La scuola di Battiato, la contaminazione e la chitarra al centro: il debutto di didio

Osvaldo Di Dio, in arte didio, è chitarrista di Cristiano De André e ha lavorato per Battiato, Ramazzotti e tanti altri. Ora si prepara al suo primo album: lo abbiamo intervistato.

Cantautore e chitarrista (per Battiato, Ramazzotti, Bauer), Osvaldo Di Dio cambia pelle, a partire dal nome. Con il nome d’arte didio, l’artista ha pubblicato il singolo Mi gira la testa, brano che anticipa l’album d’esordio di prossima pubblicazione. Proprio il rapporto, quasi la scuola, sul palco di grani artisti ha segnato inevitabilmente la crescita musicale del musicista di origine napoletana attualmente in tour con Cristiano De André.

Abbiamo rivolto a didio alcune domande per capirne meglio il percorso e questa nuova avventura in prima linea.

Da qualche giorno è disponibile il singolo Mi gira la testa: come è nato il brano e come vi hai lavorato in termini di scrittura e produzione?

Il singolo fa parte di una serie di brani a cui ho lavorato a partire dall’ottobre 2018. Le canzoni sono partite da uno slancio che mi ha portato a metterle giù una dietro l’altra. Dal punto di vista dell’arrangiamento e della produzione ho utilizzato principalmente l’architettura sonora che ho acquisito nel periodo in cui ho lavorato con Franco Battiato. Quando eravamo in tour ho avuto la possibilità di ascoltare le tracce separate dai suoi brani e lì ho carpito un po’ gli elementi fondanti di quel sound. Chiaramente non sono stato il primo e non sarò l’ultimo, prima di me hanno ripreso il discorso di Franco anche i Bluevertigo, Max Gazzè etc. Fondamentalmente questo è l’ingrediente principale per i miei brani.

La canzone fa da apripista al tuo primo album: in che misura introduce, nelle atmosfere e nel mood, il progetto in arrivo?

Sia dal punto di vista della sonorità che delle tematiche tutti i brani sono molto concentrati sull’aspetto dei rapporti umani, del rapporto uomo donna e soprattutto delle relazioni. Per quel che riguarda il sound ho fatto un certo uso dell’elettronica e degli arpeggiatori e chiaramente della chitarra che resta il mio strumento principale.

Il tuo debutto cantautorale arriva dopo una lunga esperienza di chitarrista al fianco di artisti celebri: da dove arriva l’esigenza di passare alla prima fila?

In realtà io nasco come cantautore, sono arrivato a Milano nel ‘99 cercando di affermarmi come tale, poi per una serie di motivi mi sono ritrovato a fare il chitarrista, anche perché nel frattempo avevo vissuto a Londra. Proprio in quel periodo stavano esplodendo i Coldplay, e i Radiohead prima di loro, c’era un particolare sound brit dei primi anni 2000 che anche in Italia poi fu richiesto da tutti e quindi mi sono ritrovato all’improvviso a fare il chitarrista. Come dicevo prima a partire da ottobre sono saltate fuori queste canzoni in maniera anche un po’ impetuosa, era impossibile a quel punto far finta di niente e ho deciso di provarci.

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Sono arrivato a Milano nel 1999, 20 anni fa. Scrivevo canzoni e giravo in una città che non mi vedeva, con una borsa piena di cassette con 3 brani registrati al meglio. Suonavo i citofoni delle case discografiche per cercare di lasciarne una: qualche volta aprivano, qualche volta no. Nel frattempo c'erano i Radiohead prima, i Coldplay dopo e il sound stava cambiando, andando/tornando sempre più verso l'Inghilterra. Con una delle mie tante band finisco a Londra, ho poco più di 20 anni adesso e assimilo tutto come una spugna. Le cose non vanno, per le discografiche c'è sempre qualcosa che non va. Ma adesso conosco un linguaggio con la mia chitarra e ho un sound che è quello che tanti cercano e allora comincio a fare il chitarrista. E qui inizia la parte della storia che conoscete già: i dischi, i tour, De André, Battiato, Ramazzotti. Ma poi dall'ottobre 2018, la penna comincia di nuovo a disegnare parole su un foglio. Saltano fuori 30 canzoni e le canzoni non nascono per essere tenute in un cassetto. Incontro persone che mi dicono che ci devo provare e allora ci provo e riprendo il discorso da dove lo avevo lasciato. Con un nome nuovo e canzoni nuove. E questa è la prima. ➡️ Link in bio • • • • • #didio #songwriter #musica #style #milano #canzoni #song #osvaldodidio #picoftheday #pop #italia #hit #fashion #spotify #applemusic #adesivadiscografica #battiato #pinodaniele #popmusic #deandre #parole #music #beat #indie #indieitalia #indiepop #johnmayer #guitar #fender

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Per questo tuo esordio debutti anche con un nuovo nome d’arte nuovo di zecca, come mai questa scelta?

