‘Stupida Sfortuna’ è il brano con cui Fulminacci torna a Sanremo, biglietto da visita di un progetto tra musica, cinematografia ed estetica.

Fulminacci torna a Sanremo, in gara tra i Campioni con il brano Stupida Sfortuna che spiana la strada al nuovo album, Calcinacci, dal 13 marzo. Ad accompagnarlo, un divertente trailer social e un cortometraggio che racconterà l’intero progetto con un approccio visivo dal taglio fortemente cinematografico che unisce linguaggi diversi. La visione del giovane cantautore si articola, infatti, tra discipline artistiche che si intersecano influendosi tra loro: musica, parole, immagini. Il risultato è un mondo fatto di -acci che sono ben più di un’etichetta ma un’identità.

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Il mondo di Fulminacci per la seconda volta a Sanremo

Con quale spirito affronti il ritorno a Sanremo dopo la tua precedente esperienza al Festival?
«
La prima volta è stata nel 2021, l’anno delle restrizioni per il Covid tornavo in albergo, mangiavo in albergo, facevo tutte le interviste su Zoom. Da quel punto di vista era più noioso. Questa volta ci vado con uno spirito molto più allegro. Anche perché il brano è quello giusto: è una canzone onesta che abbiamo scritto io e Golden Years, che ha prodotto quasi tutto il mio disco. È la canzone che abbiamo scritto il giorno in cui ci siamo conosciuti: dovevamo solo vedere come lavoravamo insieme e abbiamo scritto questo pezzo senza sapere che sarebbe andato a Sanremo».

I trent’anni, l’amore e la tua generazione: cosa racconti nel brano?
In Stupida Sfortuna c’è anche un po’ di ansia generazionale. I trent’anni iniziano ad avere un peso quando ne hai 28 e senti che sono lì davanti. Ogni età sembra definitiva quando la vivi. Anche i rapporti stanno cambiando. Non so se fidarmi di chi dice che oggi sono un’altra cosa o del modello dei miei genitori. Forse bisogna fare il proprio giro e capire. Mi piace che oggi ci sia più attenzione all’individuo dentro la coppia.

Foto di Filiberto Signorello da Ufficio Stampa

Certo, l’eccesso di individualismo crea altri problemi. Forse molti della mia generazione faranno figli più tardi, forse saremo un po’ più in pace con noi stessi perché lavoriamo molto sulla salute mentale. Forse resteremo un po’ più bambini, ma forse staremo meglio. Io mi sento un po’ nel mezzo: ho bisogno di appigliarmi a qualcosa, ma sto ancora cercando il mio equilibrio».

Sanremo che citi nel brano insieme alle classifiche. Che rapporto hai con la competizione?
«Con la competizione non ho un rapporto, non ce l’ho mai avuto. Non so – forse questo dovrebbe dirlo la mia analista – se in realtà ne sono molto legato e quindi scappo dicendo che non mi interessa. Però mi sembra di non essere particolarmente interessato. Vorrei fare questo Festival divertendomi, è il mio obiettivo: essere leggero e divertirmi. Le classifiche esistono, ci sto dentro perché faccio musica pop e quindi faccio parte di questo sistema. Non ho intenzione di boicottarlo o parlarne male, ma non è quello il punto. Per me il successo è vedere la gente ai concerti felice che canta le mie canzoni. Arrivare al maggior numero possibile di persone con qualcosa che mi piace».

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Le prime pagelle sono state molto positive. Ti pesa questa aspettativa?
«No, anzi, sono stato davvero contento. A prescindere dalla classifica finale, arrivare con queste valutazioni è una gran cosa. Non me l’aspettavo, non è mai prevedibile. Vi ringrazio davvero, perché grazie a questo arrivo con un altro spirito. Non sono scaramantico: per me è già bellissimo così. Ho già vinto».

Perché hai scelto Francesca Fagnani e il brano Parole parole? Quanto ti influenza l’immaginario Anni ’60 e ’70?
«Francesca è simpaticissima. Oltre a stimarla professionalmente, è una persona molto leggera, entusiasta. Lei è una figura che tante persone conoscono e in cui si riconoscono. Sa essere austera ma anche, secondo me, materna. Ti mette a tuo agio, è quasi una psicologa a modo suo. Volevo accanto una figura che stimassi e che non avesse a che fare con la musica. Sono felicissimo che abbia accettato.

Perché Parole parole? Mi piace l’idea di strizzare l’occhio alla televisione Anni ’70, anche visivamente. La TV italiana degli Anni ’60 e ’70 era di altissimo livello. Mi piacerebbe rievocare quell’atmosfera».

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Se potessi scegliere: vorresti il Premio della Critica o la vittoria?
«Nel caso della vittoria o del podio c’è quel momento difficilissimo dell’apertura della busta, con tutta l’Italia che ti guarda. E magari perdi: lì vince la tristezza di aver perso, anche contro un amico. La posizione ideale? Quinto. Vorrei arrivare quinto. Non quarto – che è quasi podio – ma quinto: top 5, senza il peso del podio. Il Premio della Critica, invece, non credo me lo daranno. Forse lo danno a qualcuno con un testo più “serio”. Io parlo di sentimenti. Non so chi abbia il testo più serio, ma immagino che i sentimenti non meritino la critica…»

Il tuo percorso è stato graduale. Quanto è stata importante per te questa crescita lenta?
«Fondamentale. Con la mia squadra non abbiamo mai fatto cose a strappo. Anche il primo Sanremo è arrivato con dolcezza. I nuovi fan poi ascoltavano tutto il disco, non solo il pezzo. Lo vedo ai concerti: cantano tutto. Ho un rapporto familiare col pubblico. È un pubblico fisico, che viene ai concerti, e non è scontato. Il mio obiettivo è crescere senza picchi eccessivi. Non voglio una vita folle. Voglio continuare a scrivere canzoni, fare concerti e rispettare chi mi segue. Faremo sempre in modo di tutelare questo aspetto».

