Una stazione diventa museo, un crematorio ospita concerti, una lavanderia si trasforma in ristorante. Tre giorni a Berlino seguendo le seconde vite degli edifici: un viaggio tra arte, memoria e spazi restituiti alla città.

Passeggiare tra le vie di Berlino può risultare, a tratti, disarmante. Se conosci anche solo sommariamente la storia di questa città, ne riconosci le tracce tra i muri dipinti della East Side Gallery e gli edifici che svettano ai lati delle strade: ex bunker, fabbriche e palazzi sopravvissuti alla devastazione mostrano le ombre di una furia cieca e di un dolore sordo. Eppure, se c’è un luogo che ha risposto al dolore con l’entusiasmo e la gioia di vivere, è proprio Berlino. Le pareti grigie sono colorate senza ordine da graffiti, poster e adesivi, mentre i palazzi rimasti in piedi, nati per essere grigi e austeri, oggi nascondono arte e paradisi creativi.

L’articolo continua più sotto

La nostra newsletter bisettimanale dedicata al mondo dell’arte e della cultura

Berlino è, del resto, una città che è stata distrutta dalla guerra e poi divisa da un Muro. Guardandola oggi, sembra aver dichiarato al mondo che, dopo tutto questo, niente sul suo suolo sarebbe più stato distrutto. Ogni cosa viene preservata, trasformata, nel tentativo di conservare le tracce di una storia che qualcuno ha provato a cancellare. La città distrutta, oggi, non distrugge più nulla. Il risultato è un patchwork mirabolante di storie e racconti.

Quanti luoghi nasconde, dunque, Berlino che raccontano la sua storia e le sue ombre? E cosa ci rivelano oggi della città? Nei miei tre giorni qui ho cercato la risposta nelle seconde vite dei suoi edifici. Le tappe del viaggio si possono leggere anche come una cronologia: dalle architetture nate per far muovere persone e messaggi ai bunker della guerra, fino agli spazi che i berlinesi hanno restituito alla vita comune.

Quando Berlino costruiva il futuro

Hamburger Bahnhof: dalla ferrovia all’arte contemporanea

Il nostro viaggio a ritroso nel tempo comincia nel 1846. Berlino è la capitale del Regno di Prussia, governato da Federico Guglielmo IV. Hitler non è ancora nato: verrà al mondo quarantatré anni dopo, nella cittadina di Braunau am Inn, nell’attuale Austria. Intanto la città cresce in fretta. Le fabbriche attirano nuovi abitanti, Berlino e i suoi sobborghi superano i quattrocentomila residenti e i binari la collegano a un mondo sempre più vasto. È una crescita che porta lavoro e movimento, ma anche povertà e quartieri sempre più affollati. Nel dicembre di quell’anno apre l’Hamburger Bahnhof, capolinea della ferrovia tra Berlino e Amburgo.

A progettarlo fu Georg Ernst Friedrich Neuhaus, fondatore e direttore della compagnia ferroviaria, insieme al capomastro Ferdinand Wilhelm Holz. Eppure la sua prima vita durò meno di quarant’anni: nel 1884 il traffico passeggeri passò al vicino Lehrter Bahnhof. La stazione divenne per un periodo sede di uffici e abitazioni e poi, nel 1906, aprì al suo interno il Museo dei trasporti e dell’edilizia. Persino quando i treni smisero di arrivare, l’edificio continuò dunque a raccontarli.

La Seconda guerra mondiale lo danneggiò gravemente. Durante la divisione della città rimase per decenni inutilizzato, in una terra di nessuno tra Berlino Est e Berlino Ovest. Nel 1984 passò all’amministrazione di Berlino Ovest e cominciò un primo restauro. Nel 1987 tornò ad accogliere una mostra. La trasformazione che vediamo oggi arrivò nel 1996, quando l’edificio riaprì come museo d’arte contemporanea. Oggi è l’Hamburger Bahnhof – Nationalgalerie der Gegenwart. Camminando nelle sue sale, lo sguardo cerca ancora l’ampiezza necessaria ai viaggiatori di un tempo. Le opere occupano uno spazio che era stato progettato per le partenze: la funzione è cambiata, la scala del luogo no.

