La voce italiana di All Might racconta il finale dell’anime tra responsabilità, passaggi di consegne e il legame con una generazione di spettatori.
Con l’inizio della Final Season di My Hero Academia, uno degli anime più amati degli ultimi dieci anni si avvia verso il suo momento più delicato: quello dell’addio. Un finale che parla di passaggi di consegne, di eredità emotive e di cosa significa smettere di essere l’eroe di riferimento per lasciare spazio a chi verrà dopo.
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In Italia, la voce di questo passaggio ha un timbro preciso: quello di Lorenzo Scattorin, doppiatore di All Might, simbolo assoluto della serie. Scattorin ci racconta il suo rapporto con il personaggio, la responsabilità di interpretarlo, il legame con il pubblico più giovane e il significato profondo del lascito di My Hero Academia, che va ben oltre l’azione e i superpoteri.

My Hero Academia: intervista a Lorenzo Scattorin
Come ti avvicini alla fine di questo viaggio?
«Mi dispiace molto. Nel mio lavoro faccio tanti prodotti di questo genere, io amo chiamarli cartoni animati. Parlando con mio figlio, lui mi ha detto una volta: Tu fai tante cose, però per me il riferimento numero uno è My Hero. Non avevo mai messo a fuoco questo aspetto e mi ha colpito molto. Ogni tanto guardiamo gli episodi insieme, a volte se li guarda per conto suo, ma guai a dirgli qualcosa mentre è impegnato con le puntate. Ti risponde: Lasciami in pace!».
All’inizio non pensavi che l’impatto di My Hero Academia potesse essere così forte?
«Ho imparato ad apprezzarlo con un filo di ritardo. Credo di aver centrato abbastanza bene il personaggio di All Might da subito, ma non la portata di My Hero Academia come prodotto. E questo mi dispiace, perché l’ho valutato solo in un secondo tempo come meritava. Non che lo snobbassi, ma in cuor mio non lo mettevo sul podio nei primi tre posti. Invece adesso lo faccio, e lo faccio eccome! Anche perché ho un’età in cui lo spirito della storia di My Hero, almeno per come l’ho vissuta e la vivo io, mi ha emozionato, mi ha fatto riflettere.

Trovo dei punti in comune molto importanti nella mia vita personale: il concetto del passaggio da una condizione all’altra, del passaggio di consegne che, nella vita di una persona della mia età, può essere anche un po’ anticipato come argomento. Eppure è un qualcosa che ho sempre amato immaginare, perché arriva un momento in cui devi fare il punto della situazione, tiri le somme, decidi quello che devi lasciare: le famose consegne che lasci a chi ti succede. L’ho capito con un colpevole ritardo, però – quando l’ho capito – mi è esploso questo grandissimo amore incondizionato. Già c’era per il personaggio, anche se poi nelle ultime stagioni passa in secondo piano come è normale che sia».
Da doppiatore, come hai incarnato la doppia anima di All Might?
«Doppiare la sua doppia anima non è stato complicato. Ho trovato molte similitudini con me stesso: sono una persona che può essere il sole o la luna, il giorno o la notte, a seconda delle giornate. Non in senso lunatico, ma umano. Questo mi ha aiutato molto. Come spesso mi è successo nella mia carriera, ho voluto e potuto trasmettere qualcosa di mio nei personaggi. È chiaro che quando mi rivolgo alle persone non parlo come fa lui».
Qualcosa su cui hai dovuto lavorare in particolar modo?
«La risata è stata argomento di discussione all’inizio della lavorazione con il direttore. Parlo ormai di dieci anni fa. Io la contestavo e preferivo non farla. Come ho avuto modo di raccontare, abbiamo parlato più volte di questo aspetto finché lui non mi ha convinto. Ha fatto bene, perché aveva un’idea molto più ampia della storia rispetto a me, che ovviamente mi focalizzavo soltanto sul mio».
Ci sono state sfide particolarmente stimolanti?
«Sicuramente il suo passaggio, il suo scivolare da personaggio di riferimento. All Might se ne rende perfettamente conto. Non è il fatto di diventare sempre più debole o deperito, è proprio il concetto della figura dell’eroe a cui tutti quanti fanno riferimento, che piano piano viene scalzato nelle gerarchie. Devi accettarlo per forza fino alla fine. Ovviamente c’è il famoso ultimo round, un’ultima ripresa che è bellissima, esaltante. Lo so che ho più di 50 anni, ma quando intravedo queste cose mi emoziono e mi esalto ancora. Che poi sono le cose che ti consentono di mettere dell’anima, di mettere del sentimento.

