Il progetto MoLULaP, raccontato da Martina Bernardi, ricostruisce la storia profonda dei Monti Lucretili intrecciando archeologia, etnografia e tecnologie digitali per leggere il territorio nella sua lunga durata.
C’è un paesaggio a nord-est di Roma che, a uno sguardo distratto, potrebbe apparire marginale, con i suoi boschi fitti e i crinali impervi. Ma è proprio qui, nei Monti Lucretili, che il progetto MoLULaP – Monti Lucretili Landscape Project, sviluppato all’interno del Progetto Changes, sta costruendo una delle ricerche più articolate sul rapporto tra territorio, comunità e memoria storica.
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A raccontare il MoLULaP è Martina Bernardi, ricercatrice del Dipartimento di Studi Umanistici di Roma Tre, che con il coordinamento del professor Riccardo Santangeli Valenzani ha condotto un lavoro di ricostruzione del paesaggio nella sua diacronia, senza privilegiare un’epoca rispetto a un’altra. Dal periodo preistorico all’età contemporanea, il progetto mappa e interpreta tracce materiali e immateriali, restituendo un’immagine complessa e stratificata di un’area che è stata tutt’altro che periferica.
Montefalco in Sabina, le tracce di una comunità
Le evidenze materiali includono siti archeologici, insediamenti rurali, strutture fortificate, manufatti legati alla vita quotidiana e alla difesa del territorio. Un caso emblematico è lo scavo del castello di Montefalco in Sabina, un villaggio fortificato medievale di cui si conosceva pochissimo e che le indagini stratigrafiche hanno permesso di datare tra il XII e il XIV secolo. Qui la materialità ha restituito oggetti domestici, strumenti d’uso quotidiano ma anche segni evidenti di una fase di militarizzazione: punte di freccia, dardi, elementi riconducibili a balestre. Tracce che raccontano una comunità strutturata, ma anche militarizzata, inserita in una rete strategica di controllo del territorio.

Accanto alla dimensione materiale, MoLULaP lavora con grande attenzione sull’immateriale. Il progetto ha attivato processi partecipativi con le comunità locali, raccogliendo memorie, saperi, tradizioni orali e conoscenze ambientali che diventano strumenti interpretativi fondamentali. È qui che entra in gioco l’approccio etnoarcheologico, che permette di colmare i silenzi lasciati dalla sola archeologia, ricostruendo pratiche, usi e processi culturali altrimenti invisibili.
Le comunità locali non sono semplici testimoni, ma parte attiva della ricerca. Le loro conoscenze hanno consentito, ad esempio, di ricostruire antichi percorsi di mobilità, funzioni oggi scomparse e attività economiche inattese. Tra queste, spicca il commercio della neve, praticato per secoli nei Monti Lucretili e destinato ai circuiti urbani, Roma inclusa. Un’attività fondamentale per la conservazione degli alimenti, l’uso medico e la refrigerazione, che nel tempo ha lasciato il posto ad altri sistemi produttivi, come il commercio del carbone. Un passaggio che racconta non solo un’economia, ma una trasformazione profonda del rapporto tra ambiente e società.
Etnoarcheologia e nuove tecnologie
L’ampiezza del territorio – circa 19.000 ettari – e la sua complessità morfologica rendono indispensabile l’uso di tecnologie digitali avanzate. GIS, telerilevamento, sensori LiDAR montati su droni permettono di leggere ciò che non è immediatamente visibile, superando i limiti delle sole ricognizioni di superficie. Queste, tuttavia, restano centrali all’interno di un approccio metodologico misto, che nel MoLULaP ha combinato indagini estensive, ricognizioni sistematiche e, solo in un secondo momento, scavi stratigrafici mirati. Un metodo che consente di costruire una visione coerente della trama insediativa nel tempo, evitando interventi invasivi non necessari.

Il progetto ha anche una forte valenza didattica e formativa. Studenti universitari, ma anche giovani e bambini del territorio, vengono coinvolti attraverso laboratori, visite agli scavi e attività divulgative. In un contesto segnato dallo spopolamento, queste iniziative diventano occasioni di riappropriazione del territorio e di costruzione di una consapevolezza condivisa del patrimonio.
Come sottolinea Bernardi, l’archeologia – e in particolare l’archeologia medievale – non è una disciplina rivolta al passato, ma uno strumento per leggere il presente e immaginare il futuro. Grazie alle tecnologie digitali e ai laboratori di archeologia del paesaggio attivi a Roma Tre, la ricerca si apre a competenze interdisciplinari, scientifiche e umanistiche insieme.
Nei Monti Lucretili, la ricerca condotta all’interno del Progetto Changes non studia solo ciò che è stato: costruisce un modello di ricerca partecipata, capace di intrecciare dati, persone e territori. Un paesaggio che, finalmente, torna a parlare.