L’artista franco-beninese King Houndekpinkou presenta ‘White Totem of Light’, fra pattern, spiritualità e continuità culturale. L’intervista.
Nel suggestivo scenario dell’altopiano di Giza, White Totem of Light emerge come una colonna luminosa che unisce geografie, memorie e spiritualità. L’opera di King Houndekpinkou si inserisce nella rassegna Forever Is Now di Art d’Egypte come una presenza silenziosa e vibrante. Capace di intrecciare ritualità ancestrali, artigianato ceramico e un raffinato dialogo tra culture lontane ma affini.
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La superficie del totem è ricoperta da motivi realizzati a mano, ispirati ai sistemi di difesa della natura: forme vegetali che evocano bellezza e protezione allo stesso tempo. A questa trama organica si intreccia il riferimento agli altari Vodun del Benin, strutture sacre che nel tempo si trasformano con l’accumulo di libagioni, strati, pigmenti, materiali offerti.
Questo linguaggio, stratificato e spirituale, si fonde nelle ceramiche del totem con l’estetica e la sensibilità maturate da King in Giappone, dove ha approfondito tecniche e rituali legati allo Shintoismo e alle antiche tradizioni di cottura a legna.

Il risultato è una scultura che parla di protezione, identità, adattamento e continuità, ma anche di fragilità, rinascita e connessioni interculturali. Collocata davanti alle Piramidi, diventa un ponte tra Africa, Asia ed Egitto, tra passato remoto e presente, tra materia terrestre e tensione cosmica.
L’intervista
White Totem of Light unisce pattern della natura a tradizioni spirituali del Benin e del Giappone. In che modo questi riferimenti culturali e organici informano la meditazione della scultura su protezione, adattamento e resistenza nel contesto dell’Altopiano di Giza?
«White Totem of Light è intriso dell’essenza delle mie radici dell’Africa Occidentale e del mio percorso come artista ceramista che ha scoperto per la prima volta l’argilla in Giappone. Porto con me l’eredità della cultura animista del Benin, il Vodun, mentre la mia “nascita ceramica” è avvenuta in Giappone, dove ho abbracciato la bellezza imperfetta delle ceramiche a cottura a legna, un’arte profondamente intrecciata con la spiritualità dello Shintoismo.
Tutto ciò che creo nasce da questa prospettiva. Ma assume una forma contemporanea plasmata dalla mia immaginazione, dal mio contesto. E dalla mia vita attuale come cittadino francese residente a Parigi e attivo in diverse parti del mondo».
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«L’opera è composta da frammenti ceramici, porcellana e gres che sono stati cotti, smaltati e riutilizzati a partire da ceramiche funzionali prodotte presso la Sheeni Ceramic and Porcelain Manufacture del Cairo. In Benin, gli altari Vodun sono spesso realizzati con materiali terrosi e decorati con elementi organici o recuperati, trasformandoli in punti di contatto con divinità e antenati. In uno spirito simile, White Totem of Light trasforma frammenti ceramici rotti, un tempo destinati ad altro scopo, in un’opera che incarna resistenza, adattamento e resilienza. Non considero un vaso rotto come una fine, ma come un’opportunità di rinnovamento e creatività. Sottili decorazioni in oro e motivi originali rimangono visibili, creando un ponte tra le vite passate di questi frammenti e la loro nuova forma.

Quest’opera è anche il risultato di un impegno collettivo. Reso possibile dall’incredibile supporto degli artigiani e del personale della Sheeni Manufacture, che hanno contribuito a dare vita a questa visione.
Per me, questo pezzo è un piccolo raggio di luce nel deserto, silenzioso ma potente, modesto nella sua presenza ma autorevole grazie alle sue superfici testurizzate, affilate e imperfette. Lo vedo anche come un faro, una luce per chiunque stia cercando la propria strada, riecheggiando l’immensità dell’altopiano di Giza. Come un faro nel deserto, guida il visitatore verso le piramidi, verso più di 4.500 anni di maestria tecnica ed eredità culturale da cui tutti possiamo trarre ispirazione.
