La sociologia del potere nel Trono di Spade

I conflitti di potere nel Trono di Spade letti attraverso gli occhi dei sociologi.

Dalla prima stagione di una delle serie televisive più famose al mondo, il Trono di Spade, appare chiarissimo il nucleo attorno al quale questa si sviluppi. Le dinamiche di potere permeano la trama dei libri di George Martin e, di conseguenza, quella della serie televisiva che a questi si rifà, le discussioni dei principali personaggi sulla natura del potere sono da molti considerate come le più interessanti ed avvincenti dell’intera serie.

Ci chiediamo, in questa sede, come le dinamiche di potere descritte da George Martin, attraverso le azioni e le parole dei suoi personaggi, si intreccino con il pensiero di alcuni dei più importanti sociologi che hanno trattato la questione del potere.

Molti sono i punti di vista offerti dai vari Tyrion Lannister o Petyr Bealish, ma tenteremo comunque di fornire dei parallelismi adeguati.

Georg Simmel ed il rapporto di dominio

Georg Simmel, sociologo tedesco che scrive a cavallo tra il 1800 ed il 1900, definisce il potere come un rapporto di interazioni. In particolare Simmel studia il rapporto tra chi domina e chi è (o vuole essere) dominato. Secondo il suo pensiero, il dominio è il risultato dell’interazione tra chi si trova in una situazione di subordinazione e chi, invece, di sovraordinazione.

Quest’ultimo riceve dal dominato un effetto di ritorno, che è esattamente ciò che vuole il dominatore, e che manifesta il dominio di uno sull’altro. Simmel, però, distingue il concetto di domino da quello di autorità. L’autorità si raggiunge attraverso due canali ben distinti. Da una parte, si analizza l’autorità che muove “dal basso verso l’alto” e, dall’altra, l’autorità di chi ne è investito attraverso un potere istituzionale.

Cersei Lannister, Petyr Bealish e Georg Simmel

Quest’ultima definizione sembra ricalcare le teorie di due dei personaggi principali del Trono di Spade: Cersei Lannister e Petyr Baelish.

Nel corso della prima stagione, come i fan della serie ricorderanno, i due hanno avuto un interessante scambio di opinioni sulla natura del potere. Petyr Bealish, o “Littlefinger”, non viene da un’alta condizione sociale, tuttavia, grazie alle sue capacità personali, è riuscito nella scalata sociale alquanto bene, riuscendo a diventare uno dei consiglieri principali del Re. Si tratta di un personaggio misterioso ed intrigante, che incarna perfettamente il concetto di autorità di Simmel come “dal basso”.

Grazie alla sua personalità, “Littlefinger” ha adesso assunto un’autorità anche di carattere istituzionale, ma dovuta principalmente alla sua condizione “elevata” rispetto agli altri.Come lui stesso afferma nel dialogo con Cersei: “La conoscenza è potere”. Proprio questa è stata, infatti, l’arma di Petyr Bealish che adesso gli permette ( o permetteva fino alla settima stagione) di esercitare la propria autorità, il proprio potere.

Diversa la posizione di Cersei Lannister, regina dei sette regni. La sua è una posizione istituzionale e la sua autorità deriva proprio dal suo matrimonio con Robert Baratheon, Re dei Sette Regni. Si riflette in lei, perciò, il secondo canale attraverso cui si manifesta l’autorità: le istituzioni.

Il rapporto di dominio di Simmel è inoltre ben spiegato proprio attraverso il personaggio della regina. Nel dialogo sopra menzionato tra Cersei e “Littlefinger”, la regina risponde all’affermazione di quest’ultimo con una forte manifestazione di potere. Ordina, infatti, ai suoi soldati di tagliare la gola di Petyr Bealish, salvo poi revocare l’ordine, per così dimostrare la sua tesi: “Potere è potere”. Il rapporto di dominio che Cersei dimostra di avere con i suoi soldati riflette a pieno la teoria del sociologo tedesco.

Il rapporto tra Cersei e i soldati è assimilabile anche alla teoria di un altro importante sociologo.

Nella sua visione unidimensionale del potere, Robert Dahl lo definisce come la capacità di costringere qualcuno ad un’azione che altrimenti non farebbe. Si può dunque concludere che Cersei detiene il potere, secondo una visione unidimensionale(e bidimensionale) dello stesso.

Varys, Tyrion Lannister e Steven Lukes

Ma cosa succede, invece, se spostiamo il potere da una dimensione unidimensionale ad una tridimensionale, come teorizzava il sociologo inglese Lukes?

Il miglior uso del potere, teorizza Lukes, è quello di far sì che le persone non abbiano alcuna rimostranza, nessuna resistenza di fronte ad esso. Le persone non riescono, così, ad immaginare altro ordine alternativo, perchè immaginano l’ordine di potere che vedono e percepiscono come naturale ed immutabile.

La sua teoria si sposa facilmente con quella enigmaticamente esposta dall’eunuco Varysall’amico e primo cavaliere del re, Tyrion Lannister. Varys propone un indovinello a Tyrion, chiedendogli di immaginare una situazione in cui un re, un uomo molto ricco ed un prete chiedessero ad un mercenario di uccidere gli altri due per conto loro.
La domanda che pone a Tyrion è semplice: “Chi vive e chi muore”?

Il mercenario non possiede nè corona, nè oro, nè del favore degli dei, quindi spetta a lui decidere. “Dipende dal mercenario”, risponde giustamente Tyrion. “Avendo una spada”, continua Tyrion, “detiene il potere di vita e di morte”. Il ragionamento di Tyrion sembra, quindi, presupporre che il potere risieda nelle mani dei guerrieri e, espandendo il concetto, a chi ha il numero dalla sua parte: il popolo .

Allora, Varys pone sotto gli occhi di Tyrion un’altra questione: “Perchè, se dipende dal mercenario, o dai guerrieri in generale, ci ostiniamo a pensare che il potere lo detenga la corona?”

Tyrion, a questo punto, ascolta interessato, lasciando terminare il discorso all’amico Varys. La conclusione del discorso sembra rispecchiare fedelmente la teoria della terza dimensione del potere di Lukes. Varys, infatti, conclude dicendo che il potere risiede dove gli uomini credono che risieda.

“E’ un trucco, un’ombra sul muro”, qualcosa che gli uomini vedono e ritengono immutabile e proprio per questo decidono di non ribellarsi contro di esso. Il popolo ritiene, nell’ambito dei sette regni, che il potere risieda nelle mani della corona, lo considera, così, immutabile e naturale. La conversazione si conclude con questa nuova e originale definizione di potere. L’assenza di rimostranze, come dice Lukes, equivale ad un effettivo consenso, dovuto quindi dalla terza e nascosta dimensione del potere.

di Matteo Glendening Frammentidipolitica.it

Matteo Glendening

Matteo Glendening

Studente di Scienze Politiche alla Sapienza di Roma, 20 anni. Grande appassionato di politica, calcio e serie televisive.

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