Roma, una città da ascoltare in tutte le lingue

Rendere il patrimonio culturale accessibile non significa solo aprire le porte dei musei, ma permettere a chi vive e attraversa la città di riconoscersi nei suoi linguaggi. È da questa consapevolezza che nasce il progetto di ricerca coordinato da Daniela Zini, assegnista del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere dell’Università Roma Tre, all’interno del Progetto CHANGES.

Un progetto che mette al centro il plurilinguismo come chiave di inclusione e come risorsa strutturale di Roma, città storicamente multiculturale e multilingue. “L’idea”, spiega Zini, “era valorizzare questo aspetto senza scadere nell’uso esclusivo dell’inglese come lingua veicolare. Roma è sempre stata plurale, fin dall’antichità, e questo doveva emergere anche nel modo in cui raccontiamo il suo patrimonio”

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Includere le minoranze linguistiche nei luoghi della cultura

L’obiettivo è chiaro: consentire a chi vive a Roma – e non solo ai turisti di passaggio – di fruire dei beni culturali, anche quando l’italiano non è la lingua madre. Un tema che incrocia accessibilità, diritto alla cultura e formazione. «L’inclusività è uno degli aspetti fondamentali», sottolinea Zini. «E c’è anche una forte dimensione educativa: formare persone capaci di lavorare nel turismo e nella cultura con attenzione alla multiculturalità e al plurilinguismo».

Uno degli elementi emersi dalla ricerca riguarda proprio la scarsa rappresentazione delle minoranze linguistiche nei luoghi della cultura. “Abbiamo riscontrato che molte comunità linguistiche presenti a Roma non fruiscono dei musei – racconta – Spesso non arrivano nemmeno a sentirsi interpellate. Un primo passo per coinvolgerle è vedere rappresentate le proprie lingue e culture, non limitandosi a traduzioni standard in poche lingue dominanti».

Il progetto si rivolge quindi in modo particolare alle comunità locali, in linea con il dibattito contemporaneo sull’overtourism e sulla necessità di restituire centralità agli abitanti. “I turisti sono di passaggio”, osserva Zini, “ma chi vive la città ogni giorno dovrebbe poter accedere pienamente alla sua offerta culturale. È una questione di inclusione reale”

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La sperimentazione a Centrale Montemartini

Tra le sperimentazioni più significative c’è stata la visita alla Centrale Montemartini realizzata con la metodologia CLIL (Content and Language Integrated Learning). Una pratica didattica che integra l’apprendimento linguistico con contenuti culturali. «Abbiamo organizzato una visita pilota con circa venti adulti migranti apprendenti di italiano L2», spiega. «L’obiettivo era permettere loro di scoprire un luogo straordinario di Roma e, allo stesso tempo, apprendere la lingua attraverso l’esperienza».

Il progetto ha richiesto la creazione di strumenti didattici ad hoc, capaci di rispondere a livelli linguistici diversi. “Apprendere facendo”, come sottolinea Zini, si è rivelato un approccio efficace, soprattutto per adulti che spesso restano ai margini dei circuiti culturali tradizionali.

Accanto alla didattica in presenza, il lavoro di ricerca ha esplorato anche le potenzialità della realtà virtuale e aumentata, in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria. “Molte scuole hanno acquistato visori grazie ai fondi PNRR, ma spesso mancano strumenti e competenze per usarli in modo realmente formativo”

Nel progetto CHANGES, la tecnologia diventa invece un mezzo per potenziare l’apprendimento linguistico. “Abbiamo sperimentato approcci come il Total Physical Response – racconta Zini – e visite virtuali plurilingui, ad esempio a Santa Maria Antiqua, permettendo anche a chi non può essere fisicamente presente di partecipare” Un uso della tecnologia che va oltre l’effetto spettacolare e punta a risultati educativi concreti.

Intercomprensione, di cosa parliamo

Un altro tassello centrale è il portale Claire Education, piattaforma digitale sviluppata in collaborazione con altri sottoprogetti di CHANGES. «È uno strumento con più anime», spiega Zini. «Da un lato è una vetrina informativa per il patrimonio di Roma, anche in lingue meno diffuse; dall’altro è uno spazio di ricerca sulla didattica plurilingue».

In particolare, il lavoro dello SPOC 8 si concentra sull’intercomprensione, ovvero la capacità di comprendere lingue affini senza parlarla attivamente. «È un processo difficile da studiare perché non è tangibile», chiarisce, «ma grazie agli strumenti digitali e all’intelligenza artificiale possiamo analizzarlo in modo più sistematico». Gli studenti contribuiscono attivamente, registrando e riflettendo sui propri processi di comprensione, che diventano a loro volta risorsa didattica.

Il potere dell’interdisciplinarietà

L’intero progetto è attraversato da una forte interdisciplinarietà, che Zini considera uno dei principali valori aggiunti. «Ho lavorato con ingegneri, storici dell’arte, linguisti di ambiti diversi», racconta. «Questo dialogo è fondamentale per l’innovazione educativa, perché oggi non esistono competenze che non siano pluridisciplinari».

Le ricadute sono evidenti anche sul piano delle competenze dei giovani ricercatori coinvolti. «Abbiamo sviluppato capacità progettuali, tecnologiche, organizzative», spiega. «Personalmente, mi sono avvicinata al turismo e a strumenti come la realtà virtuale, ampliando le mie prospettive professionali».

Guardando al futuro, l’idea è quella di ampliare le sperimentazioni, ad esempio formando studenti di lingua e turismo affinché diventino guide plurilingui, capaci di integrare competenze culturali, didattiche e relazionali. «Non sono competenze in contrasto», sottolinea Zini, «ma possono rafforzarsi a vicenda».

Il messaggio finale è chiaro e rivolto agli studenti che guardano alle lingue come a un sapere solo teorico. «Le possibilità pratiche sono moltissime», conclude. «Bisogna seguire le proprie inclinazioni, mettersi in gioco e usare le lingue come strumenti vivi. Io stessa mi sono ritrovata a lavorare con realtà virtuale, intelligenza artificiale, turismo culturale. Le strade sono tante, basta essere pronti a esplorarle».