Stranger Things 5 chiude la serie tra arte e fantascienza. Un finale che parla di crescita, memoria e mito anni ’80.

Circa nove anni dopo il debutto che ha creato, mutato e definito un’intera generazione di spettatori, Stranger Things arriva al suo finale con la quinta e ultima stagione. Un addio tanto atteso e diviso in tre atti che diventano una sorta di metafora per i passaggi simbolici dell’adolescenza: l’inizio, lo smarrimento, la scelta.

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Vecna Stranger Things - Credits: Netflix
Vecna Stranger Things – Credits: Netflix

La narrazione si sposta nell’autunno del 1987 dove si vede la località di Hawkins militarizzata, devastata dalla frattura tra il nostro mondo e il Sottosopra. Vecna è scomparso mentre Undici è di nuovo costretta a nascondersi. Ma non è più una storia di mostri, questa volta è la storia di chi siamo diventati affrontandoli.

Il finale di Stranger Things: ritmi da cinema e struttura da romanzo

La stagione finale è costruita con una narrazione che vede l’azione intrecciarsi ancora di più verso la riflessione. Gli episodi, lunghi, intensi e frammentati, sfidano il concetto stesso di binge watching restituendo alla visione quel senso di tempo sospeso a cui oggi non siamo più abituati, un’attesa in contrasto all’accelerazione del tempo odierno. Una scelta controcorrente, che guarda alla serialità d’autore, più vicina a Twin Peaks o Dark che non alla frenesia delle serie-evento.

Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix
Max e Holly – Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix

Il racconto evolve insieme ai suoi personaggi, ormai adulti in scena e fuori. Undici non è più solo l’eroina salvifica, ma un simbolo fragile di identità negata e ritrovata. Max evolve il suo personaggio nell’attesa che si trasforma in una battaglia interiore con con le proprie paure mentre Will è il cuore pulsante della memoria collettiva. I “grandi” invece, Steve, Nancy, Jonathan e Robin diventano adulti mentre Dustin, Mike e Lucas rappresentano il passaggio dalla mitologia dell’infanzia alla cruda coscienza della perdita e dell’adolescenza.

La memoria degli anni ’80 tra citazione e evocazione

Tra i volti nuovi della stagione spicca Linda Hamilton, celebre Sarah Connor di Terminator, qui in un ruolo completamente ribaltato. La  Maggiore Generale Dr.ssa Kay non è una madre, né una guida ma una figura fredda e ambiziosa, antagonista a tutti gli effetti. Un ribaltamento interessante dove l’eroina che in passato combatteva le intelligenze artificiali è ora parte dell’apparato che minaccia i protagonisti.

La dottoressa Kay è interpretata da Sarah Connor di Terminator (Linda Hamilton) in Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix
La dottoressa Kay è interpretata da Sarah Connor di Terminator (Linda Hamilton) in Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix

Una scelta narrativa ed evocativa che non passa inosservata rafforzando il legame della serie dei fratelli Duffer con la memoria cinematografica degli anni ’80 perché alla fine, Stranger Things è diventato qualcosa di più di una serie. È un’estetica riconoscibile con una sua precisa una grammatica condivisa capace di riportare ai primi posti dello streaming musicale canzoni icone come Running Up That Hill di Kate Bush oppure beni di consumo simbolo di un’epoca come le Eggo o la New Coke. Ma soprattutto ha fatto della nostalgia un linguaggio vivo, capace di raccontare le paure contemporanee attraverso simboli del passato.

Un’estetica tra horror e arte visiva

Visivamente, Stranger Things non ha mai smesso di parlare anche a chi guarda oltre la trama poiché fin dalla prima stagione è consapevole delle sue radici estetiche: omaggia Lynch, Spielberg, Carpenter come un collage culturale. Nell’ultima stagione, questa sensibilità visiva è ancora più evidente dove ogni inquadratura è una composizione: ci sono echi di Edward Hopper nella solitudine domestica, di Goya nell’orrore notturno, di Kubrick nei corridoi dell’istituto. La fotografia diventa pittura, e le luci disegnano confini mentali prima ancora che fisici.

Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix
Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix

La cultura pop anni ’80 si fonde con suggestioni artistiche più profonde: lo spettatore entra in un universo che cita il body horror di Silent Hill e le atmosfere installative di James Turrell. Impossibile non pensare a H.R. Giger nei corridoi organici del Sottosopra, nei simboli che si annodano come vene e nervi su pareti vive e nella figura stessa di Vecna, le cui architetture mentali ricordano i mondi impossibili dell’artista svizzero, in un continuo gioco di simbiosi tra umano e mostruoso, tecnologia e carne.

Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix
Dustin e Steve Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix

Il finale della serie: una storia che finisce ma ci ha già cambiato

Nel gran finale la serie sceglie una chiusura apparentemente lineare ma aperta a letture multiple. Senza rivelare troppo, tutto torna a cominciare da lì, da Dungeons & Dragons, dal tavolo attorno al quale era nato il primo legame. E non è un caso che l’ultima partita viene raccontata da Mike diventando un elogio alla narrazione come atto di resistenza. Le parole inventano, proteggono e mantengono vivi anche quando la figura della maga torna centrale perché incarna la possibilità stessa della sopravvivenza attraverso il racconto. Se ci credi, è reale.

Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix
Stranger Things quinta stagione – Credits: Netflix

Questo gesto narrativo, che cita gli epiloghi orali della tradizione del gioco di ruolo, diventa un’installazione concettuale dentro la serie stessa. La memoria individuale si fa rito collettivo e ogni spettatore è chiamato a scegliere se credere o no nella sopravvivenza dell’incanto. Stranger Things finisce, ma resta.

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