Due bunker, una chiesa brutalista e le mostre di Maurizio Cattelan e Ryuichi Sakamoto: cinque tappe per raccontare una città in cui anche gli edifici modificano il modo di guardare l’arte.

A Berlino l’arte si incontra anche senza cercarla: sui muri, lungo le strade, nei murales della East Side Gallery. Durante la Berlin Art Week – quest’anno giunta alla quindicesima edizione – mi sono però accorta che a sorprendere sono spesso i luoghi ancora prima delle opere. Un bunker costruito durante la guerra ospita una collezione privata. Un altro chiede di entrare senza telefono e di affidarsi al buio. Una chiesa brutalista diventa una galleria. In mezzo, due mostre che usano l’arte per mettere alla prova ciò che crediamo di conoscere: le immagini, nel caso di Maurizio Cattelan; il suono e il tempo, in quello di Ryuichi Sakamoto.

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La Berlin Art Week 2026 si è svolta dal 9 al 13 settembre, coinvolgendo musei, gallerie e collezioni in tutta la città. Provare a vedere tutto sarebbe stato impossibile. Queste sono le cinque tappe che mi sono rimaste più impresse.

La Boros Collection, arte in un bunker

Il primo impulso, davanti alla Boros Collection, è quello di guardare l’edificio. Le pareti di cemento e le piccole aperture rivelano subito che questo posto non è di certo nato per esporre arte. E infatti fu costruito nel 1942 come rifugio per i civili, con il lavoro forzato. Dopo la guerra è stato magazzino di tessuti, deposito di frutta importata da Cuba — da cui il soprannome di «bunker delle banane» — e, negli anni Novanta, uno dei luoghi della scena techno berlinese. Oggi ospita parte della collezione d’arte contemporanea di Karen e Christian Boros.

Esterno del bunker che ospita la Boros Collection a Berlino

Conoscere questa sequenza prima di entrare cambia la visita. Il bunker non diventa neutro perché qualcuno vi ha portato delle opere: continua quasi ad imporre la sua presenza mentre si passeggia da una stanza all’altra. La collezione, allestita in spazi che si visitano con una guida (ma libera durante la Art Week), comprende lavori di artisti internazionali dagli anni Novanta a oggi. Non è tuttavia soltanto una questione di cosa si trova dentro. È il rapporto tra ciò che si guarda e ciò che quell’edificio è stato a rendere la visita diversa da quella di un museo tradizionale.

Berlino è piena di luoghi a cui è stata data una nuova funzione. Qui, però, le vite precedenti sembrano difficili da mettere tra parentesi. Si può entrare per vedere arte contemporanea e uscire pensando anche a chi quel bunker lo ha costruito, a chi vi si è rifugiato e a chi, molti anni dopo, è sceso lì per ballare.

Feuerle Puig House, rallentare e riflettere

A pochi chilometri di distanza, un altro bunker propone un’esperienza completamente differente. La Feuerle Puig House occupa un ex bunker per le telecomunicazioni trasformato con l’intervento dell’architetto John Pawson. Se da Boros la storia dell’edificio accompagna la visita, qui la prima cosa che conta è il modo in cui si entra e si guarda: la luce è studiata, le opere non sono circondate da didascalie, il telefono è assolutamente vietato.

Ingresso della Feuerle Puig House durante la Berlin Art Week 2026

La collezione mette in relazione arte antica asiatica e opere contemporanee. Non segue un percorso cronologico che ti spieghi come passare da un oggetto all’altro. Sono gli accostamenti, le distanze e l’illuminazione a suggerire un rapporto. Si può trovare la proposta affascinante o sentirsi privati di qualche informazione: è proprio questa scelta, così diversa dall’abitudine di leggere subito nome e data, a rendere il luogo memorabile.

La Feuerle Puig House ha festeggiato nel 2026 i suoi dieci anni e ha aperto anche durante la Berlin Art Week. Per raccontarlo, però, non basta dire che è un bunker riconvertito. L’aspetto più interessante è che l’edificio è stato trasformato in una specie di pausa dal rumore della città. In una settimana in cui si passa rapidamente da una mostra all’altra, qui viene chiesto di fare il contrario: restare davanti a un’opera un po’ più a lungo, anche senza sapere immediatamente che cosa pensarne.

