Dalle capanne dell’Età del Ferro alla Casa di Augusto, dai grandi palazzi imperiali ai giardini dei Farnese: un viaggio cronologico nel colle dove mito, archeologia e potere si intrecciano da oltre duemila anni.
Alla scoperta del Colle Palatino
- La storia del Palatino
- Alla scoperta del Palatino: un itinerario cronologico, per apprezzarne la storia
Il termine palazzo (e tutti i suoi derivati nelle lingue europee) nasce dal latino palatium e, prima ancora, da un luogo preciso: il Colle Palatino di Roma. Non è il più alto dei sette colli, ma è quello che ha lasciato l’impronta più profonda nella storia dell’Occidente. Qui gli imperatori romani costruirono le loro residenze trasformando il nome del colle in un sinonimo stesso di potere. Da palatium derivano così l’italiano palazzo, il francese palais, l’inglese palace, lo spagnolo palacio: parole che ancora oggi evocano dimore reali, sedi istituzionali e luoghi del governo. Tutto nasce da questo lembo di terra affacciato sul Foro Romano, dove il mito della fondazione di Roma si intreccia con la nascita dell’Impero e con una storia che continua a parlare al presente.
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Oggi il Palatino è parte del Parco archeologico del Colosseo e si affaccia sull’anfiteatro più famoso del mondo. Eppure, mentre milioni di visitatori concentrano la loro attenzione sul monumento dei gladiatori, è proprio su questo colle che si è scritto il capitolo più decisivo della storia di Roma. Se il Colosseo rappresenta la potenza spettacolare dell’Impero, il Palatino ne racconta invece le origini, il potere e la vita quotidiana. È qui che, secondo la tradizione, nacque la città eterna ed è qui che gli imperatori decisero di abitare, trasformando un’altura di appena quaranta metri in uno dei luoghi più influenti della storia occidentale.
La storia del Palatino
Secondo la tradizione, è proprio sul Palatino che nasce Roma. Qui la leggenda colloca la Grotta del Lupercale, dove la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo prima che il pastore Faustolo li trovasse e li allevasse. Sul colle sarebbe poi sorta la cosiddetta Casa Romuli, una semplice capanna che gli antichi romani conservarono e restaurarono per secoli come simbolo delle origini della città. Al di là del mito, gli scavi archeologici confermano che il Palatino era abitato già nell’Età del Ferro, tra il X e l’VIII secolo a.C., facendo di quest’area uno dei nuclei più antichi dell’insediamento romano. Non a caso il 21 aprile, giorno tradizionalmente associato alla fondazione di Roma, si celebravano qui le antichissime Palilie, feste dedicate alla dea Pales.

Con il passare dei secoli il Palatino cambiò volto. Già in età repubblicana divenne il quartiere residenziale dell’aristocrazia romana: qui possedevano una casa figure come Cicerone, Marco Antonio e altri protagonisti della vita politica. La svolta arrivò però con Augusto che, nato proprio sul colle, decise di stabilirvi la propria dimora. Da quel momento quasi tutti gli imperatori seguirono il suo esempio, facendo costruire residenze sempre più monumentali fino a trasformare il Palatino in un immenso complesso di palazzi, giardini, templi e spazi di rappresentanza. Fu allora che il latino palatium smise di indicare soltanto il colle romano e iniziò a significare la residenza del sovrano, dando origine alla parola palazzo e ai suoi equivalenti in gran parte delle lingue europee.
Alla scoperta del Palatino: un itinerario cronologico, per apprezzarne la storia
Le capanne del Palatino
La storia visibile del Palatino comincia da tracce molto meno monumentali dei palazzi imperiali che avrebbero poi ricoperto il colle. Davanti al Tempio della Magna Mater, nel 1948, l’archeologo Salvatore Maria Puglisi individuò i fondi di tre capanne dell’VIII secolo a.C., scavati nella roccia tufacea. Piattaforme ovali, canaletti per l’acqua piovana e fori destinati ai pali costituiscono una delle testimonianze più importanti dei primi insediamenti di Roma.

