‘Favole da incubo’, stereotipi e media: «Tutti possiamo essere vittime di violenza»

A pochi giorni dalla Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne è uscito in libreria ‘Favole da incubo’ di Roberta Bruzzone ed Emanuela Valente. Ne abbiamo parlato con una delle autrici.
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Violenza sulle donne. Stalking. Femminicidi. Ogni giorno, purtroppo, la cronaca ci assale con notizie drammatiche che vedono vittima la donna, con esiti tragici, sia sul piano psicologico sia su quello fisico. Ma a rimanere imbrigliati in una voragine di dolore sono interi nuclei familiari, nei quali gli atti bestiali dell’uomo fanno sentire le loro conseguenze anche su figli, genitori, fratelli. Una tragedia che è una rete del male.

A pochi giorni dalla Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre) è uscito nelle librerie italiane il libro Favole da incubo firmato a quattro mani dalla criminologa Roberta Bruzzone e dall’esperta di comunicazione Emanuela Valente per DeAgostini. Abbiamo chiesto alla blogger le ragioni di questo volume e quanto i media possa incidere in una svolta anche sociale.

Da dove siete partite per questo lavoro?

Da lontano! Io e Roberta ci conosciamo e collaboriamo da molti anni. Lei si occupa di femminicidi dal punto di vista criminologico, è consulente del tribunale e analizza la psicologia delle persone coinvolte. Io, invece, con il sito In Quanto Donna, Osservatorio sulla narrazione del femminicidio in Italia, raccolgo le storie dei femminicidi e analizzo come vengono raccontate.

Sia io sia Roberta, ci siamo rese conto di quante volte si ripetano gli stessi stereotipi, sia nei fatti che nel racconto. E di come influiscano sull’andamento degli eventi prima, durante e dopo. Così abbiamo deciso di raccontarli, in modo critico e propositivo.

La riflessione di queste pagine prende in analisi dieci tragici episodi di femminicidio degli ultimi anni: come li avete selezionati in un quadro di cronaca che, purtroppo, fornisce ampia scelta?

Abbiamo cercato di offrire una panoramica più ampia possibile, per capire che il fenomeno riguarda ogni età e contesto socioeconomico e culturale, in ogni parte d’Italia. Abbiamo raccontato adolescenti innamorate, donne stanche, mariti bugiardi, padri vendicativi e così via, per far capire che non vi sono modelli predestinati: tutti possiamo essere vittime di violenza.

Nella cosiddetta società 2.0 e oltre emergono, come minimo comune denominatore, stereotipi, preconcetti e pregiudizi di antico retaggio. Che tipo di humus culturale e sociale sottende a tante tragedie di oggi?

Purtroppo è un contesto in cui siamo, nostro malgrado, immersi tutti. Ci ammantiamo di una presunta modernità, di un progresso rispetto a tempi bui precedenti. Ma in realtà il cammino da fare è ancora lungo, spesso i passi fatti sono solo teorici ma faticano a diventare pratica.

Dalla trama dei pregiudizi e della tendenza alla definizione non sono esenti i media: che ruolo hanno in questo quadro e come, invece, potrebbero cooperare nello scardinarlo?

La narrazione del femminicidio, e in generale della violenza contro le donne, svolge un ruolo fondamentale. Solo in questi ultimi dieci anni si è posto l’accento sugli errori ripetuti dai media, sulla comunicazione errata che commette un doppio errore: da una parte distorce il racconto dei fatti (“l’ha uccisa perché lo ha lasciato” invece di dire che voleva lasciarlo perché lui minacciava di ucciderla), dall’altra perpetra lo stereotipo (della gelosia e del delitto d’onore ormai abolito eppure ancora vivo nella memoria di chi scrive)

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Citando dal titolo, con il suo ossimoro drammatico , qual è – se esiste – il punto di rottura che trasforma una favola sentimentale in un incubo?
Il momento in cui la vittima si rende conto di aver creduto ad una felicità programmata e non autentica, in cui capisce che ciò che le è stato insegnato si basa su falsi presupposti – stereotipi, appunto – e non è ciò che vuole. Il momento in cui si apre lo squarcio incolmabile tra ciò che appare e ciò che è. Purtroppo spesso questo momento coincide con il troppo tardi.

