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Parte da Roma la tournée 2026 de ‘Il Piccolo Principe’ diretto da Stefano Genovese: uno spettacolo che unisce prosa, musica e arti circensi. L’intervista al regista.

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È il libro più tradotto dopo la Bibbia, con più di 200 milioni di copie vendute nel mondo e una storia che continua a parlare – oggi come ottant’anni fa – ai lettori di ogni età. Quel capolavoro poetico e letterario che è Il Piccolo Principe torna nei teatri italiani, nella rilettura di Stefano Genovese che firma la regia di uno spettacolo con cui restituisce il mondo immaginifico di Antoine de Saint-Exupéry sospeso tra fiaba e filosofia.

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Nel 2026 il racconto più amato di sempre si aggiorna ina versione rinnovata e ancora più spettacolare, che prosegue un viaggio da 150.000 biglietti venduti dal 2023.

Il Piccolo Principe è un testo che vive da oltre ottant’anni in una dimensione fortemente simbolica e letteraria. In fase di regia, qual è stato il confine più delicato da attraversare tra fedeltà all’opera di Saint-Exupéry e necessità di tradurla in un linguaggio scenico contemporaneo?
«Il romanzo di Saint-Exupéry è, appunto, un romanzo, non un testo teatrale. È vero che ci sono dei dialoghi tra i personaggi, come fossero battute di una drammaturgia, ma il grosso del testo è una narrazione fatta di descrizioni di luoghi lontani, personaggi, sensazioni e osservazioni filosofiche. Vista la popolarità del testo, che non pochi hanno adottato come una filosofia di vita, ho voluto rispettare al massimo l’opera.

Ho quindi deciso di usare i dialoghi originali e rappresentare la parte romanzata attraverso tutti gli altri linguaggi che il teatro offre: scenografie, costumi, musiche, canzoni, arti circensi. E poi, già che abbiamo usato tutti i linguaggi del teatro, abbiamo pensato di coinvolgere anche tutti e 5 i sensi di ogni spettatore. Ma per scoprire come bisogna venire a teatro e lasciarsi meravigliare»

Quali sono state le scelte estetico-scenografiche? Come avete lavorato per trasformare il racconto in esperienza teatrale?
«In un racconto come questo, la parte visiva è fondamentale e in teatro è affidata a scene, luci e costumi. Abbiamo pensato che Saint-Exupéry ha scritto questo testo nel 1943 quando non esisteva nemmeno l’idea di andare nello spazio. Forse si è ispirato al Viaggio nella Luna di Meliès, un immaginario un po’ vintage per la sua epoca. Noi, quindi, lo abbiamo adattato ai nostri tempi rispettando l’idea di un gusto vintage del mondo extraterrestre, riferendoci alla prima serie Star Trek o ai primi Star Wars. Lo scenografo Carmelo Giammello e il costumista Guido Fiorato hanno perfettamente capito questa idea realizzando scene e costumi che hanno superato ogni mia aspettativa»

Se dovesse concentrare Il Piccolo Principe in uno scatto fotografico, cosa non potrebbe mancare?
«Un grande punto interrogativo. Lui è il bambino che riempie gli adulti di domande. Sembra lo faccia per conoscere il mondo ma in realtà lo fa per inchiodare gli adulti alle loro responsabilità, a quello che hanno dimenticato, a quello che predicano ai loro figli ma che poi non fanno»

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Immaginazione e parola. In un’epoca dominata dalla sovra-narrazione, quanto è importante restituire al pubblico anche uno spazio di riflessione?
«Più che un manuale di filosofia, Il Piccolo Principe è un piccolo compendio di vita quotidiana. Se non ci si riesce a immergere nel romanzo – perché inglobati nella vita quotidiana o distratti da mille input – il teatro resta lo spazio d’elezione per la riflessione. Un luogo dove non si può usare lo smartphone, si sta al buio. Un luogo sacro in cui persone reali davanti a noi mettono in scena uno spettacolo che, in quanto fatto dal vivo, è unico. Il giorno dopo, lo stesso spettacolo sarà diverso anche, e non solo, perché avrà un pubblico diverso»

