Duffy torna a parlare del rapimento: «Ero stanca di nascondermi»

Dopo il lungo post sui social di qualche settimana fa, Duffy torna a parlare del rapimento e della violenza che la sconvolse. E lo fa con una lettera aperta sul suo sito ufficiale.
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A fine febbraio 2020 aveva commosso e sconvolto tutti con un lungo post – confessione sui profili social. La cantante Duffy torna a parlare attraverso una lettera aperta della terribile esperienza che ha dovuto affrontare. “Sono stata violentata, drogata e tenuta prigioniera per qualche giorno”, raccontava qualche settimana fa spiegando così anche il lungo silenzio artistico che era seguito a un esordio brillante.

Sul sito ufficiale dell’artista è, infatti, stato pubblicato un intenso racconto con il quale Duffy sfoga tante emozioni finora tenute per sé. “Mi preoccupa il fatto che questa storia contenga dolore, quando tante persone in questo momento hanno bisogno del contrario. – esordisce la gallese – Posso solo sperare che le mie parole siano una distrazione momentanea o magari possano essere di un qualche conforto che si possa uscire dall’oscurità.”

Ricordo le parole di Maya Angelou che una volta disse: ‘Non c’è agonia più grande che portare dentro di te una storia non raccontata’ e io oggi condivido la mia con voi.

La scelta di raccontare

“Ho pubblicato le parole che ho scritto, qualche settimana fa – continua Duffy – perché ero stanca di nascondermi. Di non sentirmi mai libera o senza fardelli. Ero così intrappolata nella mia storia come fosse un segreto oscuro. Mi ha reso sola e mi ha fatto sentire sola.”

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Il racconto procede, quindi, ricco di dettagli (anche emotivi) e la stessa artista mette in guardia il lettore: “Per favore, salta le prossime venti righe se non vuoi leggere l’esatto resoconto del rapimento”… “Era il mio compleanno. Sono stata drogata al ristorante, e poi ancora per quattro settimane e portata in un altro paese. Non mi ricordo essere salita sull’aereo. Sono stata messa in una stanza d’albergo e il carnefice è tornato e mi ha stuprata.”

Mi avrebbe potuto uccidere. Ho pensato di scappare nella città più vicina mentre dormiva, ma non avevo soldi e avevo paura che avrebbe chiamato la polizia, lui, e forse mi avrebbero considerata una persona scomparsa.

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E ancora: “Non so come ho avuto la forza di passare quei giorni. Ho sentito la presenza di qualcosa che mi ha aiutata a restare viva. Sono tornata in aereo con lui, sono rimasta calma, per quanto uno può restare calmo in una situazione del genere, e quando sono tornata a casa mi sono seduta, confusa, come uno zombie.

Sapevo che ero in pericolo di vita, lui mi aveva detto in modo velato che mi voleva uccidere. Con le poche forze che avevo, il mio istinto mi diceva di correre, correre e trovare un posto dove vivere e dove lui non mi avrebbe trovata.”

Dopo il rapimento, la psicologia

Ed ecco la salvezza grazie a una conoscente: “È venuta a casa mia e mi ha vista sul balcone avvolta in una coperta che guardavo nel vuoto. Mi ha detto che ero gialla e che sembravo una morta. Era spaventata ovviamente ma non voleva interferire, non aveva mai visto niente del genere.”

Nelle settimane seguenti Duffy si è quindi affidata a una psicologa esperta in violenze sessuali. “Nelle prime otto sedute non riuscivo a guardarla negli occhi, il contatto visivo era una cosa che non riuscivo a mantenere. Il pensiero di riuscire a riprendermi mi sembrava impossibile.” Un percorso lungo, dunque, fatto di tanto dolore.

Quando canto, mi sento come un uccello. Ma si tratta direttamente di questo: lo sto facendo per essere liberata, in ogni parte di me. Quello che verrà resta da vedere.

Infine, Duffy spiega l’esigenza di raccontare questa tragedia e il coraggio di parlare: “Viviamo in un mondo che ci ferisce e non mi vergogno più del fatto che qualcosa mi abbia ferita profondamente. Credo che, se parli con il cuore, il cuore degli altri ti risponda.”

Foto Kikapress