Benjamin Lacombe e il suo Giappone visionario: «Storie che parlano alla nostra contemporaneità»

L’artista francese Benjamin Lacombe ha inaugurato la mostra ‘Fantasmi e Spiriti del Giappone’ da TENOHA Milano: la nostra intervista.
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Gli spazi di TENOHA Milano ospitano fino al 15 gennaio 2023 la nuova mostra immersiva ‘Fantasmi e Spiriti del Giappone’ (in questo articolo tutte le informazioni). A ispirarla sono i volumi illustrati da Benjamin Lacombe Storie di Fantasmi del Giappone e Spiriti e Creature del Giappone (L’Ippocampo Edizioni), che traducono in immagini racconti, tradizioni e credenze testimoniate da Lafcadio Hearn.

Dopo ‘Botteghe di Tokyo – The Exhibition’, dunque, il viaggio nella Terra del Sol Levante prosegue oltre il fatidico ponte rosso. Ed è proprio questo che accoglie i visitatori all’ingresso del nuovo allestimento con tanto di avvertimento che risuona echeggiante: Don’t Cross the Red Bridge. In occasione dell’inaugurazione, abbiamo incontrato l’illustratore francese che è stato accolto da centinaia di fan italiani in coda per lo speciale firmacopie.

Tante le domande e le curiosità che anche il pubblico ha rivolto a Benjamin Lacombe per addentrarsi nell’immaginario evocativo e soprannaturale di un Giappone pieno di mistero. “Probabilmente l’aspetto più affascinate degli yokai è il fatto che non hanno solo una corrispondenza con il mondo degli spiriti per come lo conosciamo noi”, spiega l’artista. “Ogni cosa potrebbe essere uno yokai, anche un vecchio tavolo di legno dominato da una forza interna. Potremmo definirlo come una forza ignota che ci spinge a portare rispetto verso la natura che ci circonda compreso ciò che di essa non conosciamo”.

 
 
 
 
 
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Che cosa insegnano, oggi, gli yokai e la tradizione antica di questi racconti?
Insegnano umiltà e rispetto. Hanno a che fare con l’essenza della natura e questo, forse, si può collegare anche a quello che stiamo vivendo oggi con il cambiamento climatico. Da questo punto di vista non stiamo certo rispettando gli yokai. È un discorso molto più ampio. Sostanzialmente gli yokai sono un modo per far comprendere alle persone che bisogna essere attenti alla natura. Alcuni yokai, per esempio, sono il ‘Re Drago’ o la ‘Figlia Drago’ che rappresentano lo tsunami. Oppure c’è lo yokai che prende il nome dal suono che emettono i fagioli lavati nell’acqua per essere cucinati.

“Quello degli yokai è una sorta di insegnamento a essere umili rispetto ciò che siamo e ciò che c’è attorno, per cui è possibile che non conosciamo tutto”, afferma Lacombe.

Che cosa l’affascina tanto di questo mondo?
Quello che è fantastico e che più mi ha affascinato nel leggere quello che racconta Lafcadio Hearn è che molte delle sue storie sono molto antiche. Ci sono degli yokai tanto piccoli che non si potevano vedere ma riuscivano ad avere il controllo sul tuo corpo fino a portarti alla morte. Sostanzialmente, è una metafore delle malattie mentre in Europa si pensava ancora che la morte fosse uno scheletro con un’enorme falce.

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Questo ci racconta di una grande modernità.
È pazzesco… noi oggi comprendiamo che anche gli alberi hanno un loro modo di comunicare fra loro. Questo è di fatto già presente [nelle leggende orientali]: è il kodama, una forma di comunicazione con gli alberi. Stiamo scoprendo tante cose su cui ci si interrogava, per cui sappiamo che un albero non è solo un pezzo inerte che non sente nulla. Sono storie da cui si può ancora imparare molto: risalgono anche del periodo medioevale, in realtà parlano alla nostra contemporaneità. 

Qual è lo yokai che ama di più e quale la diverte disegnare?
Amo lo yokai Karakasa, quello con l’ombrello: è così divertente, lo amo. La mia pronuncia è pessima – quindi non ci provo neanche a ricordare il nome – ma amo anche lo yokai con un solo occhio, che si trova all’inizio della mostra. È stato molto divertente disegnarlo.

Che tipo di sfida rappresenta, per un artista, trasformare in immagini qualcosa di intangibile?
Non c’è un’immagine in particolare che è stata difficile. Questo è un libro che ho desiderato fare per tantissimo tempo. Devi sapere che ho iniziato il mio primo libro quando avevo 19 anni. Era un fumetto che, per fortuna, non è uscito in Italia perché era orribile! È stato pubblicato in francese e parlava di una ragazzina fantasma giapponese (si tratta de L’Esprit du Temps, Éditions Soleil – ndr). Quindi sono sempre stato affascinato dal mondo zen, è passato tanto tempo da allora… Adesso, quando ho iniziato a illustrare questi due libri avevo grandissime aspettative e volevo fare un bel lavoro visto che la prima volta non era andata particolarmente bene.

Quindi, quando ho iniziato ero molto molto ispirato, non ho avuto particolari difficoltà visto che avevo così tante idee. Avrei potuto fare dieci libri! Ne ho fatti finora due e ce ne è già un altro, il terzo, che è un po’ diverso… però, ecco, non è stato difficile per me rispetto ad altri libri come lo è stato invece per Alice che è stata illustrata da così tante altre persone. In quel caso devi dare la tua impronta.

 
 
 
 
 
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Fra i suoi libri c’è qualche titolo a cui è più legato?
Il mio preferito? Uh, cambia in continuazione! Sicuramente questi due libri legati al Giappone li amo davvero tanto ma amo anche Alice in Wonderland, L’Erbario delle Fate, Racconti macabri, amo molto Frida e Bambi è uno dei miei preferiti. E poi c’è un altro libro su cui sto lavorando in questo momento, e vorrei finirlo in tempo Natale.. è molto attuale, La Sirenetta, molto diversa da quella che siete abituati a vedere.

“Voglio dire, ci sono così tanti libri e ognuno è come un figlio – afferma Benjamin Lacombe – è terribile dire quale sia il preferito. Dipende dal momento”.

Se dovesse esserci la possibilità di sbarcare al cinema, con chi le piacerebbe lavorare? Magari Tim Burton?
Beh, diciamo che se arrivasse la proposta di lavorare con Tim Burton lo farei. Il mio non è un vero e proprio sogno, ma certo che accetterei! Amo quello che ha fatto ma in alcuni momenti ho perso un po’ quel fuoco. Per esempio, amo molti dei suoi lavori come ‘Edward Mani di Forbice’, ‘Nightmare Before Christmas’, ‘Batman’… fantastici. Amo meno invece i progetti più recenti, quello dopo ‘Planet of the Apes’ e altri del genere… ‘Dumbo’ però lo trovo molto bello e anche ‘Frankenweenie’…

Ma sai, è molto difficile collaborare con qualcuno che ha un universo così forte. Ha collaborato, per esempio in ‘Nightmare Before Christmas’, con Henry Selick che ha diretto il film. Ma lui era molto vicino a Tim Burton e ha cercato di rimanere molto fedele al suo stile. C’è da dire anche i film con Disney sono un trademark colossale… quindi se dovessi fare dei film, e ho molti progetti nel cassetto, preferirei farli a modo mio.

Foto PF / Ufficio Stampa e Sito L’Ippocampo Edizioni