LEGGI ANCHE: Le cose che restano della Berlin Art Week

Bethanien: dall’ospedale delle diaconesse a un quartiere d’arte

Berlino ha perso molti edifici della sua storia prebellica. L’Hamburger Bahnhof è uno di quelli arrivati fino a noi. Prima di addentrarci nelle ferite del Novecento, andiamo però a visitare un altro superstite: il Bethanien. Il periodo di costruzione è lo stesso, tra il 1845 e il 1847, ma la funzione per cui l’edificio è stato pensato era molto diversa. Se dalla stazione partivano i treni, qui le diaconesse imparavano a curare i malati.

Le due torri, la campana e la croce sulla facciata fanno in realtà pensare a una chiesa. Il complesso di Mariannenplatz, a Kreuzberg, era però un istituto delle diaconesse e un ospedale di formazione, con una cappella al suo interno. Anche Theodor Fontane lavorò per un periodo nella sua farmacia, rimasta in parte conservata.

L’ospedale chiuse nel 1970 e una parte degli edifici rischiò la demolizione. Le proteste dei cittadini e la tutela del patrimonio contribuirono a salvarlo. Dal 1973 gli ambienti del corpo principale ospitano attività culturali e sociali. Oggi il Kunstquartier Bethanien comprende il Kunstraum Kreuzberg/Bethanien, laboratori, una scuola di musica e spazi per le arti performative. Salendo nell’atrio tra arcate e balconate, l’atmosfera è inimitabile: un edificio dalla presenza quasi ecclesiastica in cui la cura delle persone ha lasciato spazio anche alla cura delle idee.

Haus Schwarzenberg: fabbrica, rifugio, cortile d’arte

In Rosenthaler Straße 39, tra le facciate restaurate e i negozi di Mitte, si apre un passaggio stretto coperto di scritte. Porta a Haus Schwarzenberg, la cui storia è molto complessa e affascinante. La casa affacciata sulla strada risale al 1864: siamo quindi ancora nella Berlino industriale. Dietro l’abitazione, su una parcella irregolare, sorsero di fatto nel tempo ali laterali, officine e altri edifici destinati al lavoro. Era un luogo di abitazioni e piccole attività, cresciuto insieme alla Berlino di quegli anni.

La storia di questo spazio cambia poi drasticamente. Durante il nazismo, in un’ala del complesso, Otto Weidt gestì infatti una fabbrica di spazzole e scope. Impiegava soprattutto persone ebree cieche o sorde e cercò di proteggerle dalle deportazioni facendo valere il lavoro per l’esercito, procurando documenti e cibo e nascondendo alcune famiglie nei locali della fabbrica. Non riuscì a salvarle tutte, ma oggi quegli ambienti lo ricordano ospitando il Museum Blindenwerkstatt Otto Weidt. Nel cortile si trova anche la mostra Stille Helden, dedicata a chi aiutò i perseguitati. Non sono storie affidate soltanto a una targa: hanno ancora stanze e indirizzo.

Nel dopoguerra il complesso ospitò anche uffici legati alla DEFA, l’industria cinematografica della Germania Est. Dopo la caduta del Muro rimase vuoto e degradato. Nel 1995 arrivò poi il collettivo artistico Dead Chickens, che insieme ad altri fondò l’associazione Schwarzenberg e.V.. Presero in affitto gli spazi e li rimisero in piedi, riparando soffitti e muri. Oggi i loro esseri metallici convivono con il cinema Central, la galleria Neurotitan, i laboratori e le opere di street art che continuano a cambiare sulle pareti.

