettuale e sulla convinzione che la cultura possa unire popoli diversi.

Se un visitatore stesse per entrare nella mostra senza sapere nulla degli Asburgo, quale opera o quale momento dell’esposizione gli suggerirebbe di cercare per primo per coglierne lo spirito?
Consiglierei a ogni visitatore che arriva da Via del Corso di soffermarsi nella prima sala. È un’introduzione delicata, ma anche una chiave per comprendere lo spirito dell’intera mostra. Qui si dispiega in modo chiaro e coinvolgente la storia del Kunsthistorisches Museum, del suo fondatore imperiale e del panorama culturale della Vienna del XIX secolo. Una mappa digitale presenta la costellazione paneuropea degli artisti che i visitatori incontreranno — un promemoria immediato del fatto che le collezioni asburgiche non sono mai state nazionali, ma profondamente internazionali. E poi c’è il nostro video generato con l’intelligenza artificiale che immagina una conversazione tra Semper, Hasenauer e Cipolla. È giocoso, ma illuminante — un ponte tra passato e presente che stabilisce il tono del percorso. Da lì, i visitatori possono immergersi nei mondi artistici del XVI e XVII secolo. Ogni dipinto, ogni oggetto della Kunstkammer ha una storia, raccontata attraverso testi sintetici e una guida audio complementare. In ogni sala si percepisce il battito di un’Europa in cui artisti, idee e mecenati attraversavano i confini con naturalezza — un’Europa la cui identità culturale condivisa risuona ancora oggi.
L’intervista con Jonathan Fine restituisce una chiave di lettura chiara: la mostra è certamente un’esposizione di capolavori, ma anche il racconto di un’Europa costruita attraverso scambi, influenze e visioni condivise. Un progetto che, partendo dagli Asburgo, invita a rileggere la storia dell’arte come una trama comune, che ancora oggi parla al presente.