Morris Gola: «Se dai le capocciate, prima o poi il muro viene giù»

La nostra intervista a Morris Gola, rapper romano originario di Cinecittà, che ci racconta il singolo 'Plexiglas'.
- - Ultimo aggiornamento
loading

Si intitola Plexiglas il nuovo singolo di Morris Gola, uscito il 18 settembre per Visory Records. Un brano dal sound funky tipico degli anni ’70 e ’80, che nel testo punta tuttavia a temi moderni, raccontando distanze e distanziamenti sociali immanenti e non solo contestuali all’epoca dell’emergenza sanitaria.

«Mi sono accorto che si è fatta troppo una distinzione negli ultimi anni tra quello che è vecchio e portatore di un messaggio e quello che è nuovo, considerato becero intrattenimento. – ci dice Morris Gola – Io voglio buttare giù questa barriera e voglio dimostrare che si può fare arte e musica contemporanea mandando però un messaggio. Volevo ispirarmi a cose oscure ma il pezzo risulta freschissimo».

«Hanno provato in tutti i modi a sottolineare quanto questa pandemia fosse democratica, ma non è così. Ho utilizzato la parola plexiglas come una corda per agganciarmi all’attualità. Di base dico però che il mondo faceva schifo pure prima».

Il tema sociale è, del resto, particolarmente caro al rapper originario di Cinecittà, il quartiere romano più popolato della Capitale («In tutte le epoche c’è qualcuno che dorme e qualcuno che è sveglio. Io voglio stare tra quelli svegli» precisa). La musica per Morris Gola deve necessariamente contenere un messaggio e, se il contesto che ci circonda è la strada, è obbligatorio raccontarla.

«Ho il terrore di andarmene da Cinecittà, perché è la mia massima fonte d’ispirazione. Dentro c’è tutta la vita che mi serve per scrivere. – ci racconta – Fare avanti e indietro per la Tuscolana sotto quel cielo e sotto quelle luci è la cosa più vicina a New York che mi potesse capitare».

La periferia diventa dunque un quadro, ma c’è anche il Sud nei pezzi di Morris Gola (Sud è, del resto, il titolo del singolo precedente).

«Mi sono indignato quando ho visto che al Sud votavano Salvini. Non volevo scrivere un pezzo pesante su questa situazione, quindi ho scritto un inno gioioso a quel luogo con dentro un moto d’orgoglio. Il sud è un modo di stare al mondo».

Sud, periferia e vita strada diventano fonte di ispirazione per Morris Gola, che non può tuttavia fare a meno di analizzare non solo il contesto sociale in cui è cresciuto, ma anche il contesto puramente discografico, che definisce un «ambiente commerciale che ci porta al silenzio».

«Gli artisti dopo un po’ mollano – ci spiega – e stare nel silenzio dei buoni è sopravvivenza. È difficile prendere posizione e avere visibilità. Mi rendo conto che anche il mercato non ti dà molto spazio per parlare. Il rap è riuscito a entrare nel grande mercato, anzi ormai funziona al contrario. Il pop non può più fare a meno del rap. Ora però bisogna fare un altro passo e riportare il rap alla sua natura un po’ conscious».

Un ragazzino bianco benestante che si atteggia come un nero povero americano – per Morris Gola – nasconde un problema d’identità («questa non è musica, è un problema di psicologia»). Ma anche chi vive in condizioni più credibili non riesce mai «a far vedere l’altra faccia della periferia, solo quella dell’estetica di ostentare la ricchezza».

«È un problema anche questo. Non basta solo essere credibili, bisogna essere brillanti».

Come si abbattono dunque i limiti sociali e discografici?

«Non sono contento della situazione in cui mi trovo, sono contento di ciò che faccio ma sono affamato. – ci risponde Morris Gola – Vorrei più spazio e voglio dire ciò che voglio. Mi sento in un acquario e voglio giocare una partita più grande».

Né fatalista né ottimista, dunque. Semplicemente realista e consapevole del contesto.

«Se dai le capocciate – conclude il rapper – prima o poi però il muro viene giù». E il silenzio dei buoni potrebbe diventare assordante.