Mura medievali, palazzi storici e chiese uniche nel Lazio: alla scoperta di Corneto, la Tarquinia medievale.
Itinerario lungo le mura medievali di Tarquinia
- Da Tarchna a Corneto
- Le mura medievali di Tarquinia
- Piazza Cavour e Palazzo Vitelleschi, oggi Museo
- Via Valverde e il camminamento lungo le mura
- Santa Maria in Castello, la chiesa sospesa tra Medioevo ed Etruschi
- Via di Porta Castello e il Torrione di Matilde di Canossa
- Via della Ripa e il Belvedere
- San Martino, la chiesa più antica di Corneto
- San Salvatore e San Giacomo, le chiese dipinte di Corneto
- Le torri medievali e la città verticale
- Il ritorno verso il cuore della città
- Piazza del Comune e il Palazzo Comunale
- La Chiesa di San Francesco
- Porta Tarquinia e il Parco delle Mura
- La Chiesa di San Giovanni e i Cavalieri di Malta
- Tarquinia tra etruschi, Medioevo e contemporaneità
Il comune di Tarquinia viene spesso associato agli etruschi e, del resto, i suoi cittadini più famosi – etruschi, appunto – portano il suo nome. Mi riferisco, ovviamente, ai Re di Roma Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo. C’è stato però un tempo in cui questo luogo si chiamava Corneto ed è un nome che racconta tutta un’altra storia: non quella delle necropoli e delle tombe dipinte, ma quella delle torri, delle mura, dei cardinali guerrieri e delle strade medievali sospese tra mare e campagna.
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Per secoli infatti, dopo la caduta degli etruschi, la città visse una seconda vita. Solo nel 1922, in tempi relativamente recenti, ha ripreso ufficialmente il nome di Tarquinia. Un modo anche per riallacciarsi alle radici antichissime del territorio, quando la città etrusca di Tarchna — poi Tarquinii per i romani — sorgeva nell’area del Pianoro della Civita, poco distante dall’attuale centro storico.
Da Tarchna a Corneto
Tra l’Alto Medioevo e il XII secolo, tuttavia, gli abitanti si spostarono progressivamente su un colle vicino, più facile da difendere e strategicamente più sicuro, dando origine alla Corneto medievale. Avvenne dunque un fatto abbastanza curioso: dato che gli etruschi costruivano spesso le città dei vivi e quelle dei morti in stretta vicinanza, ma separate simbolicamente nello spazio, abbandonando il vecchio Pianoro per il colle vicino i nuovi tarquiniesi finirono per stabilirsi accanto alla necropoli.
Basta camminare lungo le mura di Corneto per rendersene conto, perché al loro interno arte etrusca e medievale in un certo senso si mescolano e convivono. Quello che oggi vi proponiamo è proprio un itinerario lungo le mura medievali di Tarquinia: un percorso che riporta ai fasti di Corneto, città che tra il XII e il XIV secolo visse un periodo di straordinaria prosperità politica, commerciale e culturale, diventando uno dei centri più importanti della costa tirrenica laziale.
Non a caso, persino Dante Alighieri la cita nella Divina Commedia, nell’Inferno, quando descrive i paesaggi aspri della Maremma tra Cecina e Corneto: «Non han sì aspri sterpi né sì folti, quelle fiere selvagge che ’n odio hanno, tra Cecina e Corneto i luoghi colti». Un dettaglio che racconta bene quanto il nome di Corneto fosse conosciuto e riconoscibile già nel Medioevo.
Le mura medievali di Tarquinia
Intorno all’anno Mille nacque la necessità di costruire una prima cerchia muraria: il nucleo difensivo partiva dall’area di Santa Maria in Castello — in una zona che la tradizione collega alla presenza di Matilde di Canossa — e proseguiva lungo quello che oggi è corso Vittorio Emanuele, fino alle aree dell’Alberata, Poggio San Giacomo e San Salvatore.
