Alla Galleria 10 Corso Como di Milano un secolo di fotografia racconta l’evoluzione del mito della frontiera americana. L’intervista al curatore Alessio de’ Navasques.

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L’idea dell’American West è una delle narrazioni più evocative della cultura moderna. Un territorio reale e insieme una costruzione simbolica che nel tempo ha alimentato cinema, letteratura, fotografia e immaginario collettivo. Non a caso, ancora oggi, la percezione della frontiera resta intimamente connessa con la promessa di libertà, futuro ma anche luogo di solitudine e di confronto con la natura.

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È questa stratificazione di significati che esplora The New American West: Photography in Conversation, la mostra ospitata fino al 7 aprile alla Galleria di 10·Corso·Como a Milano. L’esposizione – inserita nel circuito Off di MIA Photo Fair BNP Paribas 2026 – propone un percorso visivo che attraversa quasi un secolo di fotografia, mettendo in dialogo opere contemporanee e immagini storiche.

Co-curata da Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg e Carrie Scott, la mostra riflette su come l’idea del West sia stata costruita, trasformata e continuamente reinterpretata attraverso lo sguardo fotografico. Non un’unica narrazione, ma un mosaico di prospettive che attraversa il Novecento fino al presente.

Alexei Riboud Central El Paso. El Paso, Texas, USA, 2024 Image size 39.2 x 49 cm. Paper size 46.2 x 56 cm Pigment print on archival cotton rag. Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Il risultato è una sorta di conversazione visiva tra generazioni di autori: accanto agli scatti contemporanei di Maryam Eisler e Alexei Riboud compaiono fotografie provenienti dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, firmate da alcuni dei più grandi maestri della fotografia americana.

Il West tra natura, città e solitudini urbane

Il percorso espositivo ripercorre l’evoluzione dello sguardo fotografico sul West. Nelle immagini dei primi decenni del Novecento, il paesaggio appare quasi metafisico: montagne, deserti e cieli immensi diventano simboli di una natura grandiosa e primordiale. Le fotografie di Ansel Adams ed Edward Weston restituiscono questa dimensione epica, trasformando il territorio in un luogo di contemplazione e spiritualità.

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Con il passare dei decenni, però, la visione cambia. Il West non è più soltanto una frontiera naturale, ma diventa uno spazio sociale e urbano. E con l’espansione (sub)urbana, lo sguardo si fa più analitico: accanto ai paesaggi, ecco emergere la dimensione profondamente umana del West. Ma l’esposizione esplora anche il legame tra fotografia e cinema. Il West emerge così come un immaginario condiviso, alimentato da arti diverse e continuamente rielaborato.

Cuore della mostra è il dialogo tra le fotografie storiche e il lavoro recente di Maryam Eisler e Alexei Riboud, nato da un viaggio compiuto nel 2024 attraverso Texas, New Mexico, Arizona e Utah. Sulle tracce della pittrice Georgia O’Keeffe. Così, se Eisler adotta uno stile cinematografico, emotivo e carico di tensione psicologica; Riboud sceglie, invece, uno sguardo più essenziale, architettonico e contemplativo.

Exhibition view ©Alessandro Saletta – DSL Studio

L’intervista al curatore Alessio de’ Navasques

Come è stata pensata questa mostra?
«Ci troviamo nel cuore della mostra: una doppia prospettiva, un doppio sguardo su larga scala sui luoghi del West americano. La mostra racconta la visione dei due artisti, Alexei Riboud e Maryam Eisler, che si pongono una domanda: che cosa rappresenta oggi l’American West? È ancora uno spazio di libertà, uno spazio di confine, un luogo in cui scappare e sognare l’America, oppure è cambiato? Da questa domanda partono diverse direttrici che mettono in dialogo il lavoro contemporaneo dei due artisti con i grandi maestri della fotografia americana. Come Edward Weston, Paul Strand, Ansel Adams, Robert Adams, Diane Arbus e molti altri».

