Dalla Vespa ai cavatori di Carrara, fino ai butteri della Maremma. Il conduttore di BBC News racconta il viaggio di ‘Tuscany: Beyond La Dolce Vita’, lo speciale che esplora la Toscana attraverso le sue tradizioni, il lavoro e le persone che la rendono unica.
La Toscana delle cartoline esiste davvero. Ci sono le colline punteggiate di cipressi, i borghi da sogno, il buon vino e quell’eleganza che il mondo associa immediatamente all’Italia. Dietro questa immagine c’è però molto altro. È proprio da qui che parte Tuscany: Beyond La Dolce Vita, la nuova puntata di The Travel Show di BBC News, in onda il 13 giugno, che segue il giornalista e presentatore Qasa Alom in un viaggio tra Pontedera, Carrara e la Maremma in occasione degli ottant’anni della Vespa. Dal museo Piaggio ai cavatori delle Alpi Apuane, fino ai butteri che ancora oggi custodiscono una tradizione millenaria, il reportage prova a raccontare una Toscana diversa: meno patinata e più autentica. Ne abbiamo parlato con Qasa Alom.
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Il titolo è Beyond La Dolce Vita. Quale cliché sull’Italia volevi superare con questo viaggio?
«Penso che molte persone nel Regno Unito, ma non solo, vedano l’Italia come un luogo elegante, bellissimo, fatto di paesaggi meravigliosi, lusso, buon vino, buon cibo e persone sempre impeccabili. È un cliché piacevole, e in parte è anche vero: molte persone vengono in Italia proprio per vivere quell’atmosfera. Quello che volevo fare, e che cerco di fare in tutti i miei programmi, è mostrare che esiste molto di più. Mi interessa capire come questi luoghi siano diventati così importanti e famosi. E spesso dietro c’è il lavoro delle persone comuni. Nel caso della Toscana volevamo raccontare proprio questo: il sudore, la fatica, il lavoro dei butteri, dei cavatori di marmo, di tutte quelle persone che hanno costruito questa identità».
Qual è stata, per te, la scoperta più sorprendente di questo viaggio?
«I paesaggi sono davvero straordinari. Assolutamente magnifici. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata il modo in cui le persone si prendono il loro tempo. C’è qualcosa di semplice e autentico nel modo in cui vivono. Forse perché io ero lì per lavorare e non in vacanza, ma questa è stata la sensazione che mi è rimasta più impressa. Viviamo in un mondo in cui tutti corrono continuamente. In Toscana ho percepito invece l’importanza di rallentare e dedicare tempo alle cose».
Partiamo dai butteri, perché per noi sono motivo di grande orgoglio. Com’è stato incontrarli?
«È stata un’esperienza incredibile. Pensate che appena un mese prima non sapevo andare a cavallo. Ho preso qualche lezione, ma piuttosto basilare. Quando sono arrivato lì, il paesaggio era esattamente come lo avevo immaginato: meraviglioso. Luca e il suo team erano semplicemente al lavoro. Non stavano facendo uno spettacolo per noi, stavano vivendo la loro quotidianità. Con il passare delle ore ho conquistato la loro fiducia. I cavalli erano splendidi e molto reattivi. È stato incredibile sentire il livello di fiducia che avevano nei miei confronti quando siamo usciti insieme.
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Naturalmente, non tutto è andato secondo i piani. Ci sono stati momenti imprevedibili: gli animali seguono le loro regole. Durante le riprese una cavalla era in travaglio. Purtroppo il puledro non è sopravvissuto. È stato un momento molto toccante. Tutti i cavalli sembravano percepire che qualcosa non andava. Sono rimasto lì con loro, mi sono sporcato le mani e ho cercato di aiutare. Abbiamo cavalcato per due o tre ore immersi in paesaggi meravigliosi, con il cielo azzurro e il verde intenso della Maremma. Ho sentito una connessione fortissima con la natura e con gli animali. E ho capito perché sia così importante proteggere questa tradizione».
La Vespa è probabilmente uno dei simboli italiani più conosciuti al mondo. Che cosa hai scoperto visitando il luogo dove è nata?
