Dalla scena underground dell’East Village a Warhol digitale: alla galleria milanese Deodato Arte una mostra che rilegge la stagione irripetibile dell’arte newyorkese.
Ci sono decenni che, a distanza di anni e generazioni, continuano a raccontare una rivoluzione nell’immaginario collettivo. Come se fossero riusciti a rimanere attuali anche col passare del tempo, imprimendo svolte dirompenti nei linguaggi visivi, nella musica, nella moda e perfino nel modo in cui oggi si guarda alla città. Gli Anni Ottanta newyorkesi appartengono a questa categoria. Un laboratorio permanente in cui arte, strada, musica e cultura urbana si sono fuse fino a ridefinire il concetto stesso di contemporaneità.
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È quest’energia che si respira negli spazi milanesi di Deodato Arte (via Nerino 1), dove fino al 28 marzo è allestita la mostra LEGENDARY 80S: Basquiat, Scharf, Haring & Warhol. Un percorso ha l’ambizione di ricostruire lo spirito di un decennio in cui New York divenne il centro del mondo. In dialogo opere di Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Kenny Scharf e Andy Warhol, quattro artisti uniti dalla stessa tensione creativa. E dalla volontà di rendere l’arte immediata, accessibile, capace di dialogare con lo spazio urbano e con il tempo presente.

Non solo pittura, dunque, ma un racconto culturale che attraversa l’East Village, i club underground, il rapporto tra arte e politica, l’esplosione del linguaggio pop e il progressivo abbattimento dei confini tra museo e strada.
L’intervista alla curatrice Beatrice Acerbis
Partendo dal titolo, in che cosa sono stati “leggendari” gli Anni Ottanta newyorkesi?
«Gli anni Ottanta a New York sono stati l’esplosione di una generazione di artisti. Anche se già allora bisognava distinguere tra chi lo era in senso più tradizionale e chi invece proveniva dal mondo dei graffiti. Era un linguaggio che non era ancora pienamente entrato nel sistema delle gallerie: stava iniziando proprio in quel momento. I primi a crederci davvero furono galleristi come Tony Shafrazi per Keith Haring e Jean-Michel Basquiat, oppure Annina Nosei per Basquiat.
All’inizio però era soprattutto un movimento underground, legato ai night club dell’East Village e al Mudd Club. Studio 54 era già più patinato e noto, ma in questi altri spazi la musica, la discoteca e le arti visive convivevano davvero. Keith Haring, ad esempio, dipinse moltissime opere proprio dentro quei locali. C’era un’urgenza espressiva fortissima: far emergere graffiti e street art in un momento in cui quel linguaggio iniziava a definirsi. E poi sarebbe esploso nel mondo».
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Come rispondeva l’Italia?
«Anche in Italia questo dialogo fu fortissimo, grazie a figure come Leo Castelli e Lucio Amelio, soprattutto a Napoli, che in quegli anni era una vera cucina creativa dell’arte contemporanea. Parallelamente c’era anche la Transavanguardia, con artisti come Sandro Chia che entravano già nei grandi musei internazionali come il Museum of Modern Art. Ma mentre quel fenomeno si è in parte ridimensionato, la street art ha lasciato un segno molto più duraturo perché attraversava più linguaggi: musica, teatro, arti visive.
Lo dimostrano anche le collaborazioni di Andy Warhol con The Velvet Underground, oppure il rapporto costante tra arte e brand che vediamo ancora oggi con Yayoi Kusama e Louis Vuitton o Jeff Koons».
Come è nata l’idea di questa mostra e che tipo di racconto propone?
«Abbiamo voluto raccontare questi artisti in modo meno scontato, partendo da un’opera museale di Kenny Scharf alta cinque metri, realizzata nel 2022 per Tribeca in occasione di un premio alla carriera. Da lì è nato tutto: Scharf è uno degli ultimi testimoni viventi di quella stagione, accanto a Basquiat, Haring e Warhol, ed è riuscito anche lui a portare la sua arte fuori dai musei, fino a collaborazioni con Dior.


