Alla Galleria 10 Corso Como di Milano un secolo di fotografia racconta l’evoluzione del mito della frontiera americana. L’intervista al curatore Alessio de’ Navasques.
L’idea dell’American West è una delle narrazioni più evocative della cultura moderna. Un territorio reale e insieme una costruzione simbolica che nel tempo ha alimentato cinema, letteratura, fotografia e immaginario collettivo. Non a caso, ancora oggi, la percezione della frontiera resta intimamente connessa con la promessa di libertà, futuro ma anche luogo di solitudine e di confronto con la natura.
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È questa stratificazione di significati che esplora The New American West: Photography in Conversation, la mostra ospitata fino al 7 aprile alla Galleria di 10·Corso·Como a Milano. L’esposizione – inserita nel circuito Off di MIA Photo Fair BNP Paribas 2026 – propone un percorso visivo che attraversa quasi un secolo di fotografia, mettendo in dialogo opere contemporanee e immagini storiche.
Co-curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott, la mostra riflette su come l’idea del West sia stata costruita, trasformata e continuamente reinterpretata attraverso lo sguardo fotografico. Non un’unica narrazione, ma un mosaico di prospettive che attraversa il Novecento fino al presente.

Il risultato è una sorta di conversazione visiva tra generazioni di autori: accanto agli scatti contemporanei di Maryam Eisler e Alexei Riboud compaiono fotografie provenienti dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, firmate da alcuni dei più grandi maestri della fotografia americana.
Il West tra natura, città e solitudini urbane
Il percorso espositivo ripercorre l’evoluzione dello sguardo fotografico sul West. Nelle immagini dei primi decenni del Novecento, il paesaggio appare quasi metafisico: montagne, deserti e cieli immensi diventano simboli di una natura grandiosa e primordiale. Le fotografie di Ansel Adams ed Edward Weston restituiscono questa dimensione epica, trasformando il territorio in un luogo di contemplazione e spiritualità.
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Con il passare dei decenni, però, la visione cambia. Il West non è più soltanto una frontiera naturale, ma diventa uno spazio sociale e urbano. E con l’espansione (sub)urbana, lo sguardo si fa più analitico: accanto ai paesaggi, ecco emergere la dimensione profondamente umana del West. Ma l’esposizione esplora anche il legame tra fotografia e cinema. Il West emerge così come un immaginario condiviso, alimentato da arti diverse e continuamente rielaborato.
Cuore della mostra è il dialogo tra le fotografie storiche e il lavoro recente di Maryam Eisler e Alexei Riboud, nato da un viaggio compiuto nel 2024 attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah. Sulle tracce della pittrice Georgia O’Keeffe. Così, se Eisler adotta uno stile cinematografico, emotivo e carico di tensione psicologica; Riboud sceglie, invece, uno sguardo più essenziale, architettonico e contemplativo.

L’intervista al curatore Alessio de’ Navasques
Come è stata pensata questa mostra?
«Ci troviamo nel cuore della mostra: una doppia prospettiva, un doppio sguardo su larga scala sui luoghi del West americano. La mostra racconta la visione dei due artisti, Alexei Riboud e Maryam Eisler, che si pongono una domanda: che cosa rappresenta oggi l’American West? È ancora uno spazio di libertà, uno spazio di confine, un luogo in cui scappare e sognare l’America, oppure è cambiato? Da questa domanda partono diverse direttrici che mettono in dialogo il lavoro contemporaneo dei due artisti con i grandi maestri della fotografia americana. Come Edward Weston, Paul Strand, Ansel Adams, Robert Adams, Diane Arbus e molti altri».
Una delle cose che colpisce al primo sguardo è proprio il rapporto tra gli scatti in bianco e nero e quelli contemporanei.
«L’idea è riattivare alcune questioni legate all’immaginario dell’American West – quasi dei cliché – attraverso il confronto tra le fotografie contemporanee e l’archivio storico di Howard Greenberg, grande gallerista e mercante di fotografia. Grazie a questo archivio è possibile ammirare i grandi maestri della fotografia americana, che proprio nel West hanno trovato uno dei luoghi privilegiati per esprimersi.

Fotografi come Weston e Adams hanno contribuito a definire la fotografia come mezzo espressivo autonomo, indipendente dalla pittura: inventano un linguaggio fatto di luce, prospettive e ombre. E c’è un’intera parete dedicata all’evoluzione di questo sguardo: dalla natura come soggetto, al confronto con l’industria e con l’urbanizzazione, fino ai luoghi dell’abbandono e della trasformazione. C’è poi una sezione dedicata ai nativi americani, agli aspetti cinematografici e alla dimensione narrativa senza tempo di questi luoghi».
Quanto la cinematografia ha attinto da questo immaginario e quanto, poi, la stessa fotografia ne è stata influenzata?
«È un rapporto doppio: fotografia e cinema sono legati a doppio filo. Il West è il luogo della mitologia americana e quella mitologia nasce in gran parte anche da Hollywood. C’è una fotografia scelta proprio per questo motivo: uno scatto legato al film The Misfits, il celebre western che segna un po’ la fine di un’epoca del genere. È l’ultimo film di Marilyn Monroe e Clark Gable, ed è un western tragico, che riflette proprio su questa trasformazione del mito del West. Quella fotografia dialoga con luoghi reali – come hotel e paesaggi dove sono stati girati molti film – e richiama una narrazione che, in qualche modo, non si è mai spenta. È un immaginario sempre vivo e attuale».

Anche i luoghi dell’abbandono, pur senza presenze umane, raccontano molto dell’umanità e di una certa solitudine…
«Sì, la solitudine è un tema centrale. Il West, per me, è soprattutto un luogo mentale. La mostra dimostra come, ieri come oggi, il West sia uno spazio di introspezione: un luogo in cui fare i conti con se stessi, reinventarsi, immaginare nuove possibilità. Il confronto tra uomo e natura, oppure il confronto con la propria interiorità, è un elemento fondante di questo immaginario. È proprio il West a generare questo tipo di narrazione che ritorna non solo nella fotografia, ma anche nella pittura americana. Io mi occupo anche di moda e posso dire che questo tipo di fotografia è alla base di molta fotografia di moda, soprattutto dagli Anni ’70 e ’80 in poi».

Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist
C’è un pubblico particolare a cui si rivolge questa mostra?
«Questa mostra parte da un concetto aperto: due fotografi contemporanei riattivano un archivio storico e riaprono una riflessione su questi luoghi. L’idea è allargare il pubblico, invitando chiunque a visitarla. Si può venire semplicemente per ammirare delle belle fotografie, ma anche per porsi delle domande sul mondo in cui viviamo oggi. Il percorso permette di apprezzare il passaggio dalla fotografia storica – molto costruita, attenta al dettaglio – a quella contemporanea, più intuitiva, più cinematografica e grafica».
In questo dialogo tra epoche e linguaggi emerge con chiarezza una conclusione. Il West non è solo un luogo geografico, ma un territorio simbolico che continua a interrogare la cultura contemporanea. E forse è proprio per questo che la frontiera continua a parlarci come domanda aperta su noi stessi, l’immaginazione, la memoria e lo spazio che ci circonda.
The New American West: Photography in Conversation
A cura di Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg, e Carrie Scott
Galleria 10·Corso·Como – fino al 7 aprile 2026
Tutti i giorni: 10.30 – 19.30 / Ingresso libero.
Immagini da Ufficio Stampa, crediti indicati / In copertina: Exhibition view ©Alessandro Saletta – DSL Studio