Diretto da Werner Herzog e prodotto da National Geographic, arriva su Disney+ lo straordinario documentario Ghost Elephants

loading

Ci sono ricerche che possono durare tutta la vita, e poi c’è la ricerca di Steve Boyes. Esploratore, scienziato e biologo conservazionista del National Geographic, che ha trascorso gli ultimi dieci anni – letteralmente dieci anni – ad inseguire un’ombra nelle foreste dell’Angola: quella dei Ghost Elephants, gli elefanti fantasma, un leggendario e sfuggente branco di pachidermi che popolano i boschi tra Namibia e Angola. Una popolazione rimasta nascosta al mondo per decenni, sopravvissuta ad una guerra che in 27 anni di conflitto si stima abbia decimato tra i 50.000 e i 100.000 esemplari.

Il risultato di questa ricerca è Ghost Elephants, documentario diretto da Werner Herzog e prodotto da National Geographic, disponibile su Disney+. Un’opera che non solo racconta la storia di questi straordinari esemplari, ma è ancor prima un meraviglioso viaggio umano, scientifico e spirituale.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Dalla radura al cinema

«Ho trascorso tutta la vita a camminare con gli elefanti, fin da quando ero bambino» racconta Boyes nella nostra intervista. La svolta arriva nel 2025, quando decide con il suo team di spingersi alle sorgenti dell’Okavango in Angola. Un’impresa ritenuta impossibile, condotta inizialmente in segreto come se fossero semplici turisti, poi con il sostegno del governatore della provincia e persino del presidente angolano. Veicoli blindati, campi minati, sei medi di lavoro ‘solo’ per trovare un accesso alle sorgenti: il viaggio era già di per sé un’avventura.

L’esplorazione di quel paesaggio immenso è avvenuta sui fiumi. E il primo mese è stato un inseguimento nel vuoto. «Volevo solo trovare persone, ma non c’era nessuno». Ma la determinazione e la costanza di Steve Boyes nel seguire tracce, cercare impronte, lo ha portato a trovare una radura con dello sterco di elefante – e tutto è cambiato.

«Li chiamo giardini degli elefanti» spiega il biologo esploratore. Un vecchio elefante maschio aveva ripulito l’area e spezzato le cime degli alberi affinché i rami crescessero dal basso, accessibili anche ai giovani pachidermi. Un gesto di cura e seduzione: invitare i branchi riproduttivi a fermarsi in quel salotto naturale per poter interagire con loro.

Leggi anche: Mario Schifano torna a casa (e ci ricorda perché l’arte italiana non è solo Rinascimento)

Sette anni di silenzio

Seguono anni di ricerca capillare e ostinata: mountain bike, escursioni a piedi, 180 fototrappole, 100 microfoni disseminati nella foresta. «Riuscivo a sentirne l’odore, ma non riuscivo né a vederli né a sentirli.» La gente del posto, del resto, aveva già dato loro un nome: elefanti fantasma. «Ti dicono: in un giorno puoi andare e trovare lo sterco, ma devi viverci mesi se vuoi incontrarne uno».

Dopo 7 anni tutto cambia: arriva la prima fotografia. Uno scatto in bianco e nero appare sul telefono di Boyes mentre sta guidando: accosta e lo stupore e la gioia sono grandi. Si tratta di una matriarca che guarda dritto nell’obiettivo con i suoi occhi enormi, inconfondibili. «Da lì tutto si è intensificato».

The first photo of a ghost elephant captured by a motion controlled camera. The eyes glow in this night shot. (Credit: Courtesy of The Wilderness Project Archive)

Una scoperta da condividere o da proteggere?

Portare alla luce questi animali, significa anche esporli al mondo. È una responsabilità che Boyes conosce bene. Alla domanda se abbia mai avuto dubbi nel toglierli dall’oscurità risponde senza esitazione «Ci saranno sempre elefanti fantasma». L’obiettivo del film, spiega poi, non è quello di svelare un segreto, ma risvegliare qualcosa di universale. «Volevo che i luoghi selvaggi in tutto il mondo tornassero in vita con ciò che potrebbe esserci al loro interno – gli spiriti degli animali che c’erano una volta e che forse ci sono ancora. Una foresta in Italia o in Germania diventa pericolosa e viva. Ha una voce, un carattere».

Il sapere che stiamo perdendo

Ma il documentario Ghost Elephants, porta con se una riflessione ancora più profonda, che riguarda qualcosa ancora più fragile degli elefanti stessi: la conoscenza indigena. «Il patrimonio umano più a rischio oggi», ci dice Boyes, non sono gli ecosistemi ma le persone che li abitano e li conoscono. Nel film di Herzog, appare l’ultimo guaritore che pratica la danza degli elefanti e sa entrare in trance; gli ultimi tre maestri tracciatori ancora in vita. È anche grazie a loro se Steve Boyes ha avuto la possibilità di vedere i Ghost Elephants.

E il senso di urgenza si estende «Werner nel film dice: per quanto ancora la mitologia intorno agli elefanti potrà proteggerli? Se arrivassimo al punto in cui ci fosse un ultimo elefante fantasma e lo stessimo cercando, avremmo già commesso così tanti errori che sarebbe anche la nostra fine. Se perdessimo gli elefanti, ce ne andremmo con loro. Siamo connessi».

Una connessione che, nelle leggende locali, ha radici antiche. Secondo queste, l’elefante porta il nome dell’essere umano in quanto sua reincarnazione. «È potentissimo il legame angolese con quegli elefanti».

Ghost Elephants, su Disney+, arriva come invito a guardare le foreste, le nostre foreste, con occhi nuovi. Non come spettatori, ma come abitanti di un pianeta che ancora custodisce misteri.

Crediti foto@Ariel Leon Isacovitch via ufficio stampa National Geographic

Revenews