È una Corneto molto diversa da quella odierna: una città fortificata, strategica, in continua espansione. Lo sviluppo urbano accelera soprattutto nel Duecento, quando arrivano gli ordini mendicanti. Come spesso accadeva, francescani, agostiniani e Servi di Maria costruiscono i propri conventi fuori dalle mura cittadine. I francescani occupano la parte alta della città, mentre i Servi di Maria fondano il santuario di Valverde, ancora oggi esterno rispetto all’antico circuito murario. Gli Agostiniani, per chiudere il cerchio, occuparono un’area oggi molto centrale, in parte teatro e in parte scuola.
Proprio questa crescita costringe Corneto a ripensare il proprio sistema difensivo. Tra la metà del XIII secolo e i decenni successivi la cinta muraria viene ampliata e ridefinita: nasce così la grande cerchia medievale che ancora oggi caratterizza il profilo della città. È in questo periodo che si consolidano anche le nuove terzierie di Poggio, Valle e Castro Novo. Ed è sempre in questo periodo che il nome di Corneto si lega indissolubilmente a quello di Giovanni Vitelleschi.
Piazza Cavour e Palazzo Vitelleschi, oggi Museo
Il nostro itinerario inizia da Piazza Cavour, centro nevralgico di Tarquinia, ieri come oggi. A guidarci lungo questo percorso è la guida turistica Claudia Moroni, che ci accompagna dentro una città molto diversa da quella che solitamente si immagina pensando a Tarquinia. Non soltanto etrusca, ma profondamente medievale. La piazza su cui si affaccia il Teatro Comunale — parte dell’ex convento degli Agostiniani di cui sopra — è celebre soprattutto per il Museo Archeologico Nazionale, ospitato all’interno di Palazzo Vitelleschi: il grande progetto politico e architettonico voluto dal cardinale Giovanni Maria Vitelleschi, figura centralissima negli anni di Corneto.
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Costruito tra il 1436 e il 1439, inglobando edifici e strutture precedenti, il Palazzo rappresenta perfettamente il volto della Corneto tardo medievale: potente, ambiziosa e aperta alle novità artistiche del Rinascimento. Ancora oggi il palazzo colpisce per la sua natura quasi ibrida, sospesa tra gotico e rinascimento, con elementi architettonici differenti dovuti alle varie fasi costruttive. Non è solo una residenza nobiliare. È una dichiarazione di potere.

E, in fondo, non potrebbe essere altrimenti: Giovanni Vitelleschi fu condottiero, diplomatico e cardinale, uomo vicinissimo al papato e protagonista di una stagione in cui Corneto era tutt’altro che periferica. Basta guardare le torri medievali ancora presenti — come la Torre Fani inglobata nel suo Palazzo — per intuire quanto la città fosse quantomeno ambiziosa.
Da Piazza Cavour il percorso prosegue poi verso la Barriera San Giusto, una delle antiche porte di accesso alla città medievale, da cui si comincia davvero a leggere il rapporto tra Corneto e le sue mura. Svoltate a destra: state percorrendo via Valverde. Qui, lungo le mura ancora intatte, è stato realizzato un camminamento che vi permette di ammirarle da vicino.
Via Valverde e il camminamento lungo le mura
Siete su uno dei tratti più suggestivi dell’intero itinerario. Qui le mura medievali di Corneto non sono soltanto visibili: si possono finalmente attraversare e osservare da vicino grazie al recente recupero del camminamento. È probabilmente il punto migliore per capire come la città medievale sfruttasse il paesaggio naturale come parte integrante del proprio sistema difensivo. Corneto, infatti, non venne costruita contro il colle, ma direttamente sopra la sua conformazione rocciosa. In questa zona le mura si innestano sulla pietra naturale, utilizzando il cosiddetto macco, una roccia sedimentaria di origine marina che costituisce gran parte del colle su cui sorge Tarquinia. Ancora oggi, circa l’80% del terreno dell’altura è composto proprio da macco.

