I transgender anziani: una popolazione nascosta

In un contesto culturale basato sulla celebrazione della giovinezza, i transgender anziani sono una popolazione lasciata senza voce, ma che sta cominciando a trovare la forza di riuscire a raccontarsi

Spesso, quando parliamo di transessuali, ci immaginiamo persone giovani, anche ragazzini appena affacciatisi alle porte della pubertà, che effettuano un percorso di transizione da un sesso all’altro. Si tratta di una questione che per anni è rimasta pressoché marginalizzata nei meandri della vergogna ma oggi, almeno in Occidente, si riesce a parlarne finalmente con una certa libertà. Il problema riguarda però una fascia di popolazione, quasi sempre esclusa dalla discussione generale sulla transessualità: gli anziani.

Esattamente, perché il discorso trans è spesso circoscritto ai soli soggetti giovani o di mezza età al massimo. Questo perché la nostra cultura è decisamente youth-oriented e per questo tende già di suo ad escludere gli anziani dal discorso pubblico. Figuriamoci quindi cosa può accadere a persone che hanno affrontato (o che addirittura stanno ancora affrontando) un processo di transizione sessuale.

Parliamo di persone vere, che in molti casi sono stati tra i pionieri delle lotte LGBT, in fila tracoloro che hanno avviato le combattutissime battaglie per il riconoscimento di diritti civili ormai quasi scontati. E che si sono ritrovati ad essere escluse dalla conversazione sia all’epoca che oggi stesso. Una vera e propria popolazione nascosta.

Lo 0.5% degli over-65 americani è transgender

Se guardiamo le cifre, parliamo di un numero consistente di persone, che in cifre rappresentano lo 0.5% degli americani over-65 (secondo le statistiche dello UCLA’s Williams Institute). Si tratta praticamente di una persona ogni 200. Numeri che sono soltanto di poco inferiori a quelli che si registrano tra i soggetti giovani (13-24 anni), tra i quali si identifica come transgender lo 0.7% del totale.

Quel che è certo è che si tratta quindi di un popolo senza voce, ignorato quando non completamente disprezzato. Un gruppo di persone che ha vissuto esperienze d’altri tempi, magari in un tempo nel quale famiglie, comunità e interi sistemi legali non avevano forse neppure i mezzi per poterne comprenderne la situazione.

Oggi queste persone una voce la stanno trovando. Esistono associazioni – specialmente negli States – che si occupano di loro e dei loro diritti. Esistono persone che si occupano delle loro storie, magari raccogliendole in libri e reportage. Come ad esempio il fotografo Jess T. Dugan e la professoressa Vanessa Fabbre, che con il loro “To Survive on This Shore” sono forse stati i primi in assoluto a far parlare questo gruppo da sempre escluso e lasciato nell’assoluto silenzio.

Giuseppe Guarino

Giuseppe Guarino

Redattore appassionato di Sport, Videogame, Cinema, Cultura e Società

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