Una delle cose che colpisce al primo sguardo è proprio il rapporto tra gli scatti in bianco e nero e quelli contemporanei.
«L’idea è riattivare alcune questioni legate all’immaginario dell’American West – quasi dei cliché – attraverso il confronto tra le fotografie contemporanee e l’archivio storico di Howard Greenberg, grande gallerista e mercante di fotografia. Grazie a questo archivio è possibile ammirare i grandi maestri della fotografia americana, che proprio nel West hanno trovato uno dei luoghi privilegiati per esprimersi.

Wim Wenders Entire Family, Las Vegas, New Mexico, from the series, “Written in the West”, 1983 Image size 33.3 x 41.9 cm Dye transfer print; printed 1989. Courtesy of Howard Greenberg Gallery and the artist

Fotografi come Weston e Adams hanno contribuito a definire la fotografia come mezzo espressivo autonomo, indipendente dalla pittura: inventano un linguaggio fatto di luce, prospettive e ombre. E c’è un’intera parete dedicata all’evoluzione di questo sguardo: dalla natura come soggetto, al confronto con l’industria e con l’urbanizzazione, fino ai luoghi dell’abbandono e della trasformazione. C’è poi una sezione dedicata ai nativi americani, agli aspetti cinematografici e alla dimensione narrativa senza tempo di questi luoghi».

Quanto la cinematografia ha attinto da questo immaginario e quanto, poi, la stessa fotografia ne è stata influenzata?
«È un rapporto doppio: fotografia e cinema sono legati a doppio filo. Il West è il luogo della mitologia americana e quella mitologia nasce in gran parte anche da Hollywood. C’è una fotografia scelta proprio per questo motivo: uno scatto legato al film The Misfits, il celebre western che segna un po’ la fine di un’epoca del genere. È l’ultimo film di Marilyn Monroe e Clark Gable, ed è un western tragico, che riflette proprio su questa trasformazione del mito del West. Quella fotografia dialoga con luoghi reali – come hotel e paesaggi dove sono stati girati molti film – e richiama una narrazione che, in qualche modo, non si è mai spenta. È un immaginario sempre vivo e attuale».

Bruce Davidson – Miller, Huston, Gable, Monroe, Clift and Wallach on set of Misfits, 1960 Gelatin silver print. Printed later 51 x 41 cm

Anche i luoghi dell’abbandono, pur senza presenze umane, raccontano molto dell’umanità e di una certa solitudine…
«Sì, la solitudine è un tema centrale. Il West, per me, è soprattutto un luogo mentale. La mostra dimostra come, ieri come oggi, il West sia uno spazio di introspezione: un luogo in cui fare i conti con se stessi, reinventarsi, immaginare nuove possibilità. Il confronto tra uomo e natura, oppure il confronto con la propria interiorità, è un elemento fondante di questo immaginario. È proprio il West a generare questo tipo di narrazione che ritorna non solo nella fotografia, ma anche nella pittura americana. Io mi occupo anche di moda e posso dire che questo tipo di fotografia è alla base di molta fotografia di moda, soprattutto dagli Anni ’70 e ’80 in poi».

C’è un pubblico particolare a cui si rivolge questa mostra?
«Questa mostra parte da un concetto aperto: due fotografi contemporanei riattivano un archivio storico e riaprono una riflessione su questi luoghi. L’idea è allargare il pubblico, invitando chiunque a visitarla. Si può venire semplicemente per ammirare delle belle fotografie, ma anche per porsi delle domande sul mondo in cui viviamo oggi. Il percorso permette di apprezzare il passaggio dalla fotografia storica – molto costruita, attenta al dettaglio – a quella contemporanea, più intuitiva, più cinematografica e grafica».

In questo dialogo tra epoche e linguaggi emerge con chiarezza una conclusione. Il West non è solo un luogo geografico, ma un territorio simbolico che continua a interrogare la cultura contemporanea. E forse è proprio per questo che la frontiera continua a parlarci come domanda aperta su noi stessi, l’immaginazione, la memoria e lo spazio che ci circonda.

The New American West: Photography in Conversation
A cura di Alessio de’ Navasques, Howard Greenberg, e Carrie Scott
Galleria 10·Corso·Como – fino al 7 aprile 2026
Tutti i giorni: 10.30 – 19.30 / Ingresso libero.

Immagini da Ufficio Stampa, crediti indicati / In copertina: Exhibition view ©Alessandro Saletta – DSL Studio

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