Caparezza e i demoni di ‘Exuvia’: «La mia discomfort zone. Di politica vorrei cantassero i giovani»

Caparezza racconta il nuovo album 'Exuvia', tra confronti con il passato e la convivenza con il compromesso.
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Sono passati quattro anni da Prisoner 709, dal racconto in musica della prigione di Caparezza, che torna il 7 maggio con un nuovo album, Exuvia. Se pensavate che il prigioniero fosse ormai libero e sereno, Exuvia è qui per dimostrarvi che anche la libertà non è priva di pene e di tormenti. La presentazione dell’album di Caparezza inizia infatti nell’Exuvia Experience, un’esperienza virtuale (presto sarà pubblica e a disposizione di tutti), in cui vi troverete a vagare in una foresta ricca di simbolismi e – durante il cammino – ci sarà proprio la voce dell’artista a raccontarvi il viaggio di Exuvia.

L’exuvia – spiega Michele Salvemini – è la muta dell’insetto, ovvero ciò che rimane del suo corpo dopo aver sviluppato un cambiamento. Ed è il cambiamento – o la paura di esso – il motore di queste tracce: il Prisoner è evaso dalla prigione, ma la sua fuga non è né liberatoria né conclusiva.

La foresta di Caparezza è infatti «senza via di scampo». E Exuvia diventa così, tra gli album di Capa – «il più cinematografico di tutti». Sarà perché la stesura delle tracce è per Michele strettamente legata a Federico Fellini e a Il viaggio di G. Mastorna, la sceneggiatura di un film che il noto regista non ha mai realizzato. Il libro racconta un aldilà in cui regna disordine e confusione, un limbo caotico senza scampo. – spiega Caparezza nelle note – Il protagonista, Mastorna, non capisce di essere morto o quantomeno non lo accetta, e questo gli rende insopportabile la nuova condizione di anima (in pena).

Non è un caso che la prima traccia del disco – Canthology, con Matthew Marcantonio – sia il regno del caos. I personaggi dei miei 7 dischi precedenti mi si rivoltano contro, tormentandomi come in un brutto sogno, recita Caparezza nelle note, mentre nel brano canta Ho capito che il secondo album era più facile dell’ottavo.

«Confermo che è stato così – ci spiega Caparezza quando gli chiediamo se il verso è corretto – il secondo album è stato facile. Ho fatto album molto eterogenei e, dopo che ne hai fatti sette, non è facile trovare stimoli per fare l’ottavo. E per fare in modo che soddisfi anche me. Mi devo mettere alla prova in ciò che scrivo. Va da sé che sia più difficile. È anche vero che da Prisoner 709 sto affrontando un nuovo percorso, più intimo. Sto raccontando anche un disagio che reputo più interessante. Da quando ci sono i social chiunque pungola il sociale. Io ho dovuto abbandonare la comfort zone e sono entrato in una discomfort zone. È un limbo senza scampo che ha il suo padre putativo in Fellini. Mi sono innamorato di lui nell’età giusta».

Caparezza

Il confronto con i propri demoni porta Caparezza anche a scendere a patti con le ombre del proprio passato. Non ci sono filtri in Exuvia e, per accettare il cambiamento, va da sé che Caparezza debba prima accettare i propri trascorsi.

«Non ho mai rinnegato Mikimix. – spiega – Direi che me ne vergognavo. All’epoca la scena musicale era molto ortodossa e, ogni volta che saltava fuori il mio nome, finivo per essere lo zimbello di turno. Sono molto introverso e non credo alle mie capacità. Non faceva bene alla mia autostima. Ci sono voluti anni per recuperare la fiducia in me e per dimenticare questo grande passato. Esiste però una grande magia nell’essere umano, ed è che a un certo punto ti svegli e hai più di 40 anni. Cambia tutto, lasci l’exuvia».

«Oggi non ho niente contro quel giovane ragazzo. Credo anzi che le sue canzoni sarebbero perfettamente incastonabili nella scena musicale contemporanea. Ho una visione materna di questo me stesso del passato. Penso al presente e caso mai al futuro, è una controindicazione del crescere e diventare adulti. Si può fare anche l’errore di scrivere per piacere ai colleghi, ma non mi interessa più. Quello spettro se ne è andato».