Le abitazioni dovevano avere pareti di fango, paglia e canne, tetti sostenuti da travi e un focolare centrale. Il loro aspetto può essere ricostruito anche attraverso le urne cinerarie a forma di capanna diffuse nella civiltà laziale. Nella stessa area sono stati rinvenuti una tomba del X secolo a.C. e antiche cisterne, elementi che hanno portato alcuni studiosi a collegare il sito al primo villaggio del colle, identificato dalla tradizione con la Roma quadrata.
La Casa di Romolo e il mito del Lupercale
Su queste tracce archeologiche si innesta il mito. Gli antichi collocavano infatti nelle vicinanze la Casa Romuli, la dimora di Romolo, conservata nei secoli come una reliquia delle origini. Non una casa realmente attribuibile al fondatore, ma un luogo simbolico attraverso il quale Roma continuava a riconoscersi nel racconto della propria nascita. Secoli dopo, Augusto avrebbe costruito la sua residenza proprio in questa zona, stabilendo un legame diretto tra il fondatore leggendario e il nuovo potere imperiale.

Ai piedi del Palatino la tradizione collocava invece il Lupercale, la grotta nella quale la lupa avrebbe allattato Romolo e Remo. L’antro divenne in seguito un santuario e il punto di partenza dei Lupercalia, l’antico rito di fertilità celebrato nel mese di febbraio. Nel 2007, durante i restauri della Casa di Augusto, fu individuato a circa quindici metri di profondità un ambiente circolare decorato con mosaici, conchiglie e un’aquila sulla volta. La scoperta riaccese l’ipotesi del ritrovamento del Lupercale, ma l’identificazione rimane discussa: per alcuni studiosi potrebbe essere la grotta venerata dai Romani, per altri un ninfeo o una fontana monumentale di età augustea. Esplorato soltanto attraverso una sonda e non visitabile, l’ambiente resta uno dei luoghi nei quali il Palatino mostra meglio la sovrapposizione tra archeologia, memoria e mito.
Dalla Magna Mater alle case dell’aristocrazia romana
Superate le tracce delle prime capanne, il Palatino racconta una Roma ormai cresciuta, capace di guardare oltre i propri confini e di accogliere culti provenienti dal Mediterraneo. Uno dei luoghi simbolo di questa trasformazione è il Tempio della Magna Mater, dedicato a Cibele e costruito non lontano dall’area tradizionalmente associata alla Casa di Romolo.
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Il culto della dea arrivò a Roma nel 204 a.C., nel pieno della seconda guerra punica. Dopo aver consultato i Libri Sibillini, i Romani decisero di trasferire in città il simulacro venerato a Pessinunte, in Asia Minore: una pietra nera, probabilmente di origine meteorica, destinata a diventare uno dei simboli sacri della protezione dello Stato. La scelta del Palatino non era casuale: Cibele era legata alla Troade, patria di Enea, e il suo culto si inseriva così nel racconto delle origini di Roma. Il tempio, inaugurato nel 191 a.C., fu più volte ricostruito dopo gli incendi, fino all’ultimo intervento voluto da Augusto. Oggi ne restano il possente basamento e numerosi elementi architettonici che testimoniano l’importanza del santuario.
La Casa dei Grifi e l’Aula Isiaca
Mentre il colle si consolidava come centro religioso, tra il II e il I secolo a.C. diventò anche il quartiere preferito dell’aristocrazia romana. Molte delle sue dimore furono inglobate dai futuri palazzi imperiali, ma alcune sono sopravvissute proprio perché sepolte dalle costruzioni successive. È il caso della Casa dei Grifi, uno degli esempi meglio conservati di abitazione repubblicana sul Palatino.

Il nome deriva da una decorazione in stucco con due grifoni, ma il vero tesoro sono gli affreschi e i pavimenti. Le pareti, decorate tra la fine del II e l’inizio del I secolo a.C., creano sorprendenti illusioni prospettiche con colonne, architetture dipinte e scorci immaginari, mentre i mosaici rivelano il gusto raffinato dell’élite romana. Prima ancora che Augusto scegliesse il Palatino come propria residenza, il colle era già il luogo dove il prestigio politico si esprimeva anche attraverso l’architettura e l’arte.

A una fase immediatamente successiva appartiene l’Aula Isiaca, ambiente sotterraneo decorato tra il 30 e il 25 a.C. e caratterizzato da richiami al culto di Iside e Serapide. Paesaggi nilotici, simboli egizi e motivi vegetali raccontano una Roma che, alle soglie dell’Impero, guardava ormai all’intero Mediterraneo e trasformava culture diverse in un nuovo linguaggio artistico e politico.
Augusto e la nascita del Palatino imperiale
La vera svolta nella storia del Palatino arriva con Augusto. Ottaviano era nato sul colle e scelse di tornarvi quando la sua carriera politica cominciò a trasformarlo nel padrone di Roma. Non occupò immediatamente una residenza monumentale: secondo Svetonio, acquistò inizialmente la casa dell’oratore Quinto Ortensio Ortalo, un’abitazione relativamente sobria, priva di marmi e di decorazioni eccessivamente lussuose. La semplicità, del resto, faceva parte dell’immagine che Augusto voleva offrire di sé: non un sovrano distante, ma il primo tra i cittadini, custode dei valori tradizionali della Repubblica.