Da qui deriva anche il colore così caratteristico della città medievale: quel giallo caldo, quasi sabbia, che accomuna mura, torri, chiese e palazzi. In alcuni punti del percorso si nota chiaramente questa sovrapposizione tra natura e architettura: la roccia viva diventa base difensiva, mentre sopra di essa vengono aggiunti conci squadrati e rinforzi murari. È una soluzione tanto pratica quanto scenografica, che restituisce perfettamente il carattere medievale della città-fortezza.
Il complesso di Valverde
Poco più avanti appare il complesso di Valverde, storicamente legato all’Ordine dei Servi di Maria, presente a Corneto tra il 1257 e il 1274. Come molti ordini mendicanti dell’epoca, anche i Serviti scelsero di stabilirsi fuori dalla cinta muraria originaria. Oggi la chiesa e l’ex convento appartengono al Comune e il santuario non è sempre visitabile, ma il luogo conserva ancora un forte fascino silenzioso e periferico rispetto al centro storico. All’interno della chiesa è custodita anche un’antica immagine bizantina della Madonna, considerata patrona della città.
Da qui il percorso continua verso Santa Maria in Castello, attraversando una delle antiche aperture della cinta muraria medievale e avvicinandoci progressivamente alla parte più antica e panoramica della Corneto medievale.
Santa Maria in Castello, la chiesa sospesa tra Medioevo ed Etruschi
Siamo ora a Santa Maria in Castello, probabilmente il luogo che meglio racconta la sovrapposizione continua tra la Corneto medievale e la Tarquinia etrusca. La chiesa sorge, infatti, sull’estrema punta del colle su cui si stabilirono i cittadini in età medievale, a circa 136 metri d’altezza. Anche il nome della chiesa racconta una storia precisa. In Castello deriva infatti dalla presenza di un’antica fortificazione medievale che occupava quest’area prima della costruzione dell’edificio. Secondo la tradizione, il castello era legato alla presenza di Matilde di Canossa e faceva parte del sistema difensivo sviluppatosi tra XI e XII secolo. La chiesa venne edificata sopra una struttura religiosa più piccola destinata probabilmente ai signori del castello, mentre il complesso fortificato venne progressivamente smantellato.

L’edificio che vediamo oggi iniziò probabilmente a prendere forma già prima del 1121 e fu consacrato nel 1208. Tempi lunghissimi, ma del tutto normali per una grande basilica romanica medievale: la costruzione poteva richiedere anche oltre un secolo, tra guerre, assedi, mancanza di risorse e cantieri continuamente interrotti. La facciata, oggi apparentemente semplice, mostra tutti i segni di queste lunghe stratificazioni: i muri laterali vennero modificati nei secoli successivi e nel Seicento fu aggiunto il campanile a vela sulla destra, dopo il crollo della struttura precedente. Rimangono però dettagli straordinari, a partire dal rosone e soprattutto dalle decorazioni marmoree cosmatesche.
L’arte cosmatesca
Qui l’arte cosmatesca — tipica di Roma e del Lazio medievale — esplode nei dettagli: marmi bianchi, rossi e mosaici geometrici ottenuti recuperando materiali antichi provenienti da edifici romani ed etruschi. I marmolai medievali tagliavano queste pietre in piccole tessere creando decorazioni simboliche e raffinatissime. Il bianco e il rosso dominano gran parte della composizione, colori associati rispettivamente alla purezza e al sacrificio.
Entrando nella chiesa si comprende subito perché Santa Maria in Castello sia considerata uno degli esempi romanici più importanti del Lazio. A differenza di molte altre chiese medievali, infatti, questa non venne trasformata radicalmente nei secoli successivi proprio perché progressivamente abbandonata. Per certi versi, la sua marginalità l’ha salvata. Ancora oggi si conservano elementi originali rarissimi: il pulpito medievale, il fonte battesimale decorato con marmi policromi, parte della pavimentazione cosmatesca e soprattutto gli splendidi capitelli scolpiti, tutti diversi tra loro. Serpenti intrecciati, animali fantastici, figure ibride e simboli della rinascita si rincorrono lungo le colonne della basilica. Ed è qui che il confine tra mondo medievale ed etrusco torna improvvisamente a dissolversi.