Per due motivi: il primo motivo è che in passato è già capitato che dei musicisti, session man, cambiassero il nome quando si trattava di intraprendere un percorso da solista, su tutti mi viene in mente James Marshall Hendrix che suonava con Little Richard ma che per prima cosa cambiò il nome quando uscì con il primo disco. Il secondo motivo, invece, è che “didio” era il nome con cui mi chiamava Franco; mi chiamava sempre e soltanto per cognome e sembra addirittura che abbia detto quando ha scelto di portarmi con lui in tournée “si chiama Di Dio non possiamo non prenderlo” e quindi diciamo che è un po’ un omaggio all’amicizia che mi lega con Franco.

Origini napoletane, conservatorio a Milano e testi su Jimi Hendrix: questo percorso racconta già da sé una tendenza alla contaminazione. È così? In che misura riversi questo nella tua musica?

Si assolutamente sì, sono sempre stato molto curioso nei confronti dei generi musicali e anche la chitarra da questo punto di vista mi ha aiutato perché la chitarra classica, la chitarra acustica e la chitarra elettrica sono mondi molto diversi tra di loro e ognuno di questi strumenti si sposa con un certo genere. All’inizio ho studiato jazz, a Napoli c’è una grande scuola, sono stato anche molto contaminato dal blues, altrettanto molto presente a Napoli soprattutto rispetto al fatto che c’è la base Nato ed è da lì anche che nasce il legame con il blues ad esempio di Pino Daniele e Bennato. Diciamo che più si va verso nord e più ci si espone al rock e quindi quando sono arrivata a Milano la contaminazione si è spostata verso quel tipo di sound, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui sono legato più al mondo dell’elettronica.

Da Franco Battiato a Cristiano De André passando per Eros Ramazzotti e tanti altri nomi anche internazionali: quali insegnamenti ti hanno lasciato?

Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa, sicuramente la possibilità di affiancare Cristiano nella rilettura del repertorio di suo padre è stata un’occasione di crescita enorme. Diciamo, però, che in relazione alla mia attuale proposta l’artista a cui sono più legato è Franco, per tutta una serie di motivi ma soprattutto per il fatto che una volta mi disse “sai ci sarà sempre posto per chi è capace di scrivere belle canzoni” e quindi questa cosa è stata la scintilla che ha fatto riaccendere un fuoco che forse si era un po’ assopito.

Proprio con De André hai messo mano all’arrangiamento di un capolavoro come La guerra di Piero: con quale tatto hai lavorato sul pezzo?

Ho sempre pensato che quel brano trattasse una tematica estremamente drammatica che è quella della guerra, ma che per tutta una serie di motivi legati al mondo sonoro di De André in quegli anni fosse arrivata al pubblico come una sorta di filastrocca. Con l’arrangiamento che ho fatto e che abbiamo portato in tour con Cristiano abbiamo ricreato proprio un mondo estremamente etereo e drammatico, con questa chitarra elettrica con il tremolo molto in stile Radiohead, ma anche se vogliamo Pink Floyd, che proprio dà il peso al testo legandolo ancora di più al dramma della guerra, infatti era sempre un momento molto emozionante all’interno dei concerti.

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Per un musicista napoletano, essere sul palco del concerto evento Pino è in memoria di Pino Daniele che emozione è stata?

È stato forse il momento in cui ho detto “ok come chitarrista più di questo adesso non posso fare”, perché Pino è il motivo per cui ho imbracciato una chitarra quando avevo 15 anni come tanti ragazzi della mia generazione in quegli anni a Napoli, è stato soprattutto il motivo per cui mi sono messo a studiare seriamente lo strumento, perché se vuoi suonare i pezzi di Pino Daniele non puoi farlo da solo, ad un certo punto ti accorgi che devi studiare l’armonia, devi studiare seriamente la chitarra come la studiava lui.

In particolare ricordo due momenti di quel concerto: il primo è sicuramente quando abbiamo fatto “Scarrafone” solo io ed Eros in duo ed è stato molto emozionante, sembra sia stato anche il momento di share maggiore per quel che riguarda l’aspetto televisivo, ma il momento in cui veramente mi sono sentito completamente a nudo è stato quando ho suonato “Terra Mia”, perché per tutta la prima strofa ero soltanto io con la chitarra, lo ha cantato Fiorella Mannoia ma in realtà l’ha cantato tutta Napoli in quel momento e quindi mi sono sentito come se fossi stato io la chitarra e tutta Napoli cantava il pezzo di Pino.

Guardando, invece, al futuro e al disco in lavorazione, c’è qualcosa che puoi anticiparci?

Sicuramente ci sono altri assi nella manica che non vedo l’ora di calare nei prossimi mesi, in cui gli elementi del sound sono sicuramente molto vicini a quelli del primo pezzo, ma con tutte una serie di sorprese in più.

Paola Maria Farina

Paola Maria Farina

Musica, libri, varie ed eventuali. In tasca una laurea in Lettere/Filologia Moderna.

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