Accanto all’ingresso dell’Anne Frank Zentrum, il volto di Anna Frank dipinto da Jimmy C nel 2012 interrompe per un momento il movimento del cortile. Anna non visse a Berlino. La sua immagine, qui, rimanda alla storia della persecuzione e a quella delle persone nascoste da Weidt a pochi passi di distanza. In questo luogo la seconda vita non ha ricoperto la prima: la costringe a restare visibile.

Urban Nation: una casa per l’arte di strada

Ora ci aspetta una tappa a Schöneberg, in un edificio residenziale e commerciale di fine Ottocento. Dal 2017 ospita Urban Nation, il museo dedicato all’arte urbana (ad ingresso gratuito). Lo studio GRAFT ne ha ripensato gli interni per accogliere le esposizioni, mentre anche la facciata è diventata una superficie su cui gli artisti possono intervenire. La seconda vita del palazzo incontra così l’arte nata sui muri della città: possiamo scoprirla nelle sale e poi continuare a cercarla sulle facciate del quartiere.

A tavola nella Berlino dell’Ottocento: una chiesa e un mercato

Il nostro viaggio nella Berlino dell’Ottocento prosegue a Kreuzberg, dove anche una pausa a tavola può raccontare la storia del quartiere. Cominciamo dalla Heilig-Kreuz-Kirche, costruita tra il 1884 e il 1888 e inaugurata il 27 ottobre di quell’anno. Colpita dai bombardamenti, bruciò nel 1945. Fu poi ricostruita entro il 1959 e ripensata tra il 1991 e il 1995 per accogliere anche attività culturali. È ancora una chiesa: vi si celebrano funzioni religiose. Nel suo complesso si trova però anche Pandoras, un caffè aperto verso il giardino, mentre gli spazi ospitano concerti e incontri. Ve la consiglio perché è un ottimo esempio di come Berlino sappia rendere vivibile e partecipato ogni suo spazio.

Un’altra pausa consigliata nei meandri dell’Ottocento berlinese è sempre in zona. Nel 1891 apriva a Kreuzberg la Markthalle IX, una delle grandi strutture costruite per portare il commercio alimentare al coperto. Attraversò la guerra, i danni dei bombardamenti e gli anni in cui i supermercati sembravano destinati a svuotarla. All’inizio del nuovo millennio era in difficoltà, ma gli abitanti si opposero ai progetti che l’avrebbero trasformata in un grande spazio commerciale indistinto.

Il gruppo Markthalle Neun ottenne infine la gestione della hall. Oggi tra i banchi convivono produttori, artigiani del cibo e iniziative culturali. Guardando la struttura di mattoni e ferro, si capisce che la sua nuova vita non ha cancellato quella originaria: il mercato è rimasto un mercato, ma il quartiere ha deciso che cosa potesse diventare.

Berlino entra nel Novecento

Fotografiska: da galleria commerciale a Tacheles

All’inizio del Novecento, Berlino è ancora la capitale prussiana, ma il suo ruolo è cambiato: dal 1871 è anche capitale dell’Impero tedesco. Sotto Guglielmo II, la città cresce tra industrie, nuove linee di trasporto e grandi magazzini. È in questa Berlino in espansione che, a Mitte, prende forma un edificio destinato a cambiare più volte funzione: quello che oggi ospita Fotografiska Berlin. Tra il 1907 e il 1909 fu costruito come ingresso della Friedrichstraßen-Passage, una galleria commerciale coperta che attraversava l’isolato. Dopo il fallimento del progetto, la AEG vi aprì la Haus der Technik per esporre i propri prodotti. La guerra danneggiò il complesso e, negli anni Ottanta, gran parte della vecchia galleria venne demolita.

