Con ‘Ma’at’, Salha Al-Masry trasforma un anello reale in monumento pubblico: un cerchio che unisce arte, giustizia e umanità ad Art D’Égypte.

Critica d’arte e artista visiva nata al Cairo, Salha Al-Masry è oggi direttrice della Bab Selim Gallery presso il Museum of Modern Art, Visual Arts Sector, del Ministero della Cultura egiziano. Da sempre attenta osservatrice del movimento artistico del suo Paese, nelle sue opere fonde la storia delle antiche civiltà — e in particolare quella egizia — con un linguaggio contemporaneo che restituisce valore estetico ai segni e ai simboli.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Le sue ceramiche si ispirano alle culture predinastiche di Beni Salama, Deir Tasa, Badari, Naqada e Maadi, e reinterpretano antiche scritture — egizia, cuneiforme, sasanide, sumera, accadica e aramaica — come forme visive di bellezza, non come codici da decifrare.


Con Ma’at, ad Art d’Égypte, Al-Masry trasforma un antico anello reale, un tempo sigillo di potere, in un monumento pubblico: un grande cerchio che incornicia le piramidi e diventa finestra sul tempo. Sulle sue superfici incide parole tratte dal Libro dei Morti — inviti alla giustizia, alla dignità e al pane per tutti — trasformando il simbolo del comando in un patto di equilibrio tra autorità e umanità.

Salha Al-Masry e la visione di Ma’at

Il concetto di Ma’at unisce verità, giustizia e ordine cosmico. Attraverso la sua opera, in che modo ha cercato di ristabilire questa armonia tra potere e umanità?
«In Ma’at ho voluto reinterpretare il potere non come dominio, ma come responsabilità. La visione del mondo degli antichi egizi concepiva la giustizia come la forza che sosteneva l’equilibrio dell’universo: un’armonia tra autorità e compassione. Reinterpretando un gioiello reale e trasformandolo da manufatto intimo a forma architettonica monumentale, il simbolo reale passa dalla sfera del possesso privato a una lente collettiva, a uno spazio pubblico condiviso. Resta come un promemoria visivo del fatto che la vera grandezza non risiede nella superiorità sugli altri, ma nell’armonia con essi, dove il significato del potere si compie attraverso la voce del popolo».

Trasformando un ornamento reale in un monumento pubblico, ha creato un cerchio che incornicia il tempo, rendendo il passato visibile nel presente. Cosa rappresenta questa finestra simbolica, e cosa spera che il pubblico veda oltre quel cerchio?
«Il cerchio è al tempo stesso una cornice e un invito alla contemplazione. Ci permette di guardare attraverso il tempo, di vedere la bellezza delle piramidi attraverso la lente di una mente contemporanea. Ciò che si trova oltre non è solo il passato, ma anche il nostro stesso riflesso. Quando lo spettatore si pone davanti all’anello, si colloca tra due momenti nel tempo, partecipando a un dialogo tra permanenza e trasformazione. Spero che arrivi a comprendere che la storia non è una linea retta, ma un cerchio continuo. E che frammenti di eternità vivono nel nostro presente».

Le iscrizioni tratte dal Libro dei Morti incise sulla sua opera parlano di dignità e compassione. Pensa che l’arte, oggi, possa ancora servire come linguaggio capace di colmare le disuguaglianze e ristabilire l’equilibrio nel mondo contemporaneo?
«Assolutamente. L’arte resta uno dei pochi linguaggi in grado di parlare alla coscienza prima che all’intelletto. In un mondo fratturato da conflitti e disuguaglianze, l’arte conserva il potere di ricordarci la nostra umanità condivisa. Così come quello di creare spazi di empatia e riflessione anziché di divisione. Le parole del Libro dei Morti non sono state scelte come reliquie del passato, ma come un’etica vivente. Parlano di giustizia, pane e dignità: valori che restano urgenti oggi quanto lo erano migliaia di anni fa».

Foto: MO4 Network/Art d’Égypte

Revenews