Di Basquiat abbiamo scelto disegni originali a matita, schizzi meno consueti rispetto alle grandi tele: quasi uno studio privato del suo lavoro. Per Haring abbiamo invece esposto un’opera che precede le edizioni multiple, un’immagine che racconta il nucleo originario del suo linguaggio».
E poi c’è Warhol: come proporlo in maniera inedita?
«Per Warhol abbiamo evitato i classici Flower o Marilyn, scegliendo opere su carta, collage, artist proof e soggetti meno immediati, come studi sulle pietre preziose e lavori più intimi. Pochi ricordano che Warhol fu anche uno dei primi artisti a lavorare in digitale: già nel 1985 sperimentava con il sistema Commodore Amiga, presentando opere digitali insieme a Debbie Harry. Ci sono poi le invitation cards che erano proprio delle cartoline che anche al giorno d’oggi si possono fare, che magari riprendevano la locandina della mostra o alcuni soggetti presenti in mostra.
Warhol, durante le premiere, firmava quelle che aveva e queste venivano regalate agli ospiti. Sono cose che poi negli anni hanno preso valore e quindi oggi vengono vendute anche come opere laterali. Nascevano proprio così, come cartoline omaggio, date a chi partecipava agli opening delle mostre. Infatti molte, sul retro, hanno anche la dicitura di Leo Castelli, che è il gallerista più famoso che ha trattato Warhol, con la descrizione della mostra, l’anno e il tipo di occasione».

Che cosa ci raccontano gli Anni Ottanta sulla New York e sul modo di fare arte di oggi? Quanto di quell’urgenza, quell’energia espressiva, è rimasto?
«Molti artisti contemporanei continuano a riprendere quell’energia visiva: fumetto, immaginario popolare, icone riconoscibili. Lo vediamo ancora nella street art contemporanea, ma anche nella forza politica di artisti come Banksy, capace di trasformare urgenza sociale in immagine. In Italia questo accade con realtà come Orticanoodles o nel fumetto con Zerocalcare: quando c’è un messaggio forte, il linguaggio rimane».
C’è stata un’opera che avete inseguito e che non siete riusciti ad avere?
«Sì, volevamo esporre una tela a colori di Jean-Michel Basquiat, però non siamo riusciti a inserirla. C’è sempre qualcosa che si vorrebbe avere e non si riesce».
E tra quelle in mostra c’è qualche aneddoto particolare?
«Vorrei sottolineare, per quanto riguarda il mondo di Warhol, che la fondazione non autentica più da vari anni e quindi, nel mondo di questi artisti, è fondamentale avere tutte le certificazioni corrette. Per esempio Basquiat ha ancora una fondazione attiva, ma sia Haring sia Warhol appunto non autenticano più. Questo è molto importante soprattutto quando ci si trova davanti a opere uniche, quindi fuori edizione. Se un artista ha realizzato 250 esemplari e poi ha fatto delle prove, è fondamentale che, se non sono firmate o numerate, abbiano almeno il timbro della fondazione. E serve per evitare i falsi».

Quanto è fiorente il mercato del falso per questi artisti contemporanei?
«Purtroppo è ancora molto presente. Solo l’anno scorso abbiamo aiutato i carabinieri in un’operazione in cui sono state sequestrate circa 3000 opere false solo di Banksy. Spesso vengono vendute come pezzi unici. Anche lui negli anni si è tutelato con il sistema Pest Control, che all’inizio non esisteva, poi ha capito che era necessario proteggersi. Molte opere vengono vendute su eBay o anche attraverso corniciai – e non ce l’ho con i corniciai, assolutamente – ma magari anche loro si fidano di chi gliele propone. E così si trovano pezzi unici su cartone venduti a 2000, 3000, 4000, 5000 euro: già questo dovrebbe far capire molto. Quindi sì, purtroppo il falso continua a proliferare».
Che tipo di pubblico sta arrivando?
«Siamo ai primi giorni, però è una mostra che sta catturando sia i giovani sia un pubblico più maturo. Sono artisti che attraversano più generazioni: Warhol è conosciuto da tutti, gli street artist più moderni attirano molto i giovani, ma anche i ragazzi studiano artisti come Haring e Warhol nei manuali di storia dell’arte, quindi sono molto interessati. E poi il fascino degli anni Ottanta e di New York City rimane qualcosa di eterno».
LEGENDARY 80S: BASQUIAT, SCHARF, HARING & WARHOL
Galleria Deodato Arte – Milano, Via Nerino 1
Fino al 28 marzo
Da lunedì al sabato 10.30 – 14.00 15.00 – 19.00 / Domenica chiuso
Immagini PF e da Ufficio Stampa, crediti indicati