Un percorso tra diagnostica, capolavori incompiuti e processi creativi svelati, che trasforma la Pinacoteca Capitolina in un laboratorio aperto sull’arte.
La pittura antica non deve essere vista necessariamente come un insieme di capolavori cristallizzati, ma anche come l’esito di un processo fatto di tentativi, ripensamenti, errori e correzioni. È questo lo sguardo proposto da Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva, il progetto espositivo ospitato nella Pinacoteca dei Musei Capitolini dal 15 gennaio al 12 aprile 2026, una delle mostre più interessanti da vedere a Roma nei prossimi mesi per chi ama l’arte ma anche il suo “dietro le quinte”.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura
La mostra nasce all’interno del progetto europeo EAR – Enacting Artistic Research e porta per la prima volta il grande pubblico dentro le indagini diagnostiche normalmente riservate ai restauri: radiografie, riflettografie infrarosse, fluorescenze UV e analisi spettroscopiche diventano strumenti narrativi, capaci di raccontare l’opera mentre sta accadendo.
Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva: perché andare a vederla
La mostra dei Musei Capitolini non è una mostra tradizionale: le opere non sono isolate su una parete, ma dialogano costantemente con cornici digitali, immagini stratificate, installazioni multimediali che permettono di sfogliare virtualmente disegni preparatori e fasi di lavorazione. L’effetto è quello di assistere a un’opera in fieri, come se l’artista fosse ancora lì, pennello alla mano.
Il tema della mostra è il non finito ma non come mancanza, ma come scelta poetica e tecnica. Una categoria che attraversa la storia dell’arte – da Apelle a Leonardo, da Michelangelo a Tiziano – e che qui trova una declinazione concreta, visiva, quasi fisica. L’incompiuto è punto di accesso privilegiato alla mente dell’artista.
I capolavori (e i loro segreti)
Il percorso si apre già all’ingresso della Pinacoteca, con installazioni che spiegano le metodologie di indagine non invasiva utilizzate: un’introduzione fondamentale per capire cosa si sta per vedere e come leggerlo.
Nella Sala II, il confronto tra due Circoncisioni di Benvenuto Tisi detto il Garofalo – una della Pinacoteca Capitolina e una in prestito dalla Galleria Cantore di Modena – permette di osservare differenze di esecuzione e ipotizzare interventi distinti tra maestro e bottega. Grazie alle cornici digitali, il visitatore può seguire il disegno preparatorio e le diverse fasi di costruzione dell’immagine.

Il cuore teorico della mostra emerge nella Sala III con Cristo e l’adultera di Jacopo Palma il Vecchio. Qui il non finito si intreccia con la riscrittura del significato: l’opera, rimasta incompiuta alla morte dell’artista, è stata parzialmente ridipinta in epoca successiva. Le analisi scientifiche mostrano chiaramente le modifiche allo sguardo dell’adultera, ai capelli, alla posizione della mano di Cristo.
La Sala VI, interamente dedicata a Guido Reni, è forse la più affascinante. È qui che la diagnostica rivela un processo creativo complesso e instabile, fatto di continui pentimenti. In Silvio, Dorinda e Linco, la riflettografia infrarossa mostra abbozzi rapidi a pennello, mentre la radiografia evidenzia un uso intenso della biacca. Nell’Anima beata – caso eccezionale, perché accompagnata dal bozzetto – si assiste a una vera metamorfosi della figura: cambiano postura, arti, ali, panneggio. Un confronto con un disegno preparatorio per un Crocifisso suggerisce persino che Reni abbia riutilizzato un’idea precedente, adattandola a un nuovo progetto.

Accanto ai dipinti, macrofotografie ad alta definizione di opere come Lucrezia e Cleopatra rendono visibile un ductus pittorico veloce, materico, quasi sorprendentemente moderno.
Una mostra che parla anche al presente
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è l’idea che la diagnostica non sia solo uno strumento di conservazione, ma anche di interpretazione. Guardare un’opera incompiuta significa attivare un meccanismo immaginativo: l’osservatore “completa” mentalmente ciò che manca, partecipa al gesto creativo. È una riflessione che lega l’arte antica alla contemporaneità e che rende la mostra accessibile anche a chi non è specialista.
Non a caso, il percorso include anche un modello 3D dell’Anima beata, pensato per persone ipovedenti e non vedenti: un segnale chiaro di come la ricerca artistica e quella scientifica possano tradursi in nuove forme di accessibilità.
Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva è una mostra da vedere perché riesce a fare una cosa rara: unire rigore scientifico e piacere della scoperta. Non celebra il capolavoro come oggetto intoccabile, ma lo restituisce alla sua dimensione umana, fragile, sperimentale. In una città come Roma, dove l’arte rischia spesso di diventare sfondo, è un’occasione preziosa per tornare a guardare davvero.