L’argilla, per me, è sacra. Un faro personale che mi ha guidato nella vita, offrendo risposte e portandomi infine all’altopiano di Giza per Forever Is Now V. Invito i visitatori a riflettere sui propri fari interiori, sulle proprie fonti di guida. Quest’opera parla di fede, resilienza e della convinzione in un futuro più luminoso».
Il suo lavoro attinge agli altari Vodun e alle pratiche shintoiste. Mettendo in evidenza la trasformazione nel tempo attraverso strati e texture. In che modo questa stratificazione temporale dialoga con l’eredità stessa delle Piramidi fatta di storia, memoria e immortalità?
«Vodun e Shinto condividono uno scopo comune: connettersi con il divino attraverso la natura. Credo che le piramidi abbiano svolto un ruolo simile. White Totem of Light, come le piramidi, si protende verso il cielo. La sua forma verticale rivela la sua intenzione e mette in evidenza il ponte tra queste architetture spirituali, ciascuna un tentativo di collegare la terra al cielo.
Sia il totem sia le piramidi incarnano profonda intenzione, dedizione e tempo. L’accumulo di frammenti ceramici rispecchia le pietre stratificate delle piramidi; entrambi esprimono il passaggio del tempo attraverso la ripetizione e l’assemblaggio. Sebbene differiscano per scala, forma e materiale, sia l’argilla cotta sia la pietra condividono il potere di durare».
La scultura agisce come un ponte tra passato e presente, tra terra e cosmo. Che cosa spera che gli spettatori colgano sul linguaggio universale del pattern, del rituale e della risonanza spirituale? E sulla sua rilevanza per la vita contemporanea e la preservazione culturale?
«Un motivo, o pattern’ non è altro che un atto ripetuto che, nel tempo, acquisisce forma e significato. Quando smettiamo di andare avanti, interrompiamo questo ritmo e spezziamo il motivo.
Riflettendo il titolo della mostra Forever Is Now, vedo quest’opera come una meditazione su come l’intenzione e lo scopo nel presente possano plasmare ciò che perdura. Gli atti guidati dalla cura e da un fine più profondo acquisiscono una qualità senza tempo. Quando l’intenzione è autentica, ciò che costruiamo oggi può risuonare molto nel futuro. Le piramidi incarnano questo principio, nate da visione e scopo, ricordandoci che lo sforzo umano allineato trascende il tempo. Atti consapevoli nel presente creano opere che durano per sempre e ispirano generazioni.
Le opere esposte sull’altopiano di Giza incarnano proprio questa idea. Sono la testimonianza del nostro impegno continuo, come artisti, nel creare opere intrise di cultura, intenzione e maestria artigianale. Qui, le piramidi fungono non solo da sfondo, ma da aspirazione».
L’artista
King Houndekpinkou (1987, Montreuil) è un artista franco-beninese che ha ridefinito il panorama della ceramica contemporanea. Da bambino sviluppa una fascinazione profonda per il Giappone, che lo porta nel 2012 a intraprendere un viaggio decisivo. In Giappone, infatti, scopre le antiche tradizioni ceramiche, si forma nei forni storici di Bizen e approfondisce gli insegnamenti dello Shinto attraverso la guida del maestro Toshiaki Shibuta.
Questa esperienza rivela una sorprendente affinità con il Vodun beninese, radicato nella sua stessa eredità familiare: entrambe le culture celebrano la natura come manifestazione del divino. Tale convergenza lo spinge a dedicarsi completamente alla ceramica.
Nel 2016 fonda il programma culturale Terres Jumelles (Twin Soils), che mette in dialogo Benin e Giappone attraverso il medium dell’argilla. Le sue sculture assemblano forme multiple, texture dense, strati di storia e reinvenzione. È membro dell’International Academy of Ceramics e ha esposto in istituzioni internazionali, inclusa la mostra del Boca Raton Museum of Art dedicata a George Ohr nel 2017.