La scelta del luogo era tutt’altro che casuale. Abitare sul Palatino significava stabilirsi accanto alle tracce attribuite alla Casa di Romolo, nel punto in cui il mito collocava la nascita di Roma. Augusto legava così la propria figura a quella del fondatore dell’Urbe, presentando il nuovo ordine politico non come una rottura, ma come una rifondazione.

Il complesso nacque dall’unione di diverse abitazioni repubblicane. Ancora oggi alcuni ambienti conservano tra i più raffinati affreschi del secondo stile, databili intorno al 30 a.C. Nella celebre Stanza delle Maschere, finte architetture, paesaggi e decorazioni teatrali trasformano le pareti in uno spazio illusionistico, dimostrando come la sobrietà attribuita ad Augusto dalle fonti non escludesse un linguaggio artistico di straordinaria eleganza.
La Casa di Livia e il Tempio di Apollo Palatino
Accanto si trova quella che continua a essere chiamata Casa di Livia. L’identificazione tradizionale risale all’Ottocento, ma oggi gli studiosi preferiscono considerarla un settore del complesso augusteo, forse destinato alla moglie dell’imperatore. Anche qui gli affreschi sono il vero protagonista: colonne dipinte, prospettive, scene mitologiche e motivi di ispirazione egizia raccontano una Roma ormai aperta ai linguaggi artistici dell’intero Mediterraneo. La residenza di Augusto, però, era molto più di una casa. Attorno agli ambienti privati si concentravano spazi religiosi, culturali e istituzionali, fino a creare un unico centro del potere destinato a diventare il modello delle future residenze imperiali.

Il simbolo più evidente di questo progetto era il Tempio di Apollo Palatino. Promesso dopo la vittoria di Nauloco nel 36 a.C. e dedicato nel 28 a.C., dopo Azio, il santuario sorgeva su una terrazza affacciata verso il Circo Massimo. Le fonti antiche ricordano porte d’avorio, statue di maestri greci e il gruppo di culto con Apollo, Diana e Latona. Ai piedi del dio erano custoditi i Libri Sibillini, trasferiti qui per volontà dello stesso Augusto.
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Accanto al tempio si trovavano il Portico delle Danaidi e una grande biblioteca, divisa tra testi greci e latini, dove talvolta si riuniva anche il Senato. Era una scelta dal forte significato politico: le istituzioni della Repubblica continuavano a esistere, ma gravitavano ormai attorno alla casa del principe e al dio che ne proteggeva il potere. La dimora di Augusto trasformò così il Palatino nel nuovo centro simbolico di Roma. Da quel momento vivere sul colle non sarebbe più stato soltanto un segno di prestigio: sarebbe diventato il simbolo stesso dell’autorità imperiale.
Da Tiberio a Settimio Severo, il colle diventa un unico palazzo
Dopo Augusto, abitare sul Palatino divenne quasi una conseguenza naturale dell’essere imperatore. Le residenze successive ampliarono progressivamente il complesso fino a trasformare gran parte del colle in un’unica, immensa cittadella del potere. Il primo grande ampliamento fu la Domus Tiberiana, costruita sul versante occidentale del colle. Nata probabilmente sotto Tiberio e ampliata da Caligola, Nerone e Domiziano, collegava il Palatino al Foro Romano attraverso una rete di cortili, corridoi e ambienti amministrativi. Gran parte del complesso giace ancora sotto gli Horti Farnesiani, ma la riapertura al pubblico nel 2023 ha restituito uno dei settori più significativi dell’antica residenza imperiale.
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Con Nerone il progetto si estese oltre il colle. La Domus Transitoria doveva unire il Palatino ai possedimenti imperiali sull’Esquilino, anticipando la più celebre Domus Aurea. Sebbene distrutta dall’incendio del 64 d.C., alcuni suoi ambienti sopravvivono inglobati nei palazzi successivi. Fu però Domiziano, alla fine del I secolo d.C., a dare al Palatino la forma che ancora oggi riconosciamo. Il grande complesso progettato dall’architetto Rabirio comprendeva la Domus Flavia, destinata alle funzioni pubbliche e alle cerimonie ufficiali, la Domus Augustana, riservata alla vita privata dell’imperatore, e lo Stadio Palatino, che con ogni probabilità era un grande giardino monumentale più che un luogo per competizioni sportive.
Domiziano e Settimio Severo
Nella Domus Flavia si svolgevano udienze, banchetti e incontri politici, mentre la Domus Augustana si affacciava sul Circo Massimo con terrazze, cortili e appartamenti privati. Tutto era progettato per trasformare il potere imperiale in spettacolo, facendo dell’architettura uno strumento di rappresentazione. All’inizio del III secolo Settimio Severo ampliò ulteriormente il complesso verso sud-est con la Domus Severiana, costruita su imponenti sostruzioni ancora oggi visibili. Sul lato rivolto verso la via Appia fece erigere anche il grandioso Settizonio, una scenografica facciata a colonne e fontane destinata ad accogliere chi entrava a Roma da sud.

