Corrado Rustici: «L’arte deve andare contro la cultura popolare»

Corrado Rustici ci racconta 'Interfulgent' e in che modo un artista riesce a guardare oltre l'orizzonte, trovando un suono unico.
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Si intitola Interfulgent il nuovo album di Corrado Rustici che continua la sua esplorazione alla ricerca di un suono unico della chitarra, dopo il progetto Aham del 2016. Con Interfulgent, Corrado compie però un ulteriore passo in avanti e il chitarrismo si mescola ad una riflessione sulla società contemporanea, sempre più spesso incapace di guardare oltre l’orizzonte.

«Interfulgent è una parola latina, poco usata in italiano e più in inglese. – ci dice Corrado – Significa Brillare attraverso. Quando stavo lavorando all’album è scoppiata la pandemia. Mi sembrava un titolo interessante e giusto. Perché nell’oscurità che ci circonda, in questa risacca post moderna di appiattimento culturale, volevo uno sguardo verso qualcosa di speranzoso».

La copertina, non a caso, ci mostra «un mare e una tempesta che sta andando via». «L’oggetto luminoso siamo noi – precisa poi Corrado – e mi piace pensare che ci stessimo dando una mossa». Realizzata dall’artista polacco Michal Karcz, la cover dell’album viaggia tra i colori del bianco e nero, che ritroviamo anche nel video-poetry di Anna, diretto da Giuseppe Marco Albano.

«Il bianco e il nero ha un fascino incredibile. Non sono un grande fan di videoclip perché non faccio musica popolare. Volevo proporre immagini che potessero avere una connessione con la musica. E immagini di un mondo tra antico e moderno. Se la pandemia ci ha mostrato qualcosa, è l’impossibilità di convivere con noi stessi. L’assenza di distrazioni è la causa del nostro malessere. Volevo distaccarmi dal calderone popolare. Mi sto dedicando a fare qualcosa di artistico che non ha nulla a che fare con l’intrattenimento. Mi sono tirato fuori da quel mercato anche per questo».

Corrado Rustici e il valore dell’arte come punto di rottura

Non parla a caso Corrado. Nel corso della sua carriera, il chitarrista e produttore ha lavorato con nomi del calibro di Herbie Hancock, Whitney Houston, Aretha Franklin, George Benson ed Elton John. È stato produttore per artisti come Zucchero, Francesco De Gregori, Ligabue, Elisa, Andrea Bocelli, Negramaro e Francesco Renga. Insomma, nella musica cosiddetta popolare si è immerso completamente uscendone però desideroso di distaccarsene.

«All’inizio la mia spinta è stata la volontà di proporre un oltre l’orizzonte. Se hai la baldanza di chiamarti artista, devi riuscire a vedere più in là. L’arte serve a questo, ad andare contro la cultura popolare per aiutarla. C’è stato un periodo anomalo in cui le due cose si sposavano, perché la musica era legata a movimenti sociali e politici. Ora non ha ambizioni a farti riflettere o osservare cosa c’è da fare per migliorarsi. Credo che l’arte serva a quello e, per sua natura, deve essere bianca e non piacere».

«Prendi il rap americano. – ci spiega Corrado Rustici – Ormai parla solo di soldi e di come fregare gli altri. Il mio non è un binario verso una sola direzione. Puoi esplorare questa foresta interiore se riesci a sopportare la difficoltà. Non è facile perché non hai l’approvazione immediata del pubblico. Ora lascio agli altri quello spazio».

La ricerca di un nuovo chitarrismo

«Nel 2016 pubblicai Aham. – ci dice Corrado – Da diverse decadi ho un problema con la chitarra elettrica. Ha una veste molto vintage e per questo è stata messa da parte nella cultura contemporanea. In Aham cercai un modo per usare solo chitarra elettrica e acustica e tirarne fuori batteria e archi. Le sonorità di quel lavoro mi piacquero molto. Mi liberarono da alcuni schemi. Ed è stato il suono della chitarra a fare questo. Ho sviluppato quindi con la DV Mark un pedale e per me è stato liberatorio. Non sono più schiavo di un suono o di un chitarrismo che sentivo vecchio».

Perché la chitarra non è «limitata, ma ha tantissime possibilità».

«È la nostra immaginazione che limita quello che si può fare. Ho escogitato questo trucco per ottenere un corto circuito e pensare in modo diverso. Non sento più il bisogno di trovare escamotage tecnici. Ho trovato un suono mio, e questo è importante. Bisogna essere pronti a pendere batoste psicologiche tremende, ed è difficile accettare l’incapacità di fare cose. Trovo però che la cosa più bella della musica e dell’arte sia spronarti a cercare qualcosa che non avevi sentito prima. Scopri un tesoro».

L’intenzione era insomma quella di «ricollocare la chitarra in sonorità contemporanee».

«Mi sono dato questo limite e ho guadagnato la libertà di sperimentare nella composizione. – dice Corrado – Ho suonato le tastiere ma sentivo il bisogno di un contributo e sono stato contattato da Alex Argento, che per me è un musicista incredibile. Ci siamo ritrovati e credo che sia stata una collaborazione molto importante. Mi sono distaccato e sono diventato il produttore di me stesso. Ho analizzato le parti e sono stato più obiettivo. Alex è stato molto cauto, non si è imposto».

Corrado Rustici, il suono unico di Interfulgent e le influenze blues

C’è sperimentazione in Interfulgent, ma anche tantissimi riferimenti.

«Ho lasciato Napoli nel ’75, sono andato a Londra e poi in America. – ci racconta il chitarrista – Ho vissuto il momento magico di Napoli, c’era una comunità musicale importantissima. In America però mi sono confrontato con i mostri. E ho scoperto che di blues non capivo nulla. Il mio blues è più napoletano, europeo. Ho curato ciò che avevo imparato e mi sono diretto verso sponde ataviche. Son tornato a Napoli. Infatti Anna è stata scritta a Napoli nel 2019».

Della tracklist, The man from Yorkshire (Dedicated to A.H.) e G. on a sunny day sono nate alla chitarra, mentre gli altri brani partono dalla tastiera. Il viaggio di Corrado Rustici, in questo senso, è stato lungo e ricco di contaminazioni. E ora?

«Sono in una situazione fortunata, la pandemia non ha avuto un effetto così drastico perché sono un eremita. – ci dice – Interfulgent non è né un arrivo né una partenza. È un altro passo verso altre cose che voglio scoprire».