Dal 28 novembre il Palazzo di Città di Cagliari apre le sue sale alla prima grande mostra sarda dedicata ad Antonio Ligabue, figura ribelle e visionaria del Novecento italiano. Con 60 capolavori tra oli e disegni, l’esposizione invita a rileggere il cosiddetto “Van Gogh italiano” mettendo al centro la potenza espressiva della sua pittura piuttosto che i miti biografici che ne hanno alimentato la leggenda.
Organizzata dal Comune di Cagliari tramite l’Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Turismo e i Palazzo di Città – Musei Civici, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna in collaborazione con Arthemisia, la mostra è curata da Francesco Negri e Francesca Villanti. Il catalogo è edito da Moebius e accompagna un percorso che attraversa l’intero arco creativo dell’artista.
Il “Van Gogh italiano”: fiere, autoritratti e vita contadina
A Cagliari il percorso espositivo si concentra sui temi centrali dell’universo di Ligabue: le scene di vita contadina, le carrozze, le troike, i postiglioni che rimandano alle stampe popolari e alla tradizione rurale, fino ai celebri autoritratti in cui il pittore affronta il proprio volto come un vero campo di battaglia interiore. Le sue opere non sono semplici rappresentazioni della realtà, ma visioni di un mondo interiore che esplode in colori accesi, pennellate vigorose e animali carichi di vita e di simbolo.
Le fiere sono un motivo ricorrente: tigri, aquile e leoni dipinti con un’energia quasi febbrile incarnano la forza istintiva dell’artista, mentre cavalli, buoi e cani domestici sono osservati con uno sguardo di empatia e dolcezza, a testimoniare il bisogno di affetto e appartenenza di un uomo spesso emarginato. In mostra compaiono opere come il raramente esposto Circo all’aperto (1955–1956), Leopardo nella foresta (1956–1957), Aratura (1944–1945), Diligenza con castello (1957–1958) e Autoritratto con berretto da fantino (novembre 1962), che restituiscono la varietà del suo immaginario.
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Un percorso cronologico tra tre periodi creativi
La mostra segue la scansione in tre periodi proposta dal critico Sergio Negri a metà anni Sessanta, permettendo al visitatore di cogliere l’evoluzione stilistica e tecnica di Ligabue. Nel primo periodo (1927–1939) le opere mostrano una certa ingenuità tecnica e cromatica, con colori tenui e diluiti, una tavolozza limitata di verdi, marroni, gialli e blu cobalto, e composizioni semplici incentrate su un’unica immagine, spesso legata alla vita agreste e agli animali feroci rappresentati con poca aggressività.
Nel secondo periodo (1939–1952) l’artista padroneggia meglio colore e linea, costruendo scene più complesse e dinamiche. La materia pittorica acquista spessore, i toni si fanno più caldi e la tavolozza si arricchisce di molteplici tonalità di giallo, terra di Kassel, blu di Prussia e rosso carminio. Nel terzo periodo (1952–1962), il più prolifico, il segno nero che contorna le figure diventa più marcato e continuo, mentre compaiono giallo limone, terre di Siena, giallo cadmio e bruno Van Dyck, con un abbondante uso di bianco di zinco che rende le immagini ancora più incisive.
La vita di un artista emarginato e visionario
Accanto al focus sull’opera, l’esposizione richiama anche le tappe essenziali della biografia di Ligabue, nato nel 1899 a Zurigo da madre di origine bellunese e padre ignoto, affidato fin da subito a una famiglia svizzera e segnato da problemi psichiatrici, internamenti e dall’espulsione dalla Svizzera nel 1919. Mandato a Gualtieri, nel Reggiano, dove non parla italiano e viene soprannominato “el Matt” dagli abitanti, trova nell’arte la sua forma più autentica di riscatto.
Determinante è l’incontro, tra il 1928 e il 1929, con Renato Marino Mazzacurati, che ne riconosce il talento e lo guida nell’uso del colore. Dopo anni di ricoveri psichiatrici e di vita ai margini, dal 1948 Ligabue inizia a esporre in piccole mostre e a ricevere i primi riconoscimenti, fino alla malattia che lo colpisce nel 1962 e alla morte nel 1965. Il percorso al Palazzo di Città restituisce così non solo una straordinaria immersione visiva, ma anche una riflessione sul valore dell’arte come strumento di liberazione personale e di riconciliazione con il mondo.
Foto: Ufficio Stampa