Nel giro di tre secoli il Palatino aveva così completato la sua trasformazione: il colle delle capanne e della leggenda di Romolo era diventato il cuore dell’Impero romano, una città nella città interamente dedicata alla residenza e alla rappresentazione del potere.
Dal cristianesimo ai giardini Farnese
Con la progressiva cristianizzazione dell’Impero, anche il Palatino cambiò significato. Il colle che per secoli aveva rappresentato la dimora degli imperatori accolse nuovi luoghi di culto, spesso ricavati all’interno o in prossimità degli antichi palazzi. Tra la fine del IV e l’inizio del V secolo alcune fonti ricordano la presenza di un oratorio dedicato a san Cesareo nella Domus Augustana, segno della trasformazione simbolica della residenza imperiale pagana. Nei secoli successivi, mentre gli edifici antichi venivano abbandonati, spogliati o riutilizzati, sul colle sorsero chiese, conventi, orti e abitazioni.
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La svolta arrivò nel Cinquecento, quando la famiglia Farnese acquistò una vasta parte del Palatino e fece realizzare sopra i resti della Domus Tiberiana gli Horti Farnesiani. Affidati tradizionalmente al progetto di Jacopo Barozzi da Vignola, furono tra i primi grandi giardini botanici privati d’Europa: terrazze, scalinate, fontane, ninfei e uccelliere trasformarono le rovine imperiali in uno scenario rinascimentale. Il potere costruiva così nuovamente sul Palatino, ma questa volta non cancellando del tutto l’antico: lo utilizzava come fondale, inserendo la memoria di Roma all’interno di un paesaggio pensato per lo svago, la rappresentanza e la contemplazione.
Dagli scavi di Napoleone III al Museo Palatino
Nell’Ottocento il Palatino tornò a essere osservato soprattutto come luogo archeologico. Gli Horti Farnesiani, passati attraverso l’eredità dei Borbone, furono acquistati nel 1861 da Napoleone III, che affidò gli scavi a Pietro Rosa. Le indagini interessarono la Domus Tiberiana, la Domus Flavia, il Tempio della Magna Mater e altri settori del colle, contribuendo a definire per la prima volta una lettura sistematica dei palazzi imperiali. Dopo la caduta dell’imperatore francese, nel 1870 la proprietà fu acquistata dallo Stato italiano, deciso a collegare il Palatino al Foro Romano e a costruire un grande parco archeologico capace di raccontare le origini e la grandezza della nuova capitale. Lo stesso Pietro Rosa istituì il primo Antiquarium del Palatino per raccogliere le opere emerse dagli scavi.

Dopo trasferimenti, demolizioni e lunghe dispute con il Museo Nazionale Romano, il museo trovò nel Novecento una nuova sede negli edifici superstiti di Villa Mills. Oggi il Museo Palatino conclude idealmente la visita del colle. Al piano terreno sono raccolti i materiali relativi alle origini e all’età repubblicana, dalle tracce delle capanne agli elementi architettonici dei primi santuari. Al piano superiore affreschi, sculture e decorazioni raccontano invece la stagione imperiale. Tra le opere più significative figurano i dipinti provenienti dalla Domus Transitoria, i ritratti degli imperatori e il celebre Graffito di Alessameno, una delle più antiche e discusse rappresentazioni della crocifissione. Il museo non è quindi una tappa separata dalle rovine: è il luogo nel quale i frammenti incontrati lungo il percorso tornano a comporre, almeno in parte, la storia del Palatino.
