“Oggi il ruolo delle istituzioni artistiche è quello di funzionare come hub, piattaforme di incontro tra realtà diverse, anche indipendenti”: per Cristiana Perrella, direttrice del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, il museo contemporaneo non è soltanto uno spazio espositivo ma un luogo di confronto pubblico sulle trasformazioni della cultura e della società.
“Il museo sta diventando sempre più un’entità ibrida – spiega – capace di tenere insieme la proposta culturale con momenti di dibattito, attività performative e occasioni di incontro tra operatori culturali e cittadini”
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È dentro questa visione che nasce The Dream Syndicate. Dissonanze, autonomie e desiderio nel lavoro culturale, il convegno internazionale in programma al MACRO il 13 e 14 marzo 2026. L’iniziativa prende le mosse dalla mostra One Day You’ll Understand. 25 anni da Dissonanze, dedicata allo storico festival romano di musica elettronica e arte digitale attivo tra il 2000 e il 2010, e ne riattiva lo spirito critico interrogando le condizioni del lavoro creativo contemporaneo.
Attraverso lecture, tavoli di discussione e incontri con artisti, teorici e operatori culturali, il convegno affronta temi centrali della produzione culturale di oggi: dall’autonomia creativa alla fatica del lavoro culturale, dal rapporto con la tecnologia alle nuove forme di organizzazione collettiva.
Con Cristiana Perrella, alla guida del MACRO di Roma da un anno, curatrice, docente e critica d’arte, abbiamo parlato del progetto ma anche del ruolo che le istituzioni culturali possono e devono avere in questo momento storico.
Il convegno nasce nel contesto della mostra dedicata a Dissonanze. Qual era l’esigenza culturale dietro questa scelta?
“Il programma del MACRO – non solo sotto la mia