L’unico vero modo possibile di cambiare realmente le cose è riconoscerle, chiamarle esattamente come sono, considerarle per ciò che sono e agire di conseguenza. Vale per tutti: per chi vive la relazione ma anche per chi è intorno e per chi ha il dovere di intervenire.

E dal punto di vista della tutela legale delle donne, che cosa si dovrebbe fare di più o di diverso?
Credere alle donne quando raccontano, quando denunciano, quando testimoniano. Basterebbe ascoltare e credere, senza sminuire, senza mettere in dubbio per via di quel retaggio, di quegli stereotipi di cui abbiamo detto. Se le donne che subiscono violenza fossero ascoltate e credute, basterebbe mettere in atto gli strumenti di tutela legale che già esistono per eliminare la violenza e i femminicidi.

Emanuela Valente
Emanuela Valente / Foto da Ufficio Stampa DeAgostini

Alle dieci favole da incubo se ne aggiunge un’ultima, che cambia il punto di vista del racconto mettendo il focus sui figli, spesso solo bambini, rimasti senza la madre e con un padre assassino. Che tipo di ripercussioni psicologiche si trovano a vivere i più piccoli?
Abbiamo raccontato una storia vera, anche se abbiamo cambiato i nomi per tutelare i minori coinvolti. È una storia tragica, di un bambino che assiste all’assassinio della mamma da parte del padre, e rimane danneggiato per sempre. Ora è un adolescente fortemente problematico, internato in un reparto di psichiatria. È un caso emblematico. Sono tantissimi i bambini che assistono ai maltrattamenti in famiglia: anche quando non vengono fisicamente coinvolti, la loro psiche rimane danneggiata e rischiano di ripetere, da adulti, i comportamenti che hanno subito da piccoli, o di continuare a subirli.

Nessuno esce indenne da una storia di violenza, che sia diretta o assistita.

Attraverso il suo sito In Quanto Donna ha avuto modo di evidenziare evoluzioni o cambiamenti particolari in materia di femminicidio nel corso degli anni? O i meccanismi di queste tragedie sono riconducibili a “schemi” sostanzialmente stabili nel tempo?
Purtroppo devo rilevare un sostanziale inasprimento, un aggravarsi delle intenzioni e delle modalità. I delitti sono sempre più efferati e troppo spesso determinati da futili motivi, specialmente tra i giovanissimi. Ma quello che mi colpisce maggiormente negli ultimi due-tre anni è l’aumento dei femminicidi di donne anziane, da parte degli uomini con cui sono state sposate per tantissimi anni, interi decenni: quando si ammalano non sono più utili e diventano un peso per questi mariti cui hanno badato per una vita intera, e loro le uccidono, come fossero cavalli azzoppati.

Al là di certa retorica legata alle ricorrenze, che a volte rischia di far perdere il senso profondo delle cose, qual è l’importanza della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne?
Le ricorrenze sono momenti di ricordo e riflessione. Questa ricorrenza ci sta mostrando come ogni anno la conta sia sempre uguale, e questo ci deve far capire senza attenuanti che non si sta facendo nulla, o meglio nulla di realmente determinante, per risolvere la situazione. È come se ogni giorno morissero 7000 persone di Covid e non si prendesse nessuna misura di contrasto, nessuna mascherina, nessuna quarantena.

Con il femminicidio è così: ogni anno muoiono 87mila donne nel mondo, ma non si cerca nessun vaccino.

Alla fine di ogni storia c’è un box dedicato all’insegnamento che può lasciare: c’è un consiglio su tutti che si sente di dare alle donne? E agli uomini, invece, cosa vorrebbe che insegnasse questo libro?

Questo libro è stato scritto con l’intento di essere utile. Alle donne dico di ascoltarsi e credersi le une con le altre. Agli uomini chiedo di unirsi alle donne nella lotta contro una violenza che distrugge anche loro.

Particolare della copertina Favole da incubo da Ufficio Stampa DeAgostini