«Onestamente è stata esattamente come speravo che fosse. Tutti conosciamo i film che hanno contribuito a renderla iconica. È un mezzo elegante, affascinante, quasi romantico. Ma quello che ho scoperto è che è soprattutto pratica. È facile da guidare, agile, perfetta per spostarsi. Non è soltanto un oggetto di design o un simbolo di stile: è uno strumento essenziale. Ho pensato spesso a come dovesse essere per le persone che lavoravano e avevano bisogno di muoversi ogni giorno. Mi sono affezionato molto alla mia Vespa durante il viaggio. La sua forza sta proprio nell’unione tra forma e funzione. Il design è rimasto quasi immutato perché semplicemente funziona. Non c’è bisogno di cambiarlo».
Molti all’estero associano la Vespa all’immagine da cartolina dell’Italia, ma dietro c’è una storia industriale molto importante.
«Assolutamente. È un esempio perfetto di buon design. Oggi pensiamo spesso ai prodotti Apple quando parliamo di design efficace: la semplicità è la forma più alta di funzionalità. La Vespa incarna perfettamente questo principio».
Parliamo di Carrara. Che impressione ti hanno fatto le cave e le persone che ci lavorano?
«Conoscevo il marmo di Carrara, come credo chiunque nel mondo. Quello che non avevo capito è quanto sia enorme tutto questo. La quantità di marmo presente è impressionante e sembra un’attività che potrebbe continuare ancora per centinaia di anni. Le persone che lavorano lì ne sono profondamente orgogliose, e a ragione. Mi ha colpito l’energia e la competenza di chi lavora nelle cave. Ho avuto la possibilità di mangiare con loro, condividere del tempo insieme e osservare da vicino quanto il loro sia un lavoro specializzato e complesso.

Dovreste essere molto orgogliosi del fatto che questo marmo venga esportato in tutto il mondo. E devo dire una cosa: mi piace che Carrara non sia diventata una destinazione turistica eccessivamente costruita. Mi piace che conservi ancora il carattere di una città operaia e autentica. Spero che non diventi mai un luogo dove si vendono solo souvenir e portachiavi di marmo».
A questo proposito, da osservatore esterno, hai la sensazione che gli italiani a volte facciano fatica a raccontare ciò che hanno?
«Vi racconto un episodio. Avevamo tempi strettissimi per le riprese. In una settimana dovevamo girare moltissimo materiale. Dopo una mattinata di lavoro a Carrara, i nostri ospiti hanno voluto offrirci il pranzo. Il mio produttore aveva previsto una focaccia veloce di venti minuti e poi via. In realtà quel pranzo è durato quasi un’ora e quaranta minuti. Il producer era molto agitato perché stavamo perdendo tempo. Ma il nostro fixer continuava a ripetere: Dovete restare. Fa parte dell’esperienza. È il loro modo di ringraziarvi. E aveva ragione. Mi ha fatto capire che la vita non è fatta solo di programmi, orari e scadenze. Passare del tempo insieme è importante. Quella lezione non finirà nel documentario, ma resterà con me molto più a lungo di tante immagini».
Nei tuoi reportage dai sempre molto spazio alle persone. Perché oggi è così importante raccontarle?
«Perché le persone sono il cuore di ogni luogo. Puoi visitare le spiagge più belle del mondo o assistere ai tramonti più spettacolari. Io ho avuto il privilegio di farlo molte volte. Tuttavia, se non entri in contatto con chi vive quei luoghi, alla fine stai guardando soltanto una cartolina. Il calore, l’anima e lo spirito di un posto vengono dalle persone che lo abitano. Che si trattasse di Luca e dei butteri o dei cavatori di Carrara, sono stati loro a farmi capire perché questi luoghi meritano attenzione e rispetto. Perché sono le persone, in primo luogo, a rispettarli».
Ultima domanda: hai fatto la classica foto con la Torre di Pisa?
«Sì, e c’è una storia divertente dietro. Ho guardato il mio produttore e gli ho detto: Davvero vuoi che lo faccia?. Mi considero una persona piuttosto seria. Lui ha risposto: Dai, la fanno tutti. Alla fine l’ho fatta anch’io. E sapete una cosa? È venuta fuori una bella foto».
