Laika: «Siamo in un periodo di regressione, con troppi muri. L’arte è un’arma contro le ingiustizie»

È stato presentato alla Festa del Cinema di Roma il documentario 'Life Is (Not) A Game' su Laika. La nostra intervista.
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È stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle, Life Is (Not) A Game, il documentario con protagonista la street artist Laika. Esordio alla regia di Antonio Valerio Spera, il film è prodotto da Morel Film e Salon Indien Films. Un ritratto di Laika che finisce per trasformarsi nel racconto degli ultimi due anni della nostra vita, a partire dal 2020 quando sui muri di Roma apparve #Jenesuispasunvirus. Il poster era dedicato a Sonia, nota ristoratrice romana, e denuncia gli atti di razzismo contro la comunità cinese prima dello scoppio della pandemia.

«Se il film è bellissimo bisogna fare i complimenti al regista, che è stato grandioso nel seguirmi e paziente. – ci dice subito Laika, che incontriamo su Zoom con tanto di maschera – Sono stata un mezzo che ha raccontato attraverso i muri gli ultimi due anni di storia recente. Di base, ho interpretato me stessa. Non è stato difficile, ma poteva essere complicato seguirmi considerando l’anonimato e i protocolli. I ragazzi della crew però sono stati formidabili. Si sono immersi nella mia realtà e non sono mai stati invadenti. Questa è stata forse l’arma in più per creare un lavoro del genere».

Life Is (Not) A Game è stato girato tra Roma, la Bosnia, Francoforte e la Polonia. E attraversa la storia sfruttando le opere di Laika. Il racconto dei messaggi sui muri si trasforma quindi in una spietata disamina socio-politica.

«Per me – dice la street artist – raccontare attraverso i muri è fondamentale. Ho una coscienza politica e sociale di cui sono molto sicura. Scontrarmi con ciò che accade e dire la mia ormai è un processo naturale. Ho trovato i muri, che sono la galleria più democratica al mondo. Posso andare la notte senza che nessuno mi veda e dire la mia senza filtri. È chiaramente vitale per me stessa».

Laika

Laika, non street artist ma attacchina

Nel documentario, Laika più volte sostiene di essere una semplice «attacchina di poster». Un mezzo, dunque, attraverso cui veicolare un messaggio. Le chiediamo quanto sia importante proprio trasmettere e condividere le proprie idee in ciò che fa.

«Voglio far nascere il dibattito per entrare nelle coscienze. – ci risponde – Non voglio essere presuntuosa, ma è chiaro che una persona che cammina per strada e inciampa sul mio poster un pensiero lo fa. Che sia positivo o negativo non importa, l’importante è l’emozione che si crea e la riflessione. Molto spesso è importante anche far luce su certi argomenti e far sì che non si smetta di parlarne. Penso alla vicenda di Zaki e Regeni, che purtroppo è un cantiere aperto, ma ce ne sono tantissimi. Penso ai migranti, un lavoro interminabile. Il fatto che con una singola immagine si riesca a riassumere una serie di concetti, che entrano poi in modo immediato nella mente degli altri, è un’ottima arma contro le ingiustizie e contro ciò che accade di brutto».

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Eppure, sottolinea Laika, «anche la strada ha le sue regole». Le chiediamo, ad esempio, se anche strappare il poster non sia una reazione alla sua provocazione, tutto sommato voluta.

«Quando lascio il poster alla strada, la strada ha le sue regole. È una cosa democratica a tal punto che si è liberi anche di deturpare. – replica – Ne sono consapevole quando lascio un pezzo di carta in giro. Non mi arrabbio, anche se crea una reazione in me. A volte ci sono risposte, attacco qualcos’altro. A volte l’opera si evolve e diventa performance. Questo non fa nient’altro che rafforzare il concetto che cerco di esprimere attraverso l’opera censurata. Ci sta. Mi arrabbio però quando deturpano opere celebrative di persone che non ci sono più. Mi sono arrabbiata per quella sui morti sul lavoro, non l’ho compresa. Per il resto, è la legge della strada».

Roma tra odio e amore e la necessità di viaggiare

Laika

Da un lato le immagini della Bosnia, fortissime in questo Life Is (Not) A Game, dall’altro Roma vissuta come una tela. Quanto i luoghi sono importanti per il mondo di Laika? Il documentario, del resto, prende il titolo proprio dal poster affisso durante il viaggio sulla rotta balcanica. Una denuncia esplicita della violenza esercitata dalla polizia sui migranti che provano il cosiddetto Game, come viene definito il tentativo di attraversare il confine con la Croazia.

«Una cosa che dico sempre quando parlo di Bosnia è che questi poster non avrebbero avuto lo stesso effetto se realizzati e attaccati nella via dietro casa e a Roma, nella mia comfort zone. – dice l’artista – Troppo facile. Bisognava vedere e raccogliere anche voci di persone che stanno vivendo questa situazione. L’inverno purtroppo sta tornando. Ho incontrato gente disperata ma piena di speranza. Hanno la speranza di raggiungere l’Europa, pur con il rischio di morire. È una zona molto delicata, son tornata molto frustrata perché sai che è una storia che non ha fine. Ma sono anche consapevole di essere dalla parte giusta. E so di aver fatto luce su una questione che necessitava di luce».

E poi c’è Roma, il baricentro di Laika. «Una delle cose che si sanno di me è proprio che vengo da Roma», scherza.

«Reputo Roma un’ottima partenza per puntare allo spazio. C’è un rapporto di amore non solo per Roma, ma anche per la Roma. Senza dubbio mi dà tanti spunti, ma non è abbastanza. Ho avuto la necessità di andare fuori e spero di proseguire così. È un po’ come quando ti sta stretta casa».

Ci sono in fondo tanti muri in questo documentario. Reali – come tele – e figurati – come ostacoli invalicabili. Qual è per Laika il muro più duro da abbattere?

«Purtroppo siamo in un periodo storico di grande regressione e i muri da abbattere sono sempre di più. – ci risponde – C’è il muro dell’intolleranza, quello del razzismo, della xenofobia, dell’omofobia. Poi ci sono muri veri alle frontiere. Ce ne sono troppi, sia reali sia barriere mentali. La lotta si farà ancora più dura. Adesso staremo a vedere».

Foto: Ufficio Stampa/Kikapress