Ricordi che lasciano il segno, Covid19

Per viva la consapevolezza di cosa può significare realmente ammalarsi di Covid
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Ricordi che lasciano il segno, Covid19

A volte nasce l’esigenza di raccontare una storia, forse perché riconosciamo noi stessi o forse perché l’urgenza è tale da non potervi mettervi rimedio se non condividendola. E’ così che abbiamo deciso, al di là di ogni polemica su #Vax e #Novax di proporvi un’esperienza di un nostro lettore sul covid19.

Ricordi che lasciano il segno”, è il titolo di un lungo post pubblicato da Marco, psicologo, su una pagina Facebook gestita con la moglie, anch’essa psicoterapeuta. Una pagina il cui titolo fa anche sorridere, Cor-Dolius, ma che rappresenta uno spazio dedicato al sostegno del lutto e alla death education.

A vedere la bio di Marco lo si percepisce subito come una persona, un professionista, che si è sempre messo a disposizione degli altri consapevole del suo ruolo civico di cittadino e, grazie alla sua esperienza e titolo, protagonista di molteplici iniziative a supporto di chi soffre quel dolore intenso della perdita.

Di immagini di sofferenza ne abbiamo viste molte e non possiamo dimenticare il dolore di chi non ha potuto neppure stare vicino ai propri cari. Un’emozione straziante che lascia il segno per tutta l’esistenza.  

La memoria è una cosa sacra, così abbiamo pensato su Revenews, la testata dedicata al mondo dei giovani, di realizzare una rubrica dedicata al mondo dei ricordi.. Con tutta la voglio di ripartire e di riabbracciare la vita pienamente non possiamo dimenticarci di cosa può essere questa malattia terribile che toglie quello di cui abbiamo più bisogno: l’aria.

“RICORDI” CHE LASCIANO IL SEGNO

Il 13 novembre 2020 (esattamente un anno fa), a una settimana dall’accertata positività da Covid, le mie condizioni di salute si aggravano; al punto che la dottoressa – che fino a quel momento ci aveva seguito solo telefonicamente (peraltro una giovane sostituta, essendo la nostra dottoressa “ufficiale” in quel periodo anche lei malata di Covid) – si decide ad inviarci un’USCA (Unità Speciale di Continuità Assistenziale) che si presenta a casa nostra nel tardo pomeriggio.

Dopo i tanti drammatici racconti ospedalieri ascoltati dai membri di COR-DOLIUM, il nostro gruppo di sostegno ai lutti Covid, sia io che mia moglie Simona siamo orientati ad evitare il ricovero in tutti i modi; ben presto però ci rendiamo conto che arrivati a questo punto non possiamo proprio fare altrimenti (e meno male che è andata così, mi dico oggi col senno di poi!): dopo avermi visitato, al termine di un incessante attacco di tosse causato da un semplice spostamento dal letto al bagno da me fatto per rendermi presentabile prima della visita, il medico ci dice con molta risolutezza che necessito di cure urgenti, e per vincere del tutto le nostre resistenze ci racconta di aver ricoverato persone con valori di saturazione anche molto migliori dei miei.

Ci persuade abbastanza facilmente in realtà, e di lì a pochi minuti arriva l’ambulanza. I sanitari, bardati come degli astronauti appena scesi dalla loro navicella spaziale, mi raggiungono in camera e quando mi fanno indossare la maschera dell’ossigeno mi rendo immediatamente conto di non poterne più fare a meno.

Così, mentre Frida spaventata abbaia all’impazzata agli operatori sanitari che mi accompagnano alla porta, io dopo un rapido saluto e un goffo tentativo di rassicurazione, salgo sull’ambulanza sotto gli occhi atterriti di mia moglie e mio figlio (e quelli della nonna, che assiste alla scena a debita distanza, essendo ormai l’unica in famiglia ad essere non positiva al Covid).

Più avanti, al mio rientro a casa, ci confideremo quello che sta passando per la mente di ciascuno di noi in questo preciso momento, e cioè la sensazione di rivivere direttamente una scena già sentita raccontare più volte dai nostri “dolenti” con una frase che faceva più o meno sempre così: “L’ho visto salire sull’ambulanza con le sue gambe, e poi non l’ho più rivisto”.