Un cortometraggio per il nuovo album e il concept del tour

Il tuo quarto disco rinnova la desinenza –acci, ‘Calcinacci’- Che album sarà? Cosa cambia rispetto ai precedenti?
«Ci sono differenze, perché è interamente prodotto da Golden Yeares, tranne un brano prodotto da okgiorgio. Il suono è diverso: più minimale rispetto ai miei dischi precedenti. C’è meno chitarra acustica, che era una mia caratteristica principale. Anche la scrittura è un po’ diversa. Ho ascoltato artisti differenti mentre lo scrivevo e mi sono fatto influenzare. Poi non si sa mai: sarà il pubblico a decidere se rimanere deluso oppure no. Io sono molto contento. Mi piace sempre di più la roba nuova che faccio. Faccio uscire solo cose che mi piacciono davvero e sono molto fiducioso. Mi piacciono tutte le tracce come se fossero singoli. Quando esce, passo la palla a chi lo ascolterà».

cover album

Hai detto che hai ascoltato artisti diversi. Chi ti ha influenzato di più?
«Direi Franco Battiato. L’ho capito tardi, ma l’ho capito. Prima ascoltavo soprattutto Dalla, De Gregori, Venditti, Battisti. Battiato è un elemento extra rispetto a quello che ascoltavo prima. C’è minimalismo nel suo suono, una certa ingenuità furba che forse ho rubato un po’ in questo disco».

Che fotografia fai oggi di te rispetto ai primi dischi?
«È cambiato qualcosa nello stile e nella scrittura. Prima scrivevo di getto, senza pensarci troppo. Ora rifletto molto di più, ho scartato tantissimo materiale e sono molto più esigente con me stesso. Allo stesso tempo, però, sono più rilassato. Meno agitato rispetto a prima».

A proposito di aspetto visivo, hai pensato a un cortometraggio per l’album. Come mai?
«Sì,in occasione dell’uscita del disco, ho girato un cortometraggio di circa 20 minuti, di stampo cinematografico, in cui recito e sono il protagonista. Il corto racconta in modo parallelo ciò che succede nel disco. La musica sta da una parte, il video dall’altra. Mi piace più del classico videoclip: volevo sperimentare in modo radicale. Abbiamo lavorato tra amici, molti alla prima esperienza con qualcosa di recitato e così lungo. Hanno partecipato tutti per amore del progetto. Uscirà lo stesso giorno del disco. Ed è una delle cose che mi sono divertito di più a fare».

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Venendo, invece, al tour come immagini il nuovo disco dal vivo? E come lo stai costruendo visivamente?
«Per il nuovo live voglio curare molto l’aspetto illuminotecnico. Mi piacerebbe che le luci fossero protagoniste, più dei led wall. Le animazioni e gli schermi con cose che succedono dietro mi interessano meno. Vorrei un approccio un po’ vintage, più teatrale. Essendo palazzetti, le telecamere sul palco saranno necessarie, perché chi è lontano deve poter vedere. Però vorrei che fosse tutto fatto in modo cinematografico, elegante. Tantissime luci, tanti giochi diversi, un impianto più essenziale ma di sostanza. Mi sono un po’ stancato delle animazioni e delle scenografie troppo cariche: alla fine mi annoio facilmente».

Cosa significa per te il suffisso -acci che torna anche in questo viaggio 2026?
«Nasce tutto dal suono. Il mio cognome è Uttinacci, che ho sempre trovato orrendo. La gente tende a metterci una consonante davanti perché trova strano che inizi con la U e finisca con un suffisso dispregiativo. Un amico di famiglia propose “Fulminacci”, che è una parola che esiste nei fumetti –  una specie di parolaccia da bambini. Mi rappresenta: c’è la F di Filippo e somiglia al mio cognome.

Calcinacci, invece, è nato così: mi sono svegliato e ho pensato a questo titolo. Poi ho capito che rappresentava esattamente quello che stavo vivendo. Ho concluso una relazione molto importante e mi sono ritrovato in mezzo alle macerie. I calcinacci sono ciò che resta dopo una distruzione ma anche ciò che appartiene al cantiere. Questo disco è ricostruzione: guardare cosa è successo, vedere i pezzi a terra e rimboccarsi le maniche».

Ecco le date del PALAZZACCI TOUR 2026 prodotte e organizzate da Magellano Concerti, occasione per ascoltare dal vivo i nuovi brani e i successi del passato:

  • 09 aprile 2026 – Roma, Palazzo dello Sport
  • 11 aprile 2026 – Napoli, Palapartenope
  • 15 aprile 2026 – Milano, Unipol Forum
  • 18 aprile 2026 – Firenze, Nelson Mandela Forum.

Foto di Filiberto Signorello da Ufficio Stampa

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