Il Piccolo Principe viene spesso percepito come un’opera per l’infanzia, ma è un racconto che parla soprattutto agli adulti. Dal punto di vista registico, come si costruisce una visione che accolga più livelli di lettura?
«Rispettando questa natura di opera a più livelli di lettura. Nel mio caso, trattando il testo come un’opera per adulti nel quale anche i bambini si divertono e si meravigliano. Un esempio: il mio Piccolo Principe inizia con Space Oddity di David Bowie, che piace agli adulti e impatta sui bambini anche se non l’hanno mai sentita. Troppo spesso gli spettacoli per bambini sono pensati SOLO per bambini, quindi sono un po’ semplici, con una messa in scena “in stampatello” per farglieli capire…

E compiono così un doppio errore perché i bambini sono immaturi ma non sono stupidi, anzi: sono svegli e colgono dettagli che agli adulti sfuggono. E a loro piace che gli si parli come fossero adulti. Il secondo errore è che i bambini non vanno a teatro da soli, non prendono l’auto o la metro, non prendono il biglietto al botteghino e si siedono nel loro palchetto. Ci vanno con gli adulti e quindi lo spettacolo deve piacere anche a loro così torneranno a portare a teatro i bambini»

Dopo quattro edizioni e oltre 150.000 spettatori, lo spettacolo torna in una versione ancora più spettacolare. In che modo questa nuova edizione riflette una maturazione anche registica?
«In questi anni abbiamo consolidato il progetto iniziale. Il cast ha fatto proprio ogni personaggio, ha preso gli spazi e i tempi, si è affiatato. Quando capita, come quest’anno, che un membro cambi, il resto del gruppo ingloba il nuovo interprete e tiene compatto il gruppo. La cosa più difficile da spiegare finora è stata la classificazione di genere: nonostante le raccomandazioni e rettifiche, molti teatri lo hanno erroneamente classificato come un musical e invece è uno spettacolo teatrale che ingloba prosa, canzoni, musiche e arti circensi. Ma non è un musical»

Il tempo e la cura sono alcuni dei temi portanti della storia e sono anche nel DNA del teatro. Oggi, quanto è importante trasferire il loro valore a un pubblico che rischia di trascurarli?
«Non so quanto anche questo sia compito del teatro. Ha già così tante funzioni: tramandare, raccontare, far pensare, aggregare, denunciare, intrattenere. Circa la cura e il tempo penso che più che con la narrazione lo faccia con l’esempio. Per realizzare uno spettacolo ci vuole tanto tempo, ci sono dei tempi di pre-produzione lunghi fatti di ricerche e ideazione.

Per metterlo in scena ci vuole cura, attenzione e dedizione. La parte che preferisco di questo lavoro è quando la compagnia di attori e tecnici si trasferisce in un paese o piccolo centro con un teatro, si stabilisce lì per 4 o 6 settimane e mette in scena lo spettacolo. Anche se l’intera compagnia è di Roma o Milano, staccarsi dalla propria vita quotidiana credo sia fondamentale per la buona riuscita di una produzione»

Il calendario della tournée 2026

  • Roma – Teatro Olimpico da mercoledì 11 a domenica 22 febbraio
  • Napoli – Teatro Augusteo da venerdì 27 febbraio a domenica 1° marzo
  • Bologna – Teatro Celebrazioni da venerdì 6 a domenica 8 marzo
  • Firenze – Teatro Verdi da venerdì 13 a domenica 15 marzo
  • Legnano – Teatro Galleria da venerdì 20 a domenica 22 marzo
  • Assisi – Teatro Lyrick martedì 24 e mercoledì 25 marzo
  • Bari – Palatour da venerdì 27 a domenica 29 marzo
  • Ravenna – Teatro Alighieri sabato 11 e domenica 12 aprile
  • Civitanova Marche – Teatro Rossini martedì 14 e mercoledì 15 aprile
  • Bassano del Grappa – PalaUbroker da venerdì 17 a domenica 19 aprile
  • Lugano – Teatro LAC Lugano sabato 25 e domenica 26 aprile

I biglietti sono disponibili su TicketOne.

Immagini da Ufficio Stampa

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