Credits: Marco Marhetti

Giunti all’ospedale verso le 18, resto a lungo (quasi un’ora) dentro l’ambulanza nel parcheggio fuori dal Pronto Soccorso, tanto che ad un certo punto il mio ossigeno di colpo finisce; subentra un breve momento di panico, ma per fortuna l’operatore riesce abbastanza rapidamente ad attaccarmi all’ossigeno dell’ambulanza.

Finalmente entriamo nel Pronto Soccorso, che è strapieno di gente. L’infermiera dell’accettazione, chiaramente molto pressata dal carico di lavoro, mi tempesta di domande sui farmaci da me assunti fino a quel momento, io però sono poco reattivo e confuso, e finisco per irritarla ancora di più. Per fortuna mi viene in soccorso l’operatore dell’ambulanza, che – prima a casa e poi durante mia lunga permanenza sul mezzo – aveva provveduto a raccogliere un’anamnesi piuttosto accurata della mia situazione.

Passata l’accettazione, mi fanno accomodare su uno dei lettini del PS e lì comincia per me una lunghissima attesa che ricordo come uno dei momenti più pesanti e difficili di tutta l’esperienza, essendo io in affanno, febbricitante, infreddolito, e col passare delle ore sempre più scomodo e indolenzito su quel lettino duro e stretto.

Per alcune ore vengo messo letteralmente in un angolo, isolato dagli altri da una tenda divisoria; intravedo il personale che corre da un paziente all’altro, ma nessuno sembra badarmi. Questo fatto da una parte mi snerva, dall’altra però quasi mi rassicura facendomi pensare che ci siano situazioni ben più gravi della mia. Due dei miei anziani vicini di letto lamentano problemi di minzione; a uno di loro l’infermiera inserisce il catetere con grande tribolazione, e mi terrorizza l’idea che anche a me possa di lì a poco venire riservato lo stesso trattamento.

Ad un certo punto, verso mezzanotte, si avvicinano a me un paio di infermiere, mi fanno alzare repentinamente per farmi un prelievo del sangue, una di loro tenta di ficcarmi in gola un tampone, e questo mi scatena immediatamente una grossa crisi di tosse (mamma come sono stato male lì!).

A quel punto si ritraggono per darmi un po’ di tregua, e da lì in poi mi accorgo che incominciano a guardarmi con occhi diversi.

Credits Marco M.

Successivamente, con la debita calma e accortezza, riescono a farmi il famigerato tampone, oltre a un prelievo emogas (il primo di una lunghissima serie, tutti piuttosto dolorosi perché si tratta di prelievi arteriosi anziché venosi), nonché una radiografia al torace.

Con il procedere delle ore l’assembramento di pazienti in PS sembra gradualmente smaltirsi. Soprattutto i pazienti più anziani vengono trasferiti nei vari reparti. Vicino a me c’è un altro “ragazzo” all’incirca della mia età, anzi poi scoprirò essere ancora più giovane di me.

Ad un certo punto sento che la dottoressa responsabile di turno del PS, che dal suo terminale gestisce i contatti con i vari reparti, al telefono con un collega ci nomina dicendo di avere due “giovani” che non la convincono, il primo per via dell’esito dell’RX torace e l’altro per l’esito degli esami del sangue.

Poco più tardi scopro di essere io il secondo: la dottoressa dalla sua postazione mi dice infatti che ha bisogno di tenermi sotto osservazione per alcune ore e che ogni 3 ore circa mi avrebbero fatto un emogas per poter valutare bene in quale reparto ricoverarmi, considerata da una parte la carenza di posti disponibili e dall’altra il fatto che una volta assegnato a un reparto potrebbe risultare poi più complicato farmi accedere a determinate cure in caso di un peggioramento del mio quadro clinico. Mi svela comunque che la sua ipotesi sarebbe quella di inviare me in Medicina e l’altro “ragazzo” in Pneumologia. Mi rinforzo così nell’idea di non essere tutto sommato in grave pericolo, perlomeno non quanto il mio compagno di sventura, a cui nel frattempo hanno fatto indossare il casco Cpap, e che dal letto di fronte incrocia spesso il suo sguardo al mio con un certo smarrimento.

