Come si misura il valore di un progetto culturale? Non solo in termini di biglietti venduti o presenze registrate, ma attraverso i benefici reali che genera nel tempo, sulle persone, sui territori e sulle comunità. È da questa domanda, tutt’altro che teorica, che prende forma il contributo della professoressa Paola De Martini, docente del Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre, all’interno del progetto CHANGES.
Al centro del suo lavoro c’è il metodo SOFIA, sviluppato originariamente in un progetto europeo Horizon 2020 e oggi sperimentato e applicato in Italia grazie a CHANGES. Un modello di valutazione che ribalta la prospettiva tradizionale e propone un approccio olistico alla misurazione dell’impatto culturale.
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SOFIA, dall’Unione Europea la sperimentazione a Roma
«Il metodo SOFIA nasce da un desiderata dell’Unione Europea», spiega De Martini, «con l’obiettivo di offrire ai ricercatori e ai professionisti della cultura uno strumento condiviso per valutare gli impatti dei progetti nel settore culturale e creativo, non solo economici, ma anche sociali, ambientali e culturali».
La novità è tecnica ma anche profondamente culturale: SOFIA mette al centro gli impatti e non le sole performance, chiedendo di interrogarsi su cosa un progetto produce davvero, in termini di partecipazione, di identità, di benessere, di trasformazione dei contesti urbani e sociali.
Il progetto CHANGES ha rappresentato per il team di Roma Tre l’occasione di andare oltre la dimensione teorica. «Grazie ai fondi di CHANGES abbiamo potuto portare il metodo fuori dal contesto europeo e sperimentarlo sul territorio», racconta la professoressa. Il caso pilota è stato il progetto CARME, dedicato alla rigenerazione del centro archeologico urbano di Roma, con un focus particolare sul quartiere Celio e sul Museo della Forma Urbis.
Museo della Forma Urbis, un case study
Un contesto complesso, stratificato, dove il patrimonio archeologico dialoga con la vita quotidiana del quartiere. Ed è proprio qui che il metodo SOFIA mostra la sua forza. «Il punto fondamentale», sottolinea De Martini, «è riuscire a valutare questi progetti attraverso una prospettiva multidisciplinare, tenendo insieme dimensione economica, sociale, culturale e ambientale».
Nel caso della Forma Urbis, l’analisi parte dalla missione del museo: la cura del patrimonio, l’educazione, il rapporto con i cittadini. «Abbiamo lavorato a stretto contatto con la leadership del museo e con le sovrintendenze per esplicitare gli obiettivi principali», spiega. Da un lato le attività educative, rafforzate anche attraverso collaborazioni con università italiane e internazionali; dall’altro la relazione con il quartiere, costruita attraverso reti con associazioni culturali e iniziative condivise.
Misurare l’impatto, però, non significa limitarsi a contare eventi o visitatori. «La misurazione non è solo quantitativa», chiarisce la docente. «È fondamentale capire che tipo di riconoscimento i cittadini attribuiscono al museo, se le attività favoriscono un senso di appartenenza, se aiutano a recuperare una consapevolezza dell’identità storica del luogo».
Multidominio, persone e tempo
Il metodo SOFIA si fonda su tre assi principali: multidominio, persone e tempo. L’analisi multidominio consente di esplorare diverse aree di impatto; la prospettiva delle persone ribalta il punto di vista, coinvolgendo direttamente stakeholder, cittadini, studenti, operatori; la dimensione temporale permette di valutare i progetti ex ante, in itinere ed ex post, fino alla legacy a distanza di anni.
«Questo è un aspetto cruciale», osserva De Martini. «Raccogliere informazioni sugli impatti non serve solo a rendicontare, ma a orientare le strategie future. È uno strumento prezioso anche per chi governa le organizzazioni culturali e per i policymaker».
Non a caso, uno degli ambiti in cui il metodo può incidere maggiormente è quello della governance. Nel caso del Celio e della Forma Urbis, il lavoro è ancora in fase di analisi, ma le interlocuzioni sono già attive. «Attraverso il dialogo con i responsabili del museo, i policy maker e le associazioni del quartiere», racconta, «si possono individuare modalità di cogestione degli spazi, valorizzandoli come luoghi comuni e non solo come contenitori culturali».
Esperienze analoghe mostrano come l’applicazione di SOFIA possa avere effetti concreti. De Martini cita il caso del Teatro Akropolis, dove l’analisi degli impatti ha contribuito a riorientare gli investimenti, privilegiando non solo l’ampliamento fisico degli spazi, ma pratiche di residenza artistica e coinvolgimento dei cittadini. «È un esempio chiaro di come il metodo aiuti a ottimizzare le risorse», afferma, «spostando l’attenzione dal “fare di più” al “fare meglio”».
SOFIA diventa una piattaforma open access
Un altro tassello fondamentale del lavoro svolto in CHANGES è lo sviluppo di una piattaforma digitale open access, pensata per rendere il metodo SOFIA operativo e accessibile. «Siamo in fase beta», spiega la professoressa, «ma l’obiettivo è offrire uno strumento intuitivo per operatori culturali, studenti, ricercatori e finanziatori».
La piattaforma guida l’utente passo dopo passo: dalla definizione degli obiettivi alla scelta dei target, dall’individuazione degli impatti alla selezione delle metriche, fino alla valutazione dei rischi. «È un percorso manageriale guidato», sottolinea De Martini, «che restituisce un resoconto utile per dialogare con i finanziatori, con la governance e per riflettere sulla direzione intrapresa».
Roma Tre e SOFIA, un percorso didattico
Il trasferimento di queste competenze avviene anche nella didattica. Il metodo SOFIA è entrato nei Master di primo e secondo livello di Roma Tre dedicati alla gestione dei beni culturali. «I nostri studenti», racconta, «hanno spesso un background umanistico o architettonico. A loro forniamo strumenti manageriali tradotti in un linguaggio comprensibile e condiviso».
È qui che si gioca una delle sfide più rilevanti per il futuro del settore culturale. «Le competenze oggi devono dialogare», conclude De Martini. «La ricerca è sempre più interdisciplinare perché le sfide sono complesse. La contaminazione dei saperi è ciò che fa la differenza».
In questo senso, il progetto CHANGES non è solo un programma di ricerca, ma un laboratorio di visione. Un luogo in cui l’economia aziendale smette di essere un sapere distante dalla cultura e diventa uno strumento per renderla più sostenibile, più consapevole, più capace di generare valore condiviso.