Protagonista di un episodio di ‘Photographer’ su Disney+, Muhammed Muheisen ci racconta il buio della guerra e la luce della vita.

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Su Disney+ è disponibile Photographer e l’ultimo episodio è dedicato alla storia e alle immagini di Muhammed Muheisen. Due volte vincitore del Premio Pulitzer per i suoi reportage fotografici in zone di conflitto, Muheisen ha abbandonato la vita del fotoreporter per diventare indipendente: oggi lavora alla sua Fondazione – la Everyday Refugees Foundation – e crede ancora che la fotografia sia lo strumento più potente che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo.

«Girare l’episodio è stata una sfida, perché di solito la macchina fotografica per me è uno scudo. – ci dice Muhammed Muheisen – Questa era però una grande opportunità per approfondire le storie. Di solito sono un fotografo, immortalo dei momenti e li regalo al mondo. Questa volta le persone possono capire cosa vuol dire catturare questi momenti e cos’è un fotografo. Siamo esseri umani che scattano foto ad altri esseri umani e il processo è importante. Servono credibilità, integrità e sensibilità».

Muhammed Muheisen: dal buio alla luce

Oggi il lavoro di Muhammed si concentra molto «su comunità vulnerabili come i rifugiati. Non hanno scelta né opzioni». Ma per immortalare le fragilità e l’orgoglio di queste persone, «è importante ottenere la loro fiducia e il loro rispetto», dice il fotografo. «Lavoriamo – dice Muhammed – per informare il mondo, ma anche per fare una differenza. Se qualcosa succede e non lo fotografiamo, è come se non fosse mai successo». Una lunga storia quella di Muhammed Muheisen, iniziata in mezzo a bombe, conflitti, morte.

«Quando ho iniziato ero molto giovane. – ci dice – Passavo da un conflitto all’altro per informare e dire al mondo cosa stesse accadendo fuori dalle loro case. Poi ho capito che posso fare molto di più come storyteller e essere umano, ma avevo bisogno di tempo per approfondire le storie. Non potevo stare fuori con la mia macchina fotografica a fare foto. Dovevo investire e conoscere le persone, ottenere fiducia e far parte dei loro paesaggi. Solo così ho potuto mostrare una finestra sulle loro vite».

«Ero un fotoreporter – continua – e lavoravo in prima linea. Avevo scadenze ed ero sempre di fretta, quindi mi sono licenziato dall’Associated Press e ho iniziato a lavorare con National Geographic su storie che contano e parlano di coraggio e resilienza. Gente che ha abbondato ricordi, case, speranze per andare a cercare nuove case sicure. Dovevo essere sensibile, paziente, rispettoso e con un obiettivo: fare la differenza. Volevo cambiare il mondo una foto alla volta e, per farlo, dovevo passare molto tempo con le persone che fotografavo».

«Ogni bambino è speranza, colori, luce»

Dopo aver fotografato tanta morte, Muhammed ha quindi iniziato a fotografare la vita. «La luce per me è speranza e colori. – precisa – Quando mi sono innamorato della fotografia avevo 9 anni. Mia nonna aveva una Polaroid e io volevo solo fotografare la natura, ma ero in mezzo a un conflitto. Il contesto ha forgiato la mia vita. Tuttavia, mentre viaggiavo da un posto all’altro, mi accorgevo che dove c’era una guerra c’era sempre anche vita. Da un lato un funerale, dall’altro bambini che nascono. La mia missione oggi è catturare momenti di speranza per ricordarvi che questi bambini hanno un nome. Sono come tutti gli altri bambini, le circostanze hanno reso la loro vita difficile».

La fotografia è dunque ancora oggi un mezzo potente? «La fotografia è uno strumento molto potente per cambiare le cose. – risponde – E io credo fermamente nel potere della fotografia come forza benefica».

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