Maurizio Cattelan, le immagini che non ci lasciano tranquilli

Alla Neue Nationalgalerie, NIGHT porta Maurizio Cattelan dentro l’edificio di vetro progettato da Mies van der Rohe. È la sua prima grande personale in Germania e fa parte del Preis der Nationalgalerie 2026. In mostra ci sono opere storiche, fra cui Him e Novecento, insieme a nuovi interventi pensati per questo spazio. Cattelan è uno di quegli artisti di cui molti conoscono almeno un’immagine, magari senza ricordarne il titolo. Eppure vedere le opere dal vivo è un’esperienza differente: la loro apparente immediatezza — una figura, un animale, una scena che si riconosce in pochi secondi — dura pochissimo. Subito dopo arrivano le domande: perché questa immagine mi fa ridere? Perché mi mette a disagio? Che cosa cambia se smetto di considerarla soltanto una provocazione?

Berlino Maurizio Cattelan NIGHT
L’ingresso della mostra NIGHT di Maurizio Cattelan alla Neue Nationalgalerie di Berlino

È questo, secondo me, il punto più interessante di NIGHT. Cattelan sa attirare lo sguardo, ma non gli permette di fermarsi alla battuta. Infanzia, violenza, potere e memoria storica entrano in opere che sembrano semplici solo a distanza. Anche la Neue Nationalgalerie partecipa al gioco: la sua architettura, così aperta ed esposta, diventa parte del modo in cui incontriamo lavori capaci di farci sentire improvvisamente meno sicuri di quello che stiamo guardando. Visitabile fino al 7 marzo 2027.

Ryuichi Sakamoto, quando si può vedere il suono

L’esperienza più difficile da riassumere in una fotografia è stata forse quella dedicata a Ryuichi Sakamoto all’Hamburger Bahnhof. seeing sound, hearing time è la prima grande retrospettiva europea del compositore e artista giapponese, morto nel 2023. Nelle Rieckhallen riunisce sette opere presentate attraverso cinque installazioni di grandi dimensioni. Sakamoto è conosciuto da molti per la musica, dai brani elettronici alle colonne sonore. Qui, però, il suono non accompagna semplicemente delle immagini: occupa lo spazio, cambia il modo di attraversarlo e rende percepibile lo scorrere del tempo. In IS YOUR TIME, per esempio, un pianoforte danneggiato dallo tsunami del 2011 produce suoni a partire da dati sismologici trasformati digitalmente. La storia dello strumento, quella di un disastro e i movimenti della Terra finiscono nella stessa opera.

Uno degli ambienti della mostra dedicata a Ryuichi Sakamoto all’Hamburger Bahnhof

È una mostra che invita a perdere per un momento l’abitudine di domandarsi subito «che cosa rappresenta». Bisogna ascoltare, aspettare, accorgersi di ciò che cambia. Dopo il bunker di Feuerle, ho ritrovato anche qui l’idea che dedicare tempo a un’opera sia parte dell’opera stessa. Ma Sakamoto la porta altrove: in uno spazio in cui non è sempre chiaro dove finisca ciò che sentiamo e dove cominci ciò che vediamo.

St. Agnes, una chiesa con due mondi al suo interno

L’ultima tappa è la König Galerie, all’interno di St. Agnes, una ex chiesa brutalista. Dall’esterno è già un edificio che costringe a fermarsi. Dentro, durante la Berlin Art Week, mi sono trovata davanti a due mostre che difficilmente avrebbero potuto essere più diverse. Nella grande navata, Echotropia di Christian Achenbach riempie lo spazio di paesaggi dai colori accesi. In fondo alla sala c’è Genesis, un dipinto monumentale realizzato appositamente per quel luogo. Guardarlo da lontano, con le persone piccole davanti alla tela e le pareti alte tutt’intorno, fa capire quanto conti la scala: il quadro sembra aprire un altro paesaggio dentro l’architettura di cemento.

Esterno di St. Agnes, sede della König Galerie a Berlino

Nella cappella, invece, The Archeology of Beasts di Monira Al Qadiri conduce verso l’antico Egitto. All’ingresso ci sono due figure nere e lucide, ispirate alle divinità Khnum e Anubi. Sembrano arrivare da un passato remoto e, nello stesso tempo, da un’immaginazione contemporanea. La mostra usa sculture, video e realtà virtuale per interrogare il confine che tracciamo fra esseri umani, animali e natura.

È stata una bella conclusione del percorso perché St. Agnes tiene insieme molte delle cose incontrate durante la settimana: un edificio che ha cambiato vita, opere che modificano il modo di abitarlo e la sensazione che, a Berlino, entrare in un luogo significhi spesso attraversarne più di uno. A volte basta passare dalla navata alla cappella per ritrovarsi in un altro mondo.

Info: www.visitberlin.de, www.germany.travel/en/home.html

Foto: Grazia Cicciotti

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