Capisco che per tanti il cartone animato possa essere un po’ limitante, ma io l’ho sempre trovato trainante. Probabilmente perché faccio parte anche di una generazione di un certo tipo: sono degli anni ’70 e questo passaggio lento dal proscenio alla quinta mi emoziona. Da attore teatrale, è una metafora molto profonda».
Hai sentito un forte senso di responsabilità?
«Ho sentito la responsabilità di fare qualcosa che piacesse non a tutti, come avevo la presunzione di dover o poter fare all’inizio dei miei anni, ma che potesse piacere alla maggior parte, a più persone possibili. È uno di quei personaggi con cui devi stare attento a non sbagliare, senza voler fare troppo il prezioso. All Might è molto rappresentativo e volevo che entrasse nel cuore dei ragazzi, di chi seguiva la serie. Sbagliarlo, renderlo piatto o poco affascinante, non permettergli di entrare sotto pelle a chi seguiva la serie, sarebbe stata una cosa che non mi sarei perdonato.

Ho avuto la fortuna nella mia vita di non incappare praticamente mai in questo tipo di situazione. Però non sai mai quello che ti succede, quando abbracci un nuovo progetto non lo sai come va a finire. All’inizio ti fai guidare, vai a sentimento, però sei anche al buio, a tentoni. Eventualmente hai la possibilità di correggere, però se l’errore te lo porti dietro il rischio di rovinare il personaggio è alto. Quindi il mio obiettivo era principalmente quello, come sempre, di non creare un danno, ma cercare anzi di dare un valore aggiunto al personaggio».
Com’è il tuo rapporto con la community?
«Il rapporto con i ragazzi, senza voler passare per modesto, probabilmente me lo sono guadagnato con quello che ho fatto negli anni. Sono riuscito a rendere bene personaggi che sono stati la mia fortuna. Non tutti chiaramente, alcuni sono passati più sotto silenzio, ma altri sono stati fondamentali tanto nei videogiochi che negli anime. Evidentemente sono riuscito a fare un buon lavoro in questi anni, sono riuscito a entrare nel cuore delle persone, che poi è quello che cerco di fare. Io cerco, spero sempre, di creare un’affezione da parte di chi guarda, perché io una volta ero al posto loro.

Sono cresciuto con i Malaspina, che facevano Actarus, Hiroshi Shiba. Sono cresciuto con le voci di Mazinga, con il Lupin di Roberto Del Giudice ed ero innamorato di quelle voci, capisci? Filosoficamente il processo mio è stato lo stesso: a me non sono mai interessati, perché sono molto stupido evidentemente, la fama e l’allure. Mi è sempre interessato, e ne ho fatto quasi una malattia, riuscire a fare bene quello che facevo per ottenere l’affetto e la riconoscenza di chi guardava. Se la gente si innamora di quello che faccio, vuol dire che ho fatto centro. Non è tanto il fatto di diventare famoso e riconoscibile vocalmente, ma avere l’affetto delle persone. Perché? Perché quelli che l’hanno fatto prima di me, hanno avuto il mio. Ecco, quello rincorro».
Qual è, secondo te, il lascito di My Hero Academia?
«È difficile dirlo, perché secondo me dipende molto da come ogni persona che ha seguito la storia, le varie stagioni, ha vissuto questo percorso. Sicuramente l’accettazione di lasciare qualche cosa, di lasciare che qualcuno prenda il tuo posto. Il concetto di amicizia, di credere in qualcuno che possa diventare il nuovo te. Lo stare uniti, onestamente sono tanti aspetti. Io ti direi probabilmente che tra tutti apprezzo l’idea dell’accettazione del passare la consegna a qualcuno. Il personaggio è arrivato a fine corsa e, in questo caso, non decide di morire con tutti i filistei, ma il suo lascito deve creare un nuovo corso. Lascia che il nuovo eroe prenda il suo posto, anche per far sì che lui non venga dimenticato.

Anche quello, secondo me, è uno specchio della vita, è quello che facciamo. Lo vedo con i figli, a cui cerchiamo di lasciare il meglio possibile. Poi sta a loro chiaramente e a quello che hanno assorbito da ciò che abbiamo insegnato: questo è quello che io ho assorbito da My Hero Academia».
Foto: © K. Horikoshi / Shueisha, My Hero Academia Project