C’è qualcosa che non torna nel nostro tempo. Siamo circondati da discorsi sul miglioramento, dalla ricerca ossessiva della versione migliore di noi stessi, eppure basta scorrere un feed o uscire di casa per accorgersi che la realtà sembra andare nella direzione opposta. È da questo corto circuito, tanto evidente quanto difficile da ammettere, che nasce Cominciamo Male!, il nuovo spettacolo delle Karma B.
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Mauro Leonardi e Carmelo Pappalardo trasformano questa tensione in materia scenica, costruendo un racconto ironico e spietato del presente, dove il desiderio di migliorarsi si scontra continuamente con un mondo che sembra peggiorare. Li abbiamo sentiti per farci raccontare come nasce questo progetto, tra satira, musica e un’idea precisa: forse il problema non è diventare migliori, ma capire davvero chi siamo diventati.
Cominciamo Male!: da dove nasce lo spettacolo delle Karma B
Mi raccontate un po’ la genesi di Cominciamo male!? Da cosa nasce il progetto?
«Come spesso succede nella mente dei creativi, nasce da un insieme di spunti che poi mettiamo insieme e metabolizziamo. Siamo partiti dalla pressione che la società esercita sul miglioramento continuo, chiamiamolo performativo: lo sforzo di essere sempre la versione migliore di noi stessi. Ci siamo però chiesti: ma poi con questa versione migliore di noi stessi cosa ci facciamo, se tutto il mondo intorno sembra andare verso una versione peggiorativa, deteriore?
Allora ci siamo detti: che facciamo? Risaliamo la corrente come i salmoni — tra l’altro il rosa salmone è un colore che sbatte e non indosseremmo mai — oppure seguiamo la corrente e proviamo a dare la versione peggiore di noi stessi? Abbiamo scoperto che diventare peggiori non è così facile come si pensa. Da qui nasce lo spettacolo: una ricerca attraverso dieci comandamenti che, invece di migliorare le persone, affrontano i temi della società portandoci a diventare peggiori… o almeno a provarci. Alla fine dello spettacolo il pubblico scoprirà se ci siamo riusciti oppure se esiste un undicesimo comandamento, un bonus, che ribalta tutta la prospettiva».
I vostri show sono sempre molto ricchi anche dal punto di vista estetico. Senza spoilerare troppo, cosa potete anticipare?
«Quando facciamo spettacoli così impegnativi — perché cantiamo, recitiamo, suoniamo, facciamo stand-up — scegliamo di andare un po’ più sul semplice… tra mille virgolette. Manteniamo una linea abbastanza classica, stile Hollywood. Iniziamo con delle vestaglie: abbiamo tipo dieci metri di stoffa addosso, quindi già solo la coreografia con quel volume è da non perdere. Poi c’è un frac rielaborato e infine un look trasformista, molto legato al mondo del varietà, che è un riferimento estetico che ci piace sempre riportare ai giorni nostri».
Il caos di Roma e la legge di Murphy
Partite da Roma: qual è il vostro rapporto con la città?
«Siamo catanesi di origine, quindi sicuramente Roma è stata la città che – negli anni ’90, quando siamo arrivati – ci ha accolto e ci ha permesso anche di diventare un po’ quello che siamo oggi, nel bene e nel male. Chiaramente è cambiata molto nel tempo e, come tutta l’Italia, è più difficile viverci in questo momento. Però, allo stesso tempo, siamo anche in qualche modo speranzosi che quello che sta accadendo sia un periodo di passaggio.
Continuiamo a vivere le nostre città, a essere nelle piazze quando ci sono le manifestazioni, e a dare, per quanto possibile, speranza anche a chi ci crede meno di noi. A volte dobbiamo darci forza anche per le altre persone. Insomma, siamo ottimisti su Roma… fino a quando non ci ritroviamo imbottigliati nel traffico: lì finisce tutto l’ottimismo».
Nel vostro spettacolo torna spesso questa idea di aspettarsi il peggio. È un po’ il vostro punto di partenza?
«Sì, anche perché ormai siamo abituati al peggio. Diciamo che questo è proprio il mood dello spettacolo: aspettarsi sempre che le cose possano andare male… o peggio. Infatti, le nostre tavole della legge, che riprendono l’idea dei comandamenti, le abbiamo ribattezzate tavole della legge di Murphy. Però noi approfondiamo, perché tutti si fermano alla prima parte: se qualcosa può andar male, lo farà. Noi aggiungiamo la seconda parte: e se qualcosa poteva andare bene… andrà peggio. Che è, secondo noi, la naturale evoluzione della legge».