I materiali etruschi nella chiesa di Santa Maria in Castello
Molti materiali della chiesa provengono infatti direttamente dai siti archeologici etruschi circostanti. Nel Medioevo le necropoli erano considerate vere e proprie cave di pietra a cielo aperto: sarcofagi, conci e frammenti architettonici venivano riutilizzati per costruire nuovi edifici. Alcuni blocchi della facciata sembrano provenire addirittura dall’Ara della Regina, il grande tempio etrusco di Tarquinia, mentre all’interno sono stati riconosciuti elementi appartenenti alla celebre Tomba degli Scudi. Perfino alcuni motivi decorativi scolpiti sui capitelli sembrano riecheggiare l’immaginario etrusco che gli uomini medievali continuavano a vedere attorno a sé, anche senza comprenderlo pienamente.

Santa Maria in Castello diventa così qualcosa di più di una semplice chiesa: è il punto esatto in cui Corneto medievale e Tarquinia etrusca smettono di essere due città separate e iniziano a convivere nella stessa pietra. Ma cosa c’entra Matilde di Canossa? Avviatevi verso il torrione che porta il suo nome e lo scoprirete.
Via di Porta Castello e il Torrione di Matilde di Canossa
Uscendo da Santa Maria in Castello si entra in uno dei punti più scenografici dell’intero sistema difensivo medievale di Corneto: via di Porta Castello, dominata dal grande torrione circolare noto come Torrione di Matilde di Canossa. Oggi il torrione è visitabile solo in occasioni particolari, ma anche osservandolo dall’esterno si percepisce immediatamente la funzione intimidatoria che doveva avere nel Quattrocento.
La struttura fa infatti parte di un sofisticato sistema difensivo a gomito o a baionetta, progettato per trasformare l’accesso alla città in una vera e propria trappola. Chi attraversava questa porta non poteva procedere in linea retta: il percorso obbligava invece a diverse curve tra alte mura e torri di controllo e ad una visuale limitata. In caso di attacco, i nemici si sarebbero ritrovati intrappolati in uno spazio chiuso e facili bersagli per chi li avesse osservati dall’alto.
Matilde di Canossa a Tarquinia
Il complesso venne realizzato nel XV secolo per volontà di Giovanni Vitelleschi, all’interno del grande progetto di riorganizzazione urbana e militare della città. La cosiddetta resecata serviva infatti anche a separare e isolare l’antica area del Castello rispetto alla nuova Corneto ormai in espansione. A colpire ancora oggi è soprattutto il grande torrione circolare alto oltre trenta metri, con i robusti mensoloni sporgenti che ne accentuano il carattere severo e militare. Eppure, nonostante il nome con cui è universalmente conosciuto, Matilde di Canossa non vide mai questa fortificazione.
La contessa visse infatti tra XI e XII secolo, circa quattrocento anni prima della costruzione del torrione. Il legame con il suo nome deriva invece dalla tradizione secondo cui proprio quest’area del Castello ospitasse edifici e proprietà appartenuti a Matilde di Canossa o comunque legati alla sua presenza nel territorio di Corneto. Ancora una volta, dunque, storia e memoria locale finiscono per sovrapporsi. Il risultato è uno dei luoghi più affascinanti di Tarquinia: una soglia medievale sospesa tra fortificazione militare, leggenda e paesaggio.
Via della Ripa e il Belvedere
Dal Torrione di Matilde di Canossa il percorso continua lungo via della Ripa, uno dei punti panoramici più belli dell’intero centro storico medievale. Qui il paesaggio si apre improvvisamente sulla valle e sul profilo delle mura, restituendo con chiarezza il rapporto strettissimo tra Corneto e il territorio circostante. Dal Belvedere della Ripa si osserva particolarmente bene anche la cupola di Santa Maria in Castello, oggi ricostruita. La struttura originaria, realizzata nel 1207 e considerata una delle più antiche cupole del Lazio, risentiva fortemente delle influenze pisane arrivate a Corneto attraverso i traffici commerciali marittimi.