Col trascorrere delle ore la mia permanenza al PS diventa sempre più faticosa, forse anche per via della febbre che sale, e infatti vedendomi tremare ad un certo punto mi portano delle coperte più pesanti. Alterno momenti di dormiveglia a momenti di ansia (rigorosamente non esternata, per quella sorta di pudore tutto mio che in certe situazioni mi spinge a non voler essere troppo “di disturbo” e a compiacere anche come paziente). La mia preoccupazione principale riguarda il cellulare, che infatti si sta scaricando e non c’è vicino a me una presa di corrente facilmente accessibile. So bene infatti quanto tenere un link di comunicazione con i familiari sia importante in questa situazione, sia per me che per loro; anche questo ci è stato ampiamente raccontato dai membri del nostro gruppo. Ad un certo punto mi sale letteralmente il panico quando realizzo che, nel caso in cui il cellulare si scaricasse del tutto, non sarei in grado di riattivarlo, dal momento che non mi ricordo il pin, avendo da poco cambiato la scheda telefonica. Allora con la poca carica rimasta, nel pieno della notte invio a Simona (a sua volta fiaccata a casa dal Covid) dei messaggi SOS con toni tra il disperato e l’impaziente/scorbutico affinché mi recuperi urgentemente la password tra le cartelline dello studio. Fortunatamente lei riesce a trovarlo e a comunicarmelo per tempo, con mio grande sollievo. Dal canto mio, trovo poi il coraggio di chiedere a un’infermiera di mettermi sotto carica il cellulare; tra l’altro glielo dovrò chiedere ancora, dato che la spina del caricatore è pure difettosa e le prime volte non riesce comunque a caricarlo.

Arriva finalmente il mattino e con esso un graditissimo the che mi riscalda un po’ e soprattutto mi disseta, anche se mi accorgo che faccio molta fatica a bere e mangiare senza la maschera dell’ossigeno.

Ma prima ancora mi portano il pappagallo, che uso per la prima volta in vita mia: che liberazione, dopo tutte quelle ore… Ma soprattutto, che sollievo sapere di poter fare la pipi anche senza il catetere!

Purtroppo la mia attesa non è ancora finita, non tanto perché non abbiano deciso dove mandarmi, quanto perché gli occorre del tempo per liberare un posto. Così rimango in PS anche per tutta la mattinata, e a quel punto mi sento davvero stremato.

Finalmente nel primo pomeriggio vengono a prendermi per portarmi su in reparto.

Dopo aver attraversato un lungo corridoio pieno di segnalazioni anticovid mi fanno accomodare in una stanza con un solo posto letto allestita in modo avveniristico, con un sacco di monitor e attrezzature da me mai viste prima.

Il letto è “full optional”, comodissimo, con tanto di materasso ad aria antidecubito; il contrasto col lettino del PS è talmente forte da farmi sentire quasi in un hotel a 5 stelle. Vorrei dormirci sopra per due giorni consecutivi!

Ad accogliermi c’è un infermiere che subito si prende cura della mia persona e delle mie cose con una professionalità e una gentilezza direi quasi commuovente.

Con grande delicatezza mi spoglia e pulisce ogni parte del mio corpo con dei panni inumiditi e igienizzanti, quindi mi fa indossare il camice dell’ospedale, spiegandomi che è l’unico indumento consentito in quel reparto.

Ripone i miei abiti e i miei effetti personali in un sacco, lasciandomi sul comodino solo il cellulare e il caricacellulare, sui quali ha apposto delle etichette adesive di riconoscimento.

Ed è proprio leggendo quelle etichette che mi accorgo di essere finito nientemeno che in terapia subintensiva!

In quel preciso momento realizzo non solo che le mie condizioni sono molto più gravi di quanto io immaginassi, ma addirittura di essere ad un passo da quello che fino a quel giorno avevo vissuto in pratica come il peggiore degli incubi possibili!

Non credo che potrò mai dimenticare tutto ciò, e sinceramente ho scelto di condividerlo perché penso che oggi sia più che mai utile tenere viva la consapevolezza di cosa può significare realmente ammalarsi di Covid.