Il Carnevale e i suoi personaggi popolano anche la storia dell’arte raccontando la festa pagana ma facendosi anche strumento di satira sociale. Ecco cinque opere e il loro significato.
Semel in anno licet insanire, dicevano i romani a proposito del periodo di “follia” rappresentato dal Carnevale. Giorni in cui, prima delle rinunce quaresimali, era concesso divertirsi attraverso anche l’uso di maschere e travestimenti con cui rovesciare le regole. Un universo che da sempre ha affascinato gli artisti che hanno rappresentato la tradizione carnevalesca nel suo essere festa popolare e rito collettivo.
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Le interpretazioni hanno attraversato i secoli. Dalla pittura fiamminga del Cinquecento all’Espressionismo del Novecento, passando per la Venezia settecentesca e le avanguardie del XX secolo. E da spazio di libertà ed eccesso, il Carnevale si è fatto occasione per osservare e criticare la società fino a diventare specchio del sé. Le maschere sono diventate strumenti per raccontare il potere, l’alienazione, il desiderio e il caos del mondo.
In questo percorso, cinque opere iconiche mostrano come il Carnevale sia molto più che una sfilata di maschere festanti.
Pieter Bruegel il Vecchio – La lotta tra Carnevale e Quaresima (1559)
Kunsthistorisches Museum, Vienna
In questo capolavoro assoluto del Rinascimento nordico, Pieter Bruegel il Vecchio mette in scena un vero e proprio torneo allegorico tra due visioni del mondo opposte. A sinistra, il Carnevale, grasso e trionfante, cavalca una botte e brandisce uno spiedo carico di carni; a destra, la magra Quaresima avanza su un carretto, armata di pesci.

Attorno, un brulicare di scene quotidiane tratte dalla vita popolare del XVI secolo: osterie, giochi, riti religiosi, maschere e processioni. Bruegel osserva senza moralismi, ma con lucidità antropologica, unendo in un’unica composizione tempi e spazi diversi. Il Carnevale diventa così il simbolo di un mondo sospeso, in cui l’eccesso e la disciplina convivono in un fragile equilibrio sociale.
Giovanni Domenico Tiepolo – Il Mondo Novo (1791)
Museo del Settecento Veneziano, Ca’ Rezzonico, Venezia
Nel tardo Settecento veneziano, Giandomenico Tiepolo trasforma il Carnevale in una riflessione malinconica sul tempo che cambia. Il Mondo Novo raffigura, infatti, una folla di personaggi mascherati e non, appartenenti a diverse estrazioni sociali, accalcati davanti a un misterioso casotto ottico che promette di mostrare il futuro. Quasi tutti sono voltati di spalle, ignari di ciò che sta per accadere.

Solo Pulcinella, maschera per eccellenza, sembra consapevole e guarda verso lo spettatore. Il Carnevale qui non è festa, ma metafora della decadenza della Serenissima, incapace di leggere i segni della storia imminente. La maschera diventa simbolo di cecità collettiva, mentre l’artista osserva con disincanto la fine di un’epoca.
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James Ensor – L’entrata di Cristo a Bruxelles (1888)
The J. Paul Getty Museum, Los Angeles
Con Ensor il Carnevale si trasforma in una visione disturbante e profetica della modernità. Una folla mascherata e grottesca urla e invade la scena, ignorando completamente la figura di Cristo, quasi inghiottita dal caos. Le maschere, in questa accozzaglia, deformano: rappresentano l’ipocrisia, la violenza e l’alienazione della società di massa.

Ensor usa il linguaggio del Carnevale per smascherare la politica, accusando in maniera dirompente il potere e l’indifferenza collettiva. Il colore acceso, le figure sformate e la satira feroce anticipano l’Espressionismo, trasformando la festa popolare in una denuncia radicale della modernità e della perdita di valori.
Emil Nolde – Maschere (1911)
The Nelson-Atkins Museum of Art, Kansas City (USA)
Nel pieno dell’Espressionismo tedesco, Emil Nolde esplora il lato primitivo e inquietante della maschera. In Maschere, colori violenti e pennellate istintive danno vita a volti che sembrano emergere da un rituale arcaico più che da una festa. Nolde attinge anche all’arte extraeuropea, studiando oggetti etnografici e trasformandoli in simboli di una forza elementare e ambigua.

Qui il Carnevale perde ogni dimensione giocosa: la maschera diventa strumento di potere, di paura e di rivelazione dell’inconscio. È una visione che scava sotto la superficie della festa per portarne alla luce il lato oscuro.
Pablo Picasso – Arlecchino (1917)
Con Picasso, la maschera di Arlecchino diventa un alter ego dell’artista moderno. Dipinto durante il soggiorno italiano e il lavoro con i Ballets Russes, questo Arlecchino non è più la figura agile e beffarda della Commedia dell’Arte, ma un personaggio monumentale e malinconico. Il volto è scoperto, lo sguardo introspettivo, la posa statica.
Picasso fonde teatro e pittura per trasformare il Carnevale in una riflessione sull’identità e sul ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo. La maschera rivela così una fragilità profonda, segnando il passaggio verso una nuova sensibilità del Novecento.
Immagini via Wiki Commons