Nel 1990 un gruppo di artisti occupò tuttavia l’edificio superstite su Oranienburger Straße. Nacque così il Kunsthaus Tacheles, per oltre vent’anni punto di riferimento della scena indipendente berlinese. Dal 2023 le sue sale ospitano Fotografiska, museo dedicato alla fotografia e alla cultura contemporanea. La scala conserva gli strati di graffiti degli anni del Tacheles. La prima sera del viaggio salgo fino al quarto piano per cenare da Verōnika: il ristorante è dentro il museo e, prima di sedermi, ho già attraversato un secolo di storia della città.

Silent Green: il primo crematorio della città

A Wedding, Silent Green occupa il primo crematorio di Berlino. Fu costruito tra il 1909 e il 1910 sul terreno di un vecchio cimitero ed entrò in funzione nel 1912, quando la cremazione cominciava ad affermarsi come alternativa alla sepoltura. Al centro c’è la sala del commiato ottagonale, alta diciassette metri. Le ali laterali erano destinate alle urne.

Il crematorio chiuse nel 2002. Dal 2013 il complesso è stato recuperato come quartiere culturale: oggi ospita concerti, cinema, mostre, incontri e spazi di lavoro. Camminarci dentro richiede una certa attenzione. La nuova attività non rende invisibile ciò che questo edificio era stato: la sua storia continua a dare una misura diversa al silenzio delle sale.

Telegraphenamt: dai telegrammi ai viaggiatori

La mia visita a Berlino comincia in realtà da qui: dal Telegraphenamt, l’hotel in cui soggiorno a Mitte. Occupa una parte dell’ex Haupttelegrafenamt, costruito tra il 1910 e il 1916: uno dei centri di telecomunicazione più avanzati d’Europa. Gli apparati telegrafici occupavano grandi sale e, dal 1919, una centrale della posta pneumatica faceva viaggiare la corrispondenza attraverso una rete di tubi. I tetti di vetro dei due cortili interni furono distrutti nel 1944. La posta pneumatica continuò a funzionare fino al 1977.

Oggi alcuni macchinari sono ancora visibili. Li ritrovo mentre attraverso gli spazi dell’hotel, tra camere, bar, ristoranti, luoghi per eventi e una sede della König Galerie. Nel 2022 il complesso ha cominciato questa nuova vita. Posate le valigie nella camera dai mattoni a vista e dai dettagli industriali, pranzo al ROOT Bistro nella hall, prima di uscire alla scoperta della città. Un tempo qui circolavano messaggi, adesso arrivano persone.

Le architetture della guerra

Feuerle Puig House: l’arte in un bunker per le telecomunicazioni

Berlino arriva agli anni ’40 del Novecento dopo aver attraversato la Prima guerra mondiale, la caduta della monarchia prussiana nel 1918, gli anni della Repubblica di Weimar e l’ascesa del nazismo nel 1933, fino alla nuova guerra scatenata da Hitler nel 1939. Ora il nostro itinerario nei luoghi rigenerati della città scende dunque nei bunker: edifici costruiti per proteggere persone e comunicazioni, che oggi custodiscono opere d’arte. La Feuerle Puig House, già The Feuerle Collection, ha trovato casa – ad esempio – in un bunker sotterraneo per le telecomunicazioni della Seconda guerra mondiale. Il recupero realizzato con l’architetto John Pawson ha conservato l’imponenza degli spazi. La collezione mette in relazione arte antica e contemporanea attraverso luce, oscurità e silenzio, senza i consueti cartellini accanto alle opere. La visita cambia ritmo appena si scende sottoterra: prima di distinguere ciò che è esposto, si avverte la struttura che lo contiene.

Boros Bunker: dal rifugio alla techno, fino alla collezione

Il Boros Bunker fu costruito nel 1942 come rifugio per la popolazione civile, anche attraverso il lavoro forzato. Dopo la guerra fu utilizzato come prigione, deposito di tessuti e magazzino di frutta importata da Cuba: i berlinesi lo chiamavano anche banana bunker. Negli anni Novanta divenne il club techno Bunker.

