In mezzo a violazioni del diritto internazionale, guerre, traffici illeciti e di droga, l’agenzia di stampa Reuters ha ben pensato di dedicare un’intera inchiesta giornalistica a scoprire l’identità di Banksy, lo street artist – ormai più famoso di Pablo Picasso – che ha costruito la propria forza critica proprio sull’anonimato. Nel lungo articolo, l’agenzia non solo svela il nome dell’artista, ma racconta anche come sia arrivata alla verità, dopo anni di indagini e ricerche.
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Inutile dire che negli ultimi giorni il web e il mondo dell’arte non hanno parlato d’altro. Banksy è un personaggio estremamente pop e il mistero sulla sua identità è uno dei dibattiti culturali più longevi del nostro tempo. Se ne discute ai tavolini dei bar dei musei, nelle stanze chiuse degli addetti ai lavori, così come nelle piazze pubbliche. Tutti conoscono Banksy, nessuno sa chi sia davvero. Almeno fino a ora.
Era davvero necessario conoscere la verità e condividerla con il pubblico? Assolutamente no, e Reuters lo sa bene. Nel pezzo mette subito le mani avanti, scrivendo che «alcuni critici ritengono che l’anonimato di Banksy sia importante per il suo lavoro quanto gli stencil e la vernice». Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison – le firme dell’articolo – specificano anche che Banksy e il suo entourage, più volte contattati, non hanno mai parlato. «Alcuni hanno firmato accordi di riservatezza. Altri tacciono per lealtà, o per timore di mettersi contro l’artista, i suoi fan e la sua influente società, Pest Control Office, che autentica le sue opere e decide chi ha il diritto di acquistare per primo i suoi lavori più recenti», scrivono, non senza un certo graffio.
Per farla breve: Banksy e il suo team non hanno mai voluto svelarsi. E non si tratta di un capriccio. Riportando le parole dell’avvocato dello street artist – citate sempre da Reuters – «lavorare in forma anonima o sotto pseudonimo risponde a interessi sociali vitali, […] protegge la libertà di espressione permettendo ai creatori di dire la verità al potere senza timore di ritorsioni, censura o persecuzione, in particolare quando affrontano temi sensibili come la politica, la religione o la giustizia sociale». Su questo non ci sono dubbi: nell’epoca dei social e delle polarizzazioni, l’anonimato è spesso uno strumento efficace per protestare contro il potere. Anche nel mondo dell’arte, soprattutto quando ciò che si crea ha poco di allegorico e molto di diretto.
Esistono poi responsabilità specifiche del giornalismo. La privacy va rispettata, salvo quando emergano fatti di rilevante interesse pubblico. Nel caso di Banksy entriamo in una zona grigia, perché lo street artist non è certo uno stinco di santo. Proprio per questo, tuttavia, il codice morale del giornalista imporrebbe prudenza e rispetto della volontà del diretto interessato. Non stiamo parlando di un criminale di guerra, per intenderci.
In Italia abbiamo un precedente illuminante: il caso di Elena Ferrante. Qualche anno fa un giornalista rivelò l’identità della scrittrice, scatenando una sommossa dell’opinione pubblica e degli stessi colleghi. In entrambi i casi siamo di fronte a creatori di arte e cultura che scelgono deliberatamente di sottrarsi all’occhio dei riflettori, lasciando al pubblico soltanto le proprie opere. In un’epoca dominata dall’esposizione permanente, è una scelta che meriterebbe semmai rispetto.
Reuters, dal canto suo, prova a giustificarsi. «Il pubblico ha un interesse profondo nel comprendere l’identità e la carriera di una figura con una tale influenza duratura sulla cultura, sull’industria dell’arte e sul discorso politico internazionale», scrive l’agenzia. E aggiunge che «le persone e le istituzioni che cercano di influenzare il dibattito sociale e politico sono soggette a scrutinio, responsabilità e, talvolta, smascheramento». Quanto al rischio di ritorsioni o censura, secondo Reuters le istituzioni britanniche sembrano ormai piuttosto a loro agio con i messaggi dell’artista.
Peggio del danno c’è la beffa: secondo Reuters, questa inchiesta sarebbe giustificata proprio dal fatto che Banksy non è più contro il sistema, ma ne fa parte. Un artista che denuncia il potere ma che al tempo stesso genera valore economico e visibilità nel mercato dell’arte. È un punto su cui si può discutere. Ma la domanda resta: se anche fosse, dove sarebbe il problema?
Che Banksy sia un paradosso è cosa nota. È un artista anti-establishment, ma anche un brand multimilionario sostenuto da un mercato potentissimo. Questa però è una contraddizione del nostro tempo, non dell’artista in sé. Lo stesso paradosso riguarda molti protagonisti della cultura contemporanea, dove la viralità si trasforma inevitabilmente in valore economico. Non è il segreto di Banksy a essere opaco: il suo messaggio, nel corso degli anni, è sempre rimasto estremamente chiaro.
Chiamiamo allora le cose con il loro nome. Qui più che giornalismo appare la logica del sistema che si prende la sua rivincita sull’unico artista che lo ha sfidato senza mai offrirgli un volto da colpire. O, ancora più banalmente, è il tentativo di rivendicare uno scoop che (quello sì) vale milioni di views. Per chi semplicemente crede nell’arte di Banksy, è un atto di violenza culturale travestito da interesse pubblico.