Ad Art d’Égypte, Mert Ege Köse racconta l’eternità attraverso lo Shen: sculture monumentali che fondono metallo, spirito e armonia universale.
Tra antichi simboli e forme futuristiche, l’arte di Mert Ege Köse nasce da un dialogo profondo tra materia e spirito. Ad Art d’Égypte la sua ricerca artistica trae ispirazione dallo Shen, emblema egizio di eternità e protezione divina. Köse costruisce così un linguaggio plastico che unisce ordine e libertà, evocando la tensione tra struttura e caos naturale.
L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Nato a Istanbul nel 1990, l’artista è oggi una delle voci più interessanti della scultura contemporanea: autore di opere monumentali installate in spazi pubblici e istituzionali, dirige la divisione artistica di Asasart Executive all’interno di Asaş Aluminum, collabora con il Ministero della Cultura e del Turismo turco, e guida la AWC Dubai Art Gallery. Le sue creazioni, esposte a livello internazionale, trasformano la monumentalità in esperienza contemplativa, invitando lo spettatore a riconoscere nell’infinito la misura più intima dell’essere.
Le sue sculture si ispirano al simbolo egizio dello Shen, emblema di eternità e protezione divina. Come si traduce questa forma antica nella sua esplorazione contemporanea del metallo e della connessione tra materia e spirito?
«L’idea di una linea che ritorna su se stessa diventa un modo per pensare la continuità e la cura nel presente. Il metallo dà corpo a quell’idea: resistente, preciso e luminoso. Quando la superficie è lucidata, l’oggetto inizia a smaterializzarsi e l’ambiente lo attraversa. Ciò che resta è il gesto, il cerchio. In questo senso, la materia non si oppone allo spirito: è il veicolo che rende l’esperienza leggibile, una singola curva ininterrotta che tiene insieme movimento e quiete, durata e istante».

Nelle sue opere, linee fluide e materiali industriali si incontrano in un equilibrio tra ordine e libertà, struttura e caos naturale. Come nasce questo dialogo e quale ruolo gioca la fisicità del metallo nel raggiungere quell’armonia?
«Comincio con la chiarezza dell’ingegneria: percorsi di carico, tolleranze, ancoraggi… e poi chiedo alla linea di mantenere un ritmo vitale. La curva deve sembrare inevitabile, non rigida. Il metallo è ideale per questo: sopporta la tensione pur apparendo leggero, registra le minime scelte nella saldatura e accoglie la luce in modi che mantengono la forma viva durante tutto il giorno. Il dialogo nasce nel punto in cui lo scheletro progettato incontra il clima, il calore e un corpo in movimento. Se funziona, l’opera si legge come disciplinata, ma aperta: l’ordine come condizione che permette la libertà, non che la sopprime».

Le sue sculture monumentali avvolgono lo spettatore in uno spazio contemplativo. Secondo lei, qual è il potere della scultura su larga scala nel suscitare riflessioni su concetti come l’infinito e l’interconnessione universale?
«La scala, per me, non è intimidazione: è coinvolgimento. Quando una scultura è abbastanza grande, non la guardi soltanto: ne adotti il ritmo. Il camminare, il cielo che cambia e il tuo stesso riflesso diventano parte dell’opera. Questo incontro corporeo rende idee come infinito e interconnessione meno astratte e più percepibili. Un anello di cinque metri non è solo un segno di eternità: accompagna i tuoi passi, ti ripiega dentro l’orizzonte e per un momento allenta il tempo lineare. In questo senso, la monumentalità è una densità di attenzione, più che una questione di dimensione».
Foto: MO4 Network/Art d’Égypte