Karen e Christian Boros lo acquistarono nel 2003; dal 2008 vi espongono a rotazione la propria collezione di arte contemporanea. Al suo interno, queste vite non formano una storia ordinata o rassicurante. Il cemento continua a ricordare perché il bunker fu costruito, anche mentre le sale accolgono le opere.

La East Side Gallery entra in questo itinerario per una ragione precisa. Quel tratto di Muro sulla Mühlenstraße era parte del sistema di confine che divise Berlino. Dopo la caduta, nel 1990, artisti provenienti da diversi Paesi dipinsero sulla parete rimasta in piedi. Oggi è una galleria all’aperto e un monumento tutelato. Le immagini non fanno dimenticare la funzione originaria del muro: la rendono visibile proprio nel momento in cui la rovesciano.

Le forme nuove della città

Die Tankstelle: fare rifornimento d’arte

Nel 1945, Berlino esce dalla guerra devastata e viene divisa in quattro settori di occupazione alleata: la ricostruzione si intreccia presto con la contrapposizione tra Est e Ovest, che nel 1961 prenderà la forma del Muro. La nostra prossima tappa nasce in quegli anni, nella parte occidentale della città. L’ex stazione di servizio Shell sulla Bülowstraße, a Schöneberg, fu costruita infatti nel 1954, durante la ricostruzione di Berlino Ovest. Chiuse nel 1986 e rimase abbandonata per quasi vent’anni. Quando il gallerista Juerg Judin acquistò il complesso nel 2005, fece recuperare la pensilina rossa, il vecchio spazio di vendita e la porta del garage. L’intervento, completato nel 2008, aggiunse un’ala per esporre arte e un giardino: per un periodo la stazione fu anche la sua casa e il suo atelier.

Nel 2022 arrivò il Kleines Grosz Museum, dedicato all’artista berlinese George Grosz. Dopo la chiusura del museo nel 2024, il luogo cambiò ancora: dal 2025 si chiama Die Tankstelle e ospita gli spazi condivisi di Pace Gallery e Galerie Judin. Le due gallerie vi presentano a turno i propri artisti. Accanto, la casa editrice ZEIT cura un caffè e una libreria affacciati sul giardino. Si passa sotto la pensilina dove un tempo si faceva benzina, ma la sosta oggi può durare il tempo di una mostra o di una conversazione.

Holzmarkt, BRLO e Klunkerkranich: reinventare lo spazio comune

Il nostro itinerario arriva infine agli anni Duemila, nella Berlino riunificata. Le seconde vite della città prendono ora forme diverse: anche un terreno rimasto vuoto o un insieme di container possono diventare luoghi in cui mangiare, creare e stare insieme. Lungo la Sprea, a Friedrichshain, Holzmarkt 25 mostra che la seconda vita può riguardare un intero terreno. Un gruppo legato alla vecchia Bar 25 si organizzò nel 2012 nella cooperativa Holzmarkt 25 eG per immaginare un quartiere diverso sulle rive del fiume. La Genossenschaft für urbane Kreativität ha contribuito allo sviluppo del progetto; l’associazione Mörchenpark e.V. cura gli spazi verdi aperti al pubblico. Oggi tra street art, musica, atelier, locali e spazi di lavoro c’è anche un asilo. Con Viva con Agua è in costruzione anche Villa Viva Holzmarkt, un hotel sociale la cui apertura è prevista nel 2027 e che punta a sostenere progetti per l’accesso all’acqua potabile.

Nel parco am Gleisdreieck, BRLO BRWHOUSE è nato nel 2017 su un terreno inutilizzato. Gli architetti GRAFT hanno composto birrificio, ristorante e spazi per incontrarsi con 38 container marittimi usati. È una costruzione modulare, pensata anche per poter essere spostata e rimontata. Dalle vetrate si vedono i treni passare: Berlino continua a cambiare perfino mentre ci si ferma a bere qualcosa.

