Egreen, segna ‘Fine primo tempo’: «Alle spalle le etichette»

‘Fine primo tempo’ è il nuovo album del rapper Egreen che chiude un capitolo e apre un nuovo corso “senza chiedere permesso”. La nostra intervista.
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Dallo scorso venerdì 21 febbraio è disponibile Fine primo tempo, album numero diciotto del rapper Egreen che debutta in casa Sony Music. Sono quindici le tracce con cui l’artista colombiano cresciuto in Italia segna il proprio punto. Una fine che si fa inizio, per un corso che si rinnova.

Ed è la storia di un cambiamento quella che Egreen mette in rima, sfuggendo ancora una volta alle etichette di genere e stile per mettere in circolo nuova linfa nell’organismo dell’hip hop.

Partiamo dal titolo del tuo nuovo album, Fine primo tempo: si è chiuso un capitolo?

Si, decisamente. Credo che il disco sia nato da un’esigenza dettata dalla necessità di lasciarmi alle spalle delle etichette di natura primordiale che mi pesavano da un po’. E lo specifico sempre perché chi non ha le giuste chiavi di lettura potrebbe davvero fraintendere tutto il concept della “cosa”.

Ho sbagliato e Raddoppio sono i brani che hanno fatto da apripista al nuovo lavoro: come mai proprio questi due pezzi?

Il primo (Ho sbagliato) è stato il singolo di “rottura”. In tutta sincerità ho voluto unire l’utile al dilettevole. Utile perché, in quanto a “potenziale comunicativo”,  è un pezzo polemico che mette in discussione tutto ciò che ho fatto finora, e serviva qualcosa per “smuovere la brace” (cit. Marra). Dilettevole perché, ad ogni modo, il disco non ruota intorno al voler sfanc***e la “vecchia scuola” e i suoi dogmi.

Ci tenevo particolarmente che, per quanto [Ho sbagliato] fosse un pezzo sentito e molto serio, non passasse il messaggio che volessi speculare più del dovuto o del necessario su dei temi delicati… non ne ho bisogno.

Il secondo singolo (Raddoppio) rappresenta un cambio di sonorità netto e musicalmente, perché no, anche un salto nel vuoto: sembrava potesse essere la scelta più azzardata ma allo stesso più significativa per evidenziare la volontà di “cambiare”.

In che periodo di tempo sono nate le tracce dell’album? E come hai lavorato su testi e musica?

Non ricordo bene, credo sia iniziato tutto intorno alla fine del 2017… se la memoria non mi tradisce, avevo i primi provini a dicembre 2017. Ho un metodo di lavoro molto semplice e banale. Con le bozze delle strumentali scrivo, da solo, a casa. In studio poi si “smussano gli angoli” ma il grosso lo faccio da solo, senza troppi giochi di prestigio.

Ad accompagnare il progetto c’è un attento studio anche a livello iconografico: quanto l’immagine, a partire dallo stesso artwork di copertina, dà forza ai contenuti?

Moltissimo, oggi è cambiato tutto. La comunicazione, l’estetica, l’immaginario generato nei confronti di chi “ascolta”, sono aspetti fondamentali affinché un progetto sia vincente al 100%.

Colgo l’occasione per ringraziare Moab (Stole Stojmenov), mio amico di vecchia data che, negli anni, è diventato uno dei grafici più quotati sul mercato internazionale, per aver creduto nel progetto. E aver curato tutto il progetto grafico del disco. Silvio Giordano, artista contemporaneo, per aver reso disponibile la sua “croce di palloni”, forse, davvero, la figura iconica che ha dato vita a molto se non tutto, il concept legato al titolo. Maurizio Annese per aver realizzato gli scatti e Walter Giordano per aver curato nei dettagli la direzione creativa del set inserito nel booklet del disco.

Egrenn, hai pubblicato EP, mixtape e album: è cambiato il tuo approccio alla musica in questi anni?

Mai. Ormai dovreste saperlo (sorride, ndr)

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Sicuramente, però, è cambiato e sta ancora cambiando il panorama musicale in Italia: come lo vedi dal tuo punto di osservazione?

Credo che la musica vada di pari passo ai cicli socio-politici e ai cambiamenti generazionali in quanto a trend ma anche in quanto a questioni più profonde legate agli aspetti comportamentali delle generazioni stesse. Esprimono disagio, rabbia, malcontento, felicità, spensieratezza sempre in maniera diversamente profonda a seconda di ciò che in quel momento li accompagna/circonda.

È molto importante capire come in un determinato momento si esprimono i giovani. Ecco, credo che la musica, in ogni tranche temporale, sia per l’appunto figlia del suo tempo. Va accettata ed esaminata a freddo, non giudicata.

Ci sarà sempre musica di qualità, musica passeggera, musica fatta male, musica sopravvalutata e musica SOTTOVALUTATA, come ci sarà sempre musica incompresa.

Hai avuto modo di lavorare con nomi importanti della scena rap e hip hop, ma c’è una collaborazione che sogni e che ancora non sei riuscito a realizzare?

Ho una serie di “colleghi” sconosciuti alla massa d’oltreoceano per i quali farei davvero carte false. Non è impossibile: come e cosa, lo vedremo. In Italia, vorrei fare un pezzo con Kaos, prima che uno dei due smetta, è sempre stato un sogno. Guè e Fabri anche, ovviamente… li metto a pari merito con Kaos. Ci sono anche tanti giovani nuovi che mi incuriosiscono, ma se devo parlare di “teste di serie”, U.S.A. a parte, sicuramente dico questi tre.

Per ogni primo tempo che finisce, ce n’è un secondo che si preannuncia: quale direzione vorresti continuare a percorrere ora?

La direzione di chi ha meno paranoie nell’osare e di chi non deve più chiedere permesso o giustificarsi. Molti pensano che voglia diventare un trapper perché il mercato è cambiato e stia cercando un modo per “salvare” la mia carriera. Questa cosa mi fa molto molto ridere: c’è tanta confusione in Italia, vedremo cosa succede.

Foto da Ufficio Stampa BlaLuca Press