40 anni di Puffi, Marco Guadagno e Quattrocchi: «Le cose belle durano e a volte ritornano»

Dopo 40 anni 'I Puffi' tornano su NickJr. Ne abbiamo parlato con Marco Guadagno, celebre doppiatore di Quattrocchi.
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I Puffi tornano in tv dall’8 ottobre alle 20 su NickJr (canale 603 di Sky). Gli amati personaggi del fumettista belga Peyo tornano con un colorato reboot, in una nuovissima versione computer-generated dopo 40 anni dal primo esordio. Un reboot che regalerà storie originali con gli amatissimi Grande Puffo, Puffetta e compagni, ma anche con personaggi nuovi che animano il Villaggio. Ne abbiamo parlato con Marco Guadagno, celebre attore e doppiatore, iconica voce di Quattrocchi.

Ciao Marco, 40 anni di Puffi. Non ti nascondo che mi fa un certo effetto. Credo però che sia un cartone animato senza tempo, che ci ha insegnato tanto. Parliamo di Quattrocchi, però.
Sai, Quattrocchi è legato a un periodo formativo della mia vita. Io ho iniziato nel 1970. Quando sono arrivati i Puffi facevo già questo lavoro da dieci anni. Stavo diventando un ometto nel campo professionale. Era finito il gioco e iniziava il lavoro serio. Sono una persona curiosa, un po’ rompiscatole. Dico sempre di non accontentarsi e che si può fare meglio, nella vita e nel lavoro. A un certo punto nasce il tormentone Che è meglio. Provando le battute nei primissimi giorni, mi uscì questa frase. Doppiando, mi resi conto che ero partito troppo velocemente. E per chiudere mi è uscito Che è meglio. Si misero tutti a ridere ed è diventato il suo tormentone. Nella versione originale quella frase non è mai esistita. Io odio esisteva, Che è meglio no.

Quindi il tuo tormentone è diventato più tormentone del vero tormentone.
Eh sì. Mi è successo tante volte che la gente sentisse la battuta senza sapere che fossi io. È divertente sentire la tua battuta a livello nazionale. Qualche anno fa, se ti ricordi, fecero anche tre film. Nel primissimo, ho dovuto combattere con la supervisor americana, che è una persona che stimo molto. Abbiamo fatti tanti progetti bellissimi insieme, dai Minions ai Croods. A un certo punto ci siamo messi a discutere, perché io avevo scritto i dialoghi. Lei mi rispose che nell’originale i dialoghi erano diversi e che era obbligata a rispettare il film. Le risposi Jodie, hai ragione. Ma noi facciamo un film dopo 35 anni e i personaggi hanno un ruolo. Fu una serie epica per l’epoca. Non potevo cambiare nulla.

Com’è andata a finire?
Lei insisteva e io le dissi che non avrei fatto il film. Non come ricatto, ma non potevo farlo. Mi richiamò e mi disse Visto che sei il più grande conoscitore di Puffi al mondo, dammi il tuo copione e lo giro agli altri territori. Poi non so se negli altri territori abbiano tenuto Che è meglio, ma mi ha fatto piacere. I Puffi hanno raccolto tante generazioni e questo reboot è anche intelligente. Ha ovviamente uno stile più preciso, hanno inserito personaggi nuovi e unito – come abbiamo fatto noi con le voci – il passato e il futuro. Hanno creato un ponte. E poi i Puffi son puffosi, come direbbero i Puffi. Hanno una parte nera, più cattiva, che però è un elemento light che fa sorridere e che funziona per tutti, dal bambino piccolo di pochi anni all’adulto.

Il doppiaggio negli anni ’80

Per la generazione di quegli anni, fu anche un cartone animato molto formativo.
È vero e devo ringraziare Fabrizio Mazzotta, che è il superstite insieme a me in questa avventura, oltre che la voce di Tontolone. In questa esperienza aveva anche la direzione del doppiaggio con la 3Cycle. All’epoca, non ho mai pensato all’impatto dei Puffi sul pubblico. Mi conoscevano per la voce e non per la faccia. E non è che mi vergognassi, ma non riuscivo a gestire molto bene questa situazione. Crescendo, ne ho capito la forza. Il doppiaggio funziona un po’ come la radio. L’immaginazione è importante, mi sono reso conto che molta gente è cresciuta ascoltandomi. Tra l’altro, a quei tempi si stava molto più a casa. Io sono diventato uno di famiglia, perché ero a casa con loro. Anche se non mi vedevano, mi sentivano. Non ci avevo mai pensato. E tutti mi dicono la stessa cosa Tu sei uno di famiglia o Sono 20 anni che cresco sentendo la tua voce. È pazzesco.

Direi che è ovvio che per noi sei Quattrocchi.
Mi è successo sia per i Puffi che per altri personaggi. Un tempo eravamo sugli elenchi telefonici e spesso vedevano il mio nome nei titoli di coda e mi chiamavano a casa. Volevano parlare con me e poi mi dicevano Mi passi Quattrocchi? o Mi passi Brandon di Beverly Hills?. E poi dicevano Oh sei proprio identico. Certo, la voce è la mia!