A Neukölln, infine, Klunkerkranich ha occupato dal 2013 l’ultimo piano del parcheggio delle Neukölln Arcaden. Il tetto destinato alle auto è diventato un giardino culturale, con musica e una vista sui palazzi della città. Ci salgo per l’aperitivo. Dopo tanti spazi riportati alla luce, mi imbatto anche nell’invidiabile creatività architettonica berlinese.

A cena e tra gli scaffali, altre seconde vite

Prima di ripartire, c’è spazio anche per cercare qualcosa da portare a casa. Da HUMANA, al Frankfurter Tor, gli abiti di seconda mano riempiono cinque piani: serve tempo per curiosare tra gli scaffali. VEB Orange, in Oderberger Straße, a Prenzlauer Berg, custodisce invece un piccolo repertorio della vita quotidiana nella Germania Est: lampade, accessori, vestiti e oggetti domestici originali, soprattutto degli anni Sessanta e Settanta. Dagli edifici agli oggetti, il filo del viaggio arriva fin qui: ciò che è appartenuto a un’altra Berlino trova ancora qualcuno disposto ad abitarlo, usarlo o indossarlo.

LEGGI ANCHE: Marina Abramović, tre grandi progetti in Europa nel 2026

Il viaggio tra gli spazi trasformati di Berlino continua anche a cena. Dal già citato Verōnika, al quarto piano di Fotografiska, si torna invece nell’edificio di cui abbiamo attraversato la storia, questa volta per fermarsi a tavola. A Neukölln, Lavanderia Vecchia rende esplicita la propria origine già nel nome: una vecchia lavanderia, nascosta in un cortile di Flughafenstraße, è diventata un ristorante italiano. Tra i tavoli, i panni stesi richiamano il lavoro che un tempo si svolgeva qui.

Tim Raue: dalla galleria d’arte all’arte della cucina

Il viaggio tra gli spazi trasformati di Berlino continua anche a cena. In Rudi-Dutschke-Straße, a Kreuzberg, il ristorante Tim Raue occupa dal 2010 gli ambienti della Galerie Crone. La loro prima vita è ancora riconoscibile: il pavimento in asfalto colato, l’illuminazione da galleria e gli arredi che sembrano oggetti in esposizione conservano il carattere dello spazio. Intorno, mobili in noce americano e classici del design introducono una nuova funzione, senza cancellare quella precedente.

Anche l’esperienza a tavola è, possiamo dirlo, a regola d’arte. Due percorsi raccontano altrettante geografie dello chef: Koi raccoglie i piatti più rappresentativi della sua cucina d’ispirazione asiatica, tra aromi thailandesi e ingredienti cinesi e giapponesi. Kolibri x Berlin torna invece alla città in cui Raue è cresciuto, intrecciando prodotti regionali e sapori dell’infanzia con il suo gioco di dolcezza, acidità e piccantezza. A questi si affianca una proposta vegana. Il colibrì del nome e del logo riassume la filosofia del ristorante: creatività, unicità e libertà. In questi ambienti, un tempo dedicati alle opere, la ricerca di una forma personale continua anche nei piatti.

Muoversi tra le tappe: la Berlin WelcomeCard

Per un itinerario che attraversa Mitte, Wedding, Schöneberg, Kreuzberg, Friedrichshain e Neukölln, i mezzi pubblici sono parte del racconto. La Berlin WelcomeCard è disponibile in diverse durate e varianti: quelle con il trasporto includono l’uso della rete urbana nelle zone acquistate, AB oppure ABC, e offrono riduzioni presso musei, attrazioni e altri partner aderenti. La zona ABC comprende anche l’aeroporto BER. Prima di scegliere la carta conviene controllare quali visite del proprio percorso prevedano davvero uno sconto: non tutte le tappe di questo reportage ne fanno parte.

Info: www.visitberlin.de, www.germany.travel/en/home.html

Foto: Grazia Cicciotti

Revenews