La metamorfosi secondo Wu Jian’an alle Terme di Diocleziano

C’è un senso di inafferrabilità ogni volta che metto piede nelle Terme di Diocleziano. Non è solo la scala monumentale o il peso dei secoli: è la sensazione che il tempo non sia lineare, che le epoche si sovrappongano e si confondano. In queste settimane (fino al 17 maggio), a incrinare ulteriormente questo equilibrio è la mostra di Wu Jian’an, che trasforma le architetture romane in un territorio instabile, dove nulla mantiene davvero la propria forma.

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È qui, nelle Aule X e XI delle Terme, che il Museo Nazionale Romano ospita Metamorphoses. L’arte che trasforma, prima mostra in un museo italiano dell’artista cinese Wu Jian’an (Pechino, 1980), a cura di Umberto Croppi per la Fondazione Berengo. Un progetto che non si limita ad occupare uno spazio monumentale, ma lo attraversa e lo mette in tensione, costruendo un percorso immersivo in cui materiali, tecniche e immaginari si stratificano: dal vetro di Murano soffiato a mano alle installazioni monumentali in cuoio, fino alle complesse composizioni in carta, cucite, dipinte e sovrapposte.

La metamorfosi come condizione, non come tema

Il punto, però, non è il dialogo tra culture. È la trasformazione come condizione permanente. Il riferimento alle Metamorfosi di Ovidio – nec species sua cuique manet, «nessun essere mantiene la propria forma» – non è un rimando colto, ma una chiave di lettura che attraversa tutta la mostra. Wu Jian’an intreccia questo immaginario con il pensiero taoista del cambiamento continuo, costruendo un linguaggio visivo in cui nulla è definitivo: le immagini si moltiplicano, si sovrappongono, si dissolvono e riemergono altrove.

Masks

Nell’Aula X, le grandi installazioni in cuoio – come Masks e The Heaven of Nine Levels – costruiscono uno spazio quasi rituale. Centinaia di forme intagliate si dispongono come presenze sospese, evocando un sistema di relazioni tra umano, natura e cosmo. Il materiale stesso, legato alla tradizione dei tamburi orientali, porta con sé un’idea di risonanza: ogni figura sembra parte di un organismo più grande, in continua trasformazione.

Tra rituale e materia: il corpo delle opere

Nelle sale successive, la serie Incarnations spinge questa logica ancora oltre. Le immagini, composte da centinaia di elementi sovrapposti, generano figure che non sono mai una sola: identità multiple, instabili, in movimento. È qui che la metamorfosi smette di essere un racconto mitologico e diventa una condizione visiva, quasi fisica.

Diverso ma coerente è il lavoro sul vetro della serie Invisible Faces: forme trasparenti, sospese, che cambiano a seconda della luce e dello sguardo. Non sono mai completamente afferrabili, e proprio per questo sembrano esistere in uno stato intermedio, tra presenza e scomparsa. Un materiale che Wu Jian’an ha incontrato per la prima volta alla Biennale di Venezia del 2017 e che, come osserva Croppi, «porta con sé una tradizione, una memoria, ma anche una possibilità continua di trasformazione». Qualità che lo rendeva, in fondo, inevitabile per un progetto come questo.

Non è un caso, allora, che il punto più interessante della mostra non sia tanto l’incontro tra culture, quanto il modo in cui queste differenze restino visibili. Come ha sottolineato la direttrice del Museo Nazionale Romano Federica Rinaldi, la metamorfosi è un processo che accompagna da sempre la storia dell’uomo, non solo nelle sue trasformazioni fisiche, ma anche in quelle interiori: «L’idea che la vita sia qualcosa di dinamico, in continuo mutamento – dice – attraversa tutta la nostra esperienza». In questo senso, la varietà dei materiali – dal cuoio alla carta, fino al vetro – diventa un modo per fissare il movimento, senza mai immobilizzarlo davvero, come se ogni opera trattenesse solo temporaneamente una trasformazione ancora in atto.

Connessioni profonde

È proprio dentro questa distanza, più che nella fusione, che la mostra trova la sua forza. Come osserva il curatore Umberto Croppi, «spesso si dice che l’arte sia un linguaggio universale, ma non è così: ogni cultura sviluppa codici e forme proprie». In particolare, la differenza tra Oriente e Occidente diventa qui centrale: «In Cina non esiste davvero l’idea di opera definitiva. – commenta Croppi – Un lavoro può trasformarsi nel tempo, arricchirsi, continuare a vivere. Esiste una pratica dell’arte tradizionale che non si interrompe. In Europa, invece, la tradizione è diventata storia: qualcosa che si studia, ma che raramente prosegue come pratica viva».

È a partire da questa frattura che Wu Jian’an costruisce il suo lavoro, cercando connessioni più profonde. «Non si tratta di trovare un punto medio tra due culture – continua Croppi – ma di scavare nelle differenze fino a far emergere elementi comuni, legati al mito, alla trasformazione, al corpo». In questo senso, le Terme di Diocleziano non sono solo un contenitore, ma una parte attiva del progetto: «Qui – conclude – la trasformazione è già inscritta nello spazio. Le terme erano un luogo di passaggio, in cui il corpo cambiava stato, si spogliava, attraversava diverse condizioni. Sono architetture che parlano di trasformazione».

Ed è proprio questa continuità, più che un semplice dialogo tra epoche, a rendere la mostra straordinaria. Non una sovrapposizione tra antico e contemporaneo, ma un riconoscersi reciproco dentro la stessa instabilità. Alla fine, più che le opere, è lo sguardo ad uscire trasformato. Qui nulla resta fermo. Nemmeno chi guarda.

Foto: Ufficio Stampa