Da dove nasce il vostro sguardo sulla società? Qual è il vostro osservatorio per costruire questo decalogo?
«Noi abbiamo un osservatorio molto ampio perché, lavorando ed essendo presenti sui social, vediamo e leggiamo davvero di tutto e di più. A volte bisogna proprio farsi coraggio per aprirli, così come per entrare nei siti di notizie. Bisogna sforzarsi e dire Ok, diamo uno sguardo a questa società, vediamo cosa sta succedendo. Ed è lì che prendiamo tutte le nostre ispirazioni. Ci siamo limitati a dieci comandamenti, ma avremmo potuto scrivere venticinque spettacoli, forse infiniti.
È anche vero che quello che vediamo sui social non è reale al 100%. Esistono le bolle che ognuno di noi si crea: l’algoritmo ti porta a vedere una versione sempre più peggiorativa della situazione. A un certo punto ti ritrovi a scrollare solo notizie angoscianti. Questo è un aspetto che dobbiamo scardinare noi stessi. Dobbiamo ricordarci che quello che vediamo è una versione esagerata, perché ci viene riproposta continuamente, come se ci parlassero ogni minuto della stessa identica situazione, peggiorandola e creando angoscia. Nello stesso tempo, però, possiamo anche educare l’algoritmo a cercare cose diverse, più interessanti. Quindi sì, possiamo essere anche noi fautori di questo cambiamento. Ecco, per ora, il regno animale e quello vegetale li salviamo».
Le (dure) leggi dell’ironia
Dove trovate ancora la forza di ironizzare su tutto questo? E come gestite il fatto che oggi anche l’ironia è diventata molto dogmatica?
«Partiamo da una citazione di un artista che noi amiamo molto, Escher, che creava mondi apparentemente impossibili ma che poi, sul foglio, diventavano reali: se lo puoi pensare, in qualche modo esiste. Lui diceva che il suo lavoro era un gioco, ma un gioco molto serio. Ecco, per noi è lo stesso. Cerchiamo di ironizzare quasi su tutto, ma ci sono alcune cose sulle quali non si deve ironizzare, non si deve sdrammatizzare né alleggerire, perché si rischia di diventare superficiali. O, peggio, di simpatizzare con certe ideologie o correnti di pensiero che non hanno nulla di divertente. Su quelle non facciamo ironia leggera.
Per tutto il resto, invece, cerchiamo di fare ironia assumendoci una grande responsabilità, che è quella del rispetto. Se riesci a far ridere mantenendo il focus sul fatto che stai parlando di esseri umani, devi sempre chiederti come arriva quella battuta a chi la riceve. Se riesci a ridere con le persone e non delle persone, allora hai fatto il tuo lavoro. Altrimenti, probabilmente, non sai far ridere. Nel nostro processo creativo, essendo in due, c’è sempre una fase in cui si scrive a ruota libera, anche cose che magari poi non arriveranno mai sul palco. Perché sì, ci sono idee molto divertenti che però vanno ripensate in funzione del pubblico.
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Il confronto tra di noi è fondamentale, così come quello con l’esterno: non deve esistere l’autocensura del questo non si può dire, ma bisogna trovare il modo giusto per dirlo. Perché a noi piace un’ironia che ha dentro la satira, il sarcasmo, e anche una buona dose di autoironia: non ci risparmiamo mai, nemmeno su noi stessi. Bisogna sempre stare attenti a quello che succede attorno e soprattutto a chi stai parlando, senza perdere il focus, che resta far ridere le persone, ma anche farle riflettere. Poi magari un giorno usciranno le nostre chat private e lì sarà un altro discorso…».
Ultima cosa: quando vi vedo portate sempre gioia, anche parlando dei malesseri contemporanei. Per voi esiste ancora una luce?
«Anche qui partiamo dall’alto e poi arriviamo al nostro livello. Parafrasando una grande pensatrice — Michela Murgia — a volte ci si sente come delle goccioline d’acqua disperse. Però ricordava anche che una tempesta non è altro che un milione di goccioline d’acqua, con il vento giusto. Quando pensiamo alla luce, al portare luce in questo mondo, a volte ci sentiamo come piccole paillettes cadute sul pavimento: riflettono un po’ di luce, ma da sole non bastano.
Se però le cuci tutte insieme su un vestito, allora con quel vestito puoi salire su un palco e illuminare — non dico il mondo — ma almeno la scena, la platea, le persone che ti stanno guardando. È questo che cerchiamo di fare: stimolare quella piccola paillette che c’è in ognuno di noi, quel puntino di speranza che, insieme agli altri, può brillare».