Se crescere è una controindicazione della vita, Caparezza sottolinea anche quanto le docce gelate aiutino – nonostante tutto – ad aprire gli occhi.

«Sono le docce gelate che ti svegliano, perché chi fa un mestiere come il mio vive congelato. – precisa – Nella title track canto Mi sono preso i miei spazi ma ho lasciato che il tempo fuggisse. Non vivo una vita normale. Gli artisti riconosciuti vivono in una bolla che non è reale. E se sei abituato a vedere solo le cose belle della vita, quando accade una cosa spiacevole è una doccia gelata. Si fa fatica ad affrontarla, ma è anche ciò che ti aiuta a crescere».

Caparezza, i featuring di Exuvia e il senso della ricerca

Sono pochi i featuring presenti in Exuvia e sono frutto di una ricerca. Matthew Marcantonio canta in Canthology. Al cantante dei Demob Happy tocca la traccia d’apertura, perché si tratta «del gruppo – dice Caparezza – che ho ascoltato di più durante la stesura del disco». E poi c’è Mishel Domenssain ne El Sendero, che contiene il ritornello de La Selva, brano della cantautrice messicana.

«Questo è il disco della ricerca – racconta Caparezza – perché nella foresta cerchi un’uscita. La foresta è bella di giorno ma tenebrosa di notte. Si prova sempre a tornare a casa e, quando non ci riesci, continui a cercare. Anche i featuring sono di ricerca. Sono andato a cercarmi Mishel. Uno dei titoli possibili dell’album era In Mi Selva (anagramma di Salvemini, ndr). Cercavo dei campioni con riferimenti alla selva quando mi sono imbattuto nelle canzoni di Mishel. L’ho chiamata e ci siamo messi a parlare del progetto. Lei ha acconsentito alla rimaneggiatura del suo brano per El Sendero, che per me è uno dei pezzi più suggestivi».

Il mondo di Leon Faun e il valore politico della musica

Caparezza ci tiene che si parli di ricerca e non di citazionismo spicciolo. «Voglio essere amico della gente, non spaventarla. – ci dice – Quindi non chiamatemi colto, ma curioso». Michele sminuisce dichiaratamente le intenzioni, senza fortunatamente togliere peso al contenuto. Eppure la curiosità come motore della ricerca è evidente quando cita Leon Faun tra i suoi preferiti di oggi. «Mi piace molto perché ha creato una narrativa tutta sua. Ha un mondo tutto suo. – precisa – Mi piacciono le persone che si staccano dal comune».

Ma sul valore sociale e politico della canzone pone dei limiti. «L’unica volta che forse è accaduto – ricorda – è stato nel periodo di John Lennon in America contro il Vietnam. Si era creato un movimento politicamente scomodo».

E oggi?

«Non c’è un argomento che la musica non possa toccare, ma darei qualsiasi cosa per vedere un ragazzo di 20 anni che parla di politica. – spiega Caparezza – Io sono distante anagraficamente dai ragazzi. Quando ascoltavo i 99 Posse c’era tanta musica politica, ma se lo faccio io ora chi mi sta a sentire? Vivo sperando che torni questa wave, però nei giovani. Potrebbero dare una chiave di lettura interessante. In questo periodo di puro edonismo sarebbe uno schiaffo totale, e sarebbe vero. Ma deve farlo un ragazzo giovane, io sono disposto a farci un featuring».

Se alla fine di Prisoner 709 il prigioniero era libero, possiamo quindi dire che con Exuvia fa pace con il suo passato?

«Non ho ancora trovato il compromesso. – ci risponde Caparezza – Ci convivo, ma il problema è accettarlo e per quanto tempo. Tante persone che mi seguono credono che questo sia il mio ultimo album. Nelle mie intenzioni è il secondo di una trilogia che sarà completata da un album sulla libertà. Però solo per il fatto di avervelo rivelato, forse cambierò idea».