A trent’anni dalla nascita di Monumenti Aperti, l’immagine dell’edizione 2026 è affidata all’opera di Maria Jole Serreli: un lavoro nato dal terremoto del 2016 che oggi diventa simbolo della fragilità del presente e del valore della memoria quotidiana.
Per la prima volta nella sua storia, Monumenti Aperti affida la propria immagine a un’opera d’arte contemporanea. Non a un monumento imponente, né a un simbolo celebrativo, ma a qualcosa di minimo, fragile, quasi invisibile: In tasca solo pezzi di casa di Maria Jole Serreli. Un’opera che riesce a contenere molto più di quanto prometta.
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Nata nel 2016, all’indomani del terremoto che colpì il Centro Italia, l’opera è stata per anni custodita, mai esposta. Un gesto intimo, quasi privato, che oggi riemerge con una nuova urgenza. «È nata come un abbraccio metaforico alle popolazioni colpite», racconta l’artista. Un modo per restituire vicinanza a chi, pur sopravvissuto, si è trovato a raccogliere i frammenti della propria vita.
A distanza di dieci anni, quel gesto non ha perso forza. Anzi, si è ampliato. Il lavoro di Serreli si carica oggi di un significato più ampio, diventando una riflessione sulla precarietà del presente, tra crisi internazionali e fragilità diffuse. «È attualissima. – spiega Maria Jole Serreli – È un modo per dire che siamo vicini, ancora».
L’opera simbolo di Monumenti Aperti 2026
L’opera è costruita con frammenti e filo, elementi poveri che diventano linguaggio. Non c’è monumentalità, nel senso classico del termine. Al contrario: In tasca solo pezzi di casa è un monumento anti-monumentale, che non si impone ma si avvicina, che non occupa spazio ma lo suggerisce.
Serreli sposta dunque il concetto stesso di monumento: non più qualcosa di distante e celebrativo, ma un dispositivo quotidiano, capace di attivare memoria e responsabilità. «Non è vero che un piatto non possa comunicare. – dice – Una stoviglia può raccontare la memoria collettiva di ognuno di noi». In questa visione, anche il più piccolo frammento — un coccio, un sassolino — può diventare portatore di storia. Può essere, a tutti gli effetti, un monumento.

Non è un caso che l’opera sia stata scelta per rappresentare Monumenti Aperti, una manifestazione che da trent’anni lavora proprio sul rapporto tra patrimonio e comunità. Qui, però, il patrimonio non è solo quello ufficiale, istituzionale: è anche quello invisibile, domestico, fatto di oggetti, gesti e memorie personali.
«Poter donare nuovamente visibilità a questo mio micro-lavoro molto umile – dice l’artista – mi riempie di gioia, perché è un modo per tutti noi di poter dire a queste popolazioni che siamo vicine. Soprattutto, per Monumenti Aperti, è diventata la simbologia dell’importanza della nostra quotidianità, della nostra vita, delle nostre case. È anche poi simbolo dei luoghi che viviamo, del rispetto che dobbiamo comunque avere per il nostro patrimonio culturale, partendo anche da semplicissimi oggetti. È il patrimonio più grande che possiamo lasciare alle nostre generazioni e quindi anche un peso piccolo, un piccolo sassolino, un piccolo coccio può davvero raccontare e diventare un monumento importante a livello storico».
L’opera sarà esposta dal 15 al 26 aprile al MUACC Museo delle arti e delle culture contemporanee, per poi intraprendere un viaggio in diverse città italiane, da Sassari a Ferrara, fino a Chieti. Un percorso che sembra rispecchiare la natura stessa del lavoro: mobile, leggero, ma capace di attraversare luoghi e storie diverse.
Foto: Valentina Sensi