Come mai secondo te generavi questa sorpresa?
All’epoca il doppiaggio non era molto conosciuto e per molta gente non era facile capire il meccanismo. Vedevano un cartone animato, non immaginavano un attore che parlava con quella voce.

I Puffi

Il tuo curriculum parla per te. Come è cambiato il lavoro del doppiatore in questi anni?
È cambiato come è cambiato tutto con l’avvento del digitale. Il suono non è più analogico. Ma tutto ciò ha causato anche un abbassamento della qualità. Si lavora più velocemente e, per risparmiare, la qualità scende. Questa è una mia battaglia giornaliera. Io capisco che il doppiaggio a volte è una rottura di scatole, perché il prodotto esiste. Lo doppi solo per farlo capire agli altri. Non voglio dire che il doppiaggio possa fare le buone e le cattive sorti di un prodotto. Tendenzialmente, tuttavia, godo quando vedo un bel film e un bel doppiaggio. E mi dispiaccio quando vedo un brutto film o un brutto doppiaggio. Dovremmo portare l’innovazione tecnologica a nostro vantaggio, non solo in termini di velocità ma anche di qualità. Alcune figure professionali non ci sono più, ma ce ne sono altre. Oggi puoi costruire tante cose e nel minor tempo possibile. Direi però viva la tecnologia, ma viva anche la qualità.

E cosa hanno rappresentato per te i Puffi in questo senso?
40 anni di Puffi mi dimostrano che faccio bene a credere in questo lavoro perché never give up. Non bisogna mollare mai. Le cose belle nel tempo durano. E a volte ritornano.

Il che dimostra che la qualità, come dicevi, è necessaria.
È ciò che mi manda avanti. Se uno non amasse questo lavoro, si annoierebbe. Io sono ancora felice di poter fare alcune scelte, di scegliere i clienti con cui lavorare e sono contento di essere un cliente Viacom. Lavoro con persone che mi hanno riconosciuto, anche discutendo. Loro devono rispettare un budget, ma mi fa piacere avere la loro stima. So che anche loro a volte fanno uno sforzo per tenere alta la qualità. E questo mi fa sperare che qualcosa di buono e puffoso possa essere fatto anche domani.

Marco Guadagno: i Puffi, Quattrocchi e Brandon Walsh

Tra tutti i tuoi progetti, cosa ti diverte fare di più e cosa ti piace del differenziare?
Io sono sempre stato trasversale. Sicuramente il teatro ha avuto e continua ad avere un grande impatto su di me. È il primo amore, la passione. È irripetibile, perché avviene nel momento in cui lo fai. Lavorare nel doppiaggio con attori bravi, invece, diventa uno studio e un’esercitazione che può aumentare le frecce da usare con il tuo arco. Ultimamente con Marco Mete, Marco Rinalduzzi e Sandra Collodel abbiamo messo insieme letture di Trilussa e Benni. Siamo quattro voci con una chitarra, che è un’altra voce. Si crea un’intimità ed è la cosa bella e forte del teatro. L’impatto avviene solo se c’è un attore e uno spettatore. Il cinema e la televisione sono più onirici, ma non hanno l’immediatezza. C’è una costruzione, una somma. La radio resta la cosa più vicina al doppiaggio, ti può portare o meno a fare bellissimi viaggi. E poi, durante la pandemia, dopo anni e varie esperienze ho deciso con le mie figlie e la mia socia di costruire uno stabilimento di post-produzione. Abbiamo preso il Covid proprio mentre costruivamo il tutto, ma abbiamo tirato fuori un piccolo gioiellino. Sono 1200 mq di post-produzione, disegnati e progettati da un grande studio italiano di sound design. Devo dire è venuta fuori una cosa molto bella.

Si vede che c’è molta passione da parte tua.
Sì, ma permettimi di ringraziare il mio team. Io posso essere la punta dell’iceberg in certe situazioni, ma loro sono fantastici. Mi permettono di prendere lavori, fare cose che altrimenti non potrei fare. E poi sono giovani e non è facile trovare gente giovane già così capace.

Senti, ma è stata più una croce essere la voce di Quattrocchi o quella di Brandon Walsh?
Ti posso dire che è più divertente Quattrocchi. Mi ricordo che a un certo punto Brandon non lo sopportavo più. Era sempre il ragazzo per bene, che diceva Non ti preoccupare, ci penso io. Ti devo confessare che in qualche scena mi sono innervosito e ho lanciato il copione contro lo schermo. Basta fare il bravo ragazzo!

Massima solidarietà.
Tra l’altro, Kelly la doppiava mia moglie e ci telefonavano a casa per insultarla.

Avete quindi avuto molti alti e bassi nel corso delle stagioni.
All’inizio era una liaison. Dopo ho cambiato il numero e non mi sono più messo sull’elenco.