Giorgio Verzotti, curatore della mostra ‘Hidetoshi Nagasawa. 1969-2018’, ci racconta il legame dell’artista con la Casa degli Artisti.

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Dal 4 aprile al 20 luglio 2024 – presso BUILDING, Galleria Moshe Tabibnia e Casa degli Artisti – è possibile visitare Hidetoshi Nagasawa. 1969-2018. Si tratta di una grande retrospettiva a cura di Giorgio Verzotti, dedicata a uno dei più grandi artisti operanti in Italia dalla fine degli anni Sessanta. La Casa degli Artisti, in particolare, dall’8 maggio al 4 giugno 2024 ospita un ulteriore approfondimento del progetto espositivo, aprendo le porte di quello che fu lo studio di Nagasawa dal 1978 al 2007. È un legame indissolubile, del resto, quello che lega l’artista nipponico alla città di Milano e non è un caso che l’atelier al primo piano sia stato dedicato proprio alla memoria dell’artista con una cerimonia ufficiale aperta al pubblico.

A raccontarci la storia che lega Hidetoshi Nagasawa a Milano e alla Casa degli Artisti è proprio il curatore Giorgio Verzotti. «Nagasawa doveva sposarsi, ma si era dato come impegno quello di passare un anno in giro per il mondo e poi tornare in Giappone. – ci racconta – Evidentemente non aveva soldi per fare viaggi costosi ed è quindi partito in bicicletta. Ha girato tutta l’Asia ed è arrivato in Turchia. Voleva tornare dopo un anno, ma lui raccontava che per combinazione sentì una musica. Era un concerto di Mozart che non aveva mai sentito. Si disse che la sua perlustrazione delle culture altre non fosse finita. C’era ancora l’Europa da esplorare. Prese un traghetto, arrivò a Brindisi e sempre in bicicletta attraversò Roma, Firenze fino a Milano. Qui la bicicletta gliela rubarono e lui lo prese come un segno del destino».

L’arrivo di Hidetoshi Nagasawa a Milano

Potrebbe sembrare incredibile, ma – da come ci racconta Verzotti – quel furto portò Nagasawa a convincere la moglie a trasferirsi a Milano. «Non proprio a Milano in realtà – precisa – perché costava molto come adesso. Si stabilì a Sesto San Giovanni, lavoricchiando per sopravvivere. Aveva conosciuto altri artisti ed iniziò subito questa relazione di scambio e amicizia con Luciano Fabro e altri ancora».

«La sua prima esperienza di vita sul territorio italiano è stata dunque quella della periferia, popolare. – dice Verzotti – Quella che un artista squattrinato si poteva permettere. Nagasawa ha trovato poi casa in Via San Gottardo, nell’attuale Chinatown. La Casa degli Artisti nacque nel 1978: Nagasawa, Fabro e altri la occuparono e rivitalizzarono: era un edificio abbandonato, fondato all’inizio del Novecento da due mecenati per promuovere l’arte contemporanea di quell’epoca».

Dal 1978, quindi, Hidetoshi Nagasawa, Luciano Fabro, Jole De Sanna ed altri artisti (come Paola Brusati e Giuseppe Spagnulo) restituirono la palazzina all’originaria funzione di centro cittadino di promozione dell’arte contemporanea, così come l’avevano concepita nel 1909 i Fratelli Bogani. Con questo obiettivo, nel corso degli anni si sono susseguite mostre di giovani artisti di fama internazionale, così come momenti di dibattito di teoria dell’arte, che hanno reso la Casa degli Artisti un punto di riferimento irrinunciabile sulla scena artistica dell’epoca. Basti pensare all’importante iniziativa di restauro dei Bagni Misteriosi di Giorgio De Chirico (1994), oggi visibili nel giardino del Palazzo della Triennale di Milano.

L’atelier di Nagasawa e la mostra

«Era l’atelier di Nagasawa – dice Verzotti – e non nel senso che era il suo studio. Era più un luogo d’incontro, venivano qua per discutere soprattutto con artisti più giovani di arte e della visione dell’arte comune. Tra lui e Fabro è nato un vero e proprio sodalizio e lo si vede in alcune opere che riflettono lo stile dell’altro. A tutti è sembrato giusto che la mostra di BUILDING, che già aveva due sedi, ne avesse una terza qui, nel luogo dove Nagasawa ha lavorato così tanto come artista e come teorico che riflette sull’arte e sulla sua funzione».

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Hidetoshi Nagasawa. 1969-2018 propone una piccola raccolta di opere che intendono restituire la dimensione più progettuale del lavoro quotidiano dell’artista. Tra i lavori presenti in mostra, un’importate scultura, Compasso di Archimede (1991), ben illustra la poetica di Nagasawa, tesa allo svelamento di rapporti di tensione ed equilibrio nel corpo stesso della scultura. A quest’opera si aggiunge una  selezione di disegni, maquettes e calchi preparatori. Tra questi quelli per Albero (1983), Lampo (1989) e Casa del Poeta (1999), che rendono l’idea del processo ideativo e creativo dell’artista e che per la maggior parte sono presentati al pubblico per la prima volta.

La scultura come corpo eterogeno, mai un unicum

«Lo spazio è ridotto – dice Giorgio Verzotti – per cui abbiamo deciso di esporre disegni che non sono mai stati visti. Ci sono alcuni bozzetti di sculture e due carte che sono opere compiute. Molte sculture di Nagasawa hanno una dimensione monumentale e non tutte riescono a stare in una galleria. Abbiamo deciso, su scelta di suo figlio, di esporre questo Compasso di Archimede perché, tra le altre possibili, sintetizza al meglio il discorso plastico di Nagasawa. Che non è mai presentazione di un corpo unico come è tradizione nostra. La sua scultura è sempre un corpo eterogeneo, mai un unicum».

Per Nagasawa, infatti, «la scultura deve perdere peso e deve poter volare». «È paradossale – dice il curatore – ma il suo intento era mettere insieme spunti della cultura orientale vicina allo zen. In questo caso, ci sono tre elementi di ferro che stanno insieme e costruiscono l’equilibrio della scultura. Sono tenuti insieme da questa gabbia che sembra leggera: questo rapporto di pesi dà un’idea scattante e di dinamismo, anche se è tutto virtuale. Sono elementi messi in condizione di esprimere energia in potenza». Anche il titolo dell’opera nasconde il fascino dell’arte di Nagasawa: «Voleva creare un ponte tra la cultura antica e la sua cultura d’origine. – dice Verzotti – In effetti, avrei dovuto pensarci prima come curatore. Per me, però, Nagasawa è stata una scoperta perché conoscevo il suo lavoro, ma filtrato da quello di Fabro. L’ho conosciuto solo tardi, quando ero direttore alla Fiera di Bologna. Posso dire dunque di aver riscoperto un artista che avevo dato per scontato. E la scoperta continua».

Intervista a cura di Marco Del Bene
Foto di Simone Panzeri courtesy BUILDING