Nel Medioevo, infatti, la città intratteneva rapporti molto stretti con Pisa grazie a trattati che garantivano libero accesso reciproco a merci e persone. Non arrivavano soltanto commercianti, ma anche maestranze, architetti e artigiani. Ed è proprio in questa fase che Corneto si trasforma in una città particolarmente ricca e aggiornata artisticamente, capace di assorbire influenze provenienti da tutto il Mediterraneo. La cupola originaria venne però gravemente danneggiata nei secoli successivi e crollò, modificando profondamente l’aspetto della basilica. L’attuale tamburo è frutto dei restauri recenti che hanno restituito leggibilità alla struttura.
San Martino, la chiesa più antica di Corneto
Continuiamo su via della Ripa fino alla particolarissima Piazza della Tribuna e infine alla Chiesa di San Martino, nel cuore dell’antica terzieria di Poggio, una delle principali suddivisioni medievali della città insieme a Valle e Castro Novo. Secondo la tradizione e alcuni documenti, San Martino sarebbe la chiesa più antica di Tarquinia. La sua esistenza è attestata già nell’XI secolo — probabilmente intorno al 1040-1050 — quando il primo nucleo abitato medievale si sviluppava proprio tra l’area del Castello e questa zona.
È qui che si comprende davvero quanto Corneto fosse una città aperta alle contaminazioni artistiche. La chiesa appare infatti come un sorprendente mosaico di influenze diverse: pisane, arabe, romaniche e persino nordiche convivono nella stessa architettura. La facciata conserva ancora evidenti richiami all’arte pisana, soprattutto nella cornice bicroma e nella finestra circolare del timpano, mentre alcuni archi rialzati richiamano modelli meridionali e arabi. Gli archetti decorativi dell’abside e della facciata mostrano invece suggestioni più settentrionali. L’interno della chiesa, diviso in tre navate da coppie di pilastri, conserva ancora tracce di affreschi quattrocenteschi, tra cui una rappresentazione di Sant’Anna con la Vergine e il Bambino.
La chiesa attraversò però secoli difficili: già nel Cinquecento la parrocchia risultava in declino e nel 1612 venne accorpata a quella dei Santi Maria e Margherita. Solo i restauri più recenti — conclusi nel 2012 — hanno restituito leggibilità a uno degli edifici più importanti per comprendere le origini medievali della città.
San Salvatore e San Giacomo, le chiese dipinte di Corneto
Dalla Chiesa di San Martino risaliamo a Piazza della Tribuna e poi lungo Vicolo Storto. A Via San Giacomo, giriamo a sinistra. Il percorso continua verso le piccole chiese di San Salvatore e San Giacomo, due edifici che raccontano perfettamente il volto della Corneto medievale dei primi anni del Duecento. Entrambe vennero infatti costruite nello stesso periodo di Santa Maria in Castello e appartengono a quella stagione in cui la città cresce rapidamente, si fortifica e comincia ad arricchirsi grazie ai commerci e ai rapporti con il Mediterraneo.

La Chiesa di San Salvatore si presenta con una semplice aula unica, ma in origine custodiva una tavola lignea raffigurante il Cristo benedicente, da cui deriva il nome stesso della chiesa. Oggi rimane un affresco successivo, più tardo, che mostra l’evoluzione dell’iconografia sacra tra Medioevo e Rinascimento.

Sia San Salvatore sia San Giacomo erano completamente affrescate. Le pareti medievali dovevano essere un’esplosione continua di immagini, simboli e colori destinati a colpire il fedele molto più attraverso la visione che attraverso la parola. Ancora oggi sopravvivono frammenti pittorici che permettono di intuire quell’immaginario perduto. Anche l’architettura racconta una fase di passaggio. Le volte iniziano infatti ad accennare elementi gotici, pur rimanendo profondamente romaniche.
Le torri medievali e la città verticale
Passeggiando in questa zona si percepisce chiaramente un altro elemento fondamentale della città medievale: le torri. Basta buttare l’occhio al di là di Campo Cialdi per accorgersi di quanto Corneto dovesse apparire verticale e monumentale nel pieno del Medioevo. Oggi, di torri, ne rimangono molte meno. Nel Medioevo, Corneto ne possedeva probabilmente oltre settanta. Alcuni studiosi parlano addirittura di cento torri, concentrate soprattutto nelle terzierie più antiche di Poggio e Valle. Non si trattava soltanto di strutture difensive. Le torri erano soprattutto simboli di prestigio sociale: più una famiglia era potente, più alta diventava la sua torre.
Ancora oggi alcune emergono sopra i tetti medievali, restituendo l’idea di quanto Corneto dovesse apparire verticale e monumentale nel pieno della sua ricchezza medievale. Molte vennero però abbassate o demolite nei secoli successivi. Se una famiglia perdeva prestigio o cadeva in disgrazia economica, la comunità poteva persino imporre il capitozzamento della torre, riducendone simbolicamente l’altezza.
Interi quartieri medievali scomparvero soprattutto tra Seicento e Settecento, quando vaste aree della città vennero trasformate o demolite. Ancora oggi, osservando alcuni spazi aperti del centro storico, è difficile immaginare che lì sorgessero un tempo contrade, chiese e torri ormai perdute.
Il ritorno verso il cuore della città
Percorrendo a ritroso via San Giacomo si incontra la Chiesa dell’Annunziata, piccola chiesa romanica del XII secolo che conserva ancora alcuni elementi tipici della Corneto medievale. La facciata a capanna è dominata dal rosone decorato e dal portale con archi concentrici bicromi realizzati in macco e nenfro, pietre molto diffuse nell’architettura della città. Sul retro sono ancora visibili le tre absidi, mentre la struttura originaria della chiesa doveva probabilmente essere più semplice rispetto a quella attuale, modificata nel corso dei secoli.
Piazza del Comune e il Palazzo Comunale
Percorrendo via dell’Orfanotrofio si arriva infine in Piazza Giacomo Matteotti, ancora oggi cuore amministrativo della città e una delle piazze più scenografiche della Tarquinia medievale. Qui si affaccia il Palazzo Comunale di Tarquinia, edificio del XIII secolo costruito direttamente sul tracciato delle antiche mura fortificate della prima Corneto. È un dettaglio fondamentale per capire come la città si sia progressivamente espansa: ciò che un tempo era margine difensivo divenne lentamente centro urbano, inglobato nella nuova città cresciuta attorno ai conventi e alle chiese degli ordini mendicanti.
Una parte della vecchia cinta muraria è ancora leggibile all’interno stesso del palazzo. La torre inglobata nella struttura, databile tra X e XI secolo, apparteneva infatti al più antico sistema difensivo della città. Ancora oggi è possibile intuire questa sovrapposizione di epoche osservando l’arcone che attraversa il palazzo e collega la piazza con via San Pancrazio: sotto gli edifici comunali contemporanei continua infatti a sopravvivere il passaggio fortificato della Corneto medievale.
La fontana e l’opera di Roberto Matta
L’attuale aspetto del palazzo è il risultato di continue trasformazioni. Un incendio nel 1476 danneggiò gravemente l’edificio, che venne poi ampliato e restaurato nel Cinquecento. Anche la grande loggia affacciata sulla piazza, oggi uno degli elementi più riconoscibili del complesso, nacque inizialmente come semplice terrazza prima di essere coperta nei secoli successivi. La fontana al centro della piazza risale invece al Settecento ed è legata alla realizzazione del nuovo acquedotto cittadino, celebrato come una delle grandi opere pubbliche della Corneto moderna.
E poi c’è forse il dettaglio più inatteso di tutta la piazza: al centro della pavimentazione compare un enorme rosone contemporaneo firmato da Roberto Matta, uno dei più importanti artisti surrealisti del Novecento, profondamente legato a Tarquinia negli ultimi anni della sua vita. Un intervento che sembra quasi chiudere perfettamente il senso di questo itinerario: una città dove Medioevo, mondo etrusco e arte contemporanea continuano ancora oggi a convivere nello stesso spazio.
La Chiesa di San Francesco
Da Piazza Matteotti imbocchiamo via di Porta Tarquinia verso un’altra delle antiche porte della città. Lungo il tragitto ci imbattiamo però prima nella Chiesa di San Francesco, uno dei luoghi più importanti della presenza francescana a Corneto. I francescani arrivarono in città intorno alla metà del Duecento, stabilendosi in una zona che all’epoca si trovava ancora all’esterno della prima cinta muraria. Secondo la tradizione locale, il loro insediamento sarebbe stato favorito anche da un miracolo attribuito a San Francesco.

La chiesa e il convento diventarono rapidamente punti centrali della vita cittadina. Le campane scandivano le ore e il ritmo quotidiano della comunità, mentre il complesso accolse nei secoli personaggi illustri e importanti sepolture. Tra queste, quelle legate a Sant’Agapito.
Qui emerge un altro episodio che racconta perfettamente il carattere della Corneto medievale. Le reliquie di Sant’Agapito — patrono di Palestrina — arrivarono infatti a Tarquinia nel Quattrocento per volontà del cardinale Giovanni Vitelleschi, dopo la conquista militare della città laziale da parte delle sue truppe. Le fonti dell’epoca parlano apertamente di reliquie sottratte alla cattedrale di Palestrina e trasferite nella chiesa di San Francesco a Corneto. Un dettaglio che oggi può sembrare quasi incredibile, ma che racconta bene quanto nel Medioevo guerra, politica e religione fossero profondamente intrecciate.
Porta Tarquinia e il Parco delle Mura
Attraversando Porta Tarquinia si torna nuovamente a leggere il sistema difensivo medievale della città, che nei secoli venne progressivamente aggiornato e ampliato. Scendendo lungo il Parco delle Mura si osservano tratti fortificati differenti, testimonianza delle continue trasformazioni urbane di Corneto tra Medioevo ed età moderna. In alcuni punti sono ancora leggibili strutture più recenti, realizzate tra ‘600 e ‘700, quando la città modifica nuovamente il proprio rapporto con l’esterno grazie alla costruzione dell’acquedotto e all’apertura di nuove porte urbane.

L’ultima apertura significativa – in via Giuseppe Garibaldi – risale invece al Novecento, quando tra anni Trenta e nuovi interventi urbanistici venne ridefinito l’accesso meridionale della città. Siamo quasi alla fine, ma prima un’ultima sosta.
La Chiesa di San Giovanni e i Cavalieri di Malta
In Piazza San Giovanni si incontra anche la Chiesa che ne condivide il nome, storicamente legata ai Cavalieri di Malta e a uno degli ordini religiosi e militari più influenti del Medioevo mediterraneo. La chiesa di San Giovanni rappresenta un’altra testimonianza della centralità raggiunta da Corneto tra XII e XV secolo. La presenza degli ordini cavallereschi, infatti, non era casuale. Città portuali, rotte commerciali e pellegrinaggi rendevano questo territorio particolarmente strategico nei collegamenti tra Roma, il Tirreno e il resto del Mediterraneo.

L’edificio che vediamo oggi è il risultato di trasformazioni successive, ma conserva ancora il carattere semplice e severo tipico delle architetture religiose medievali della città.
Tarquinia tra etruschi, Medioevo e contemporaneità
Camminare lungo le mura medievali di Tarquinia significa allora attraversare due città contemporaneamente. Da una parte la Corneto delle torri, delle fortezze e delle famiglie medievali. Dall’altra la Tarquinia etrusca, che continua a riaffiorare tra conci riutilizzati, necropoli e pietre antichissime inglobate nelle chiese.
Ed è forse proprio questa convivenza continua tra epoche diverse a rendere Tarquinia unica nel panorama laziale: una città che non ha mai davvero cancellato il proprio passato, ma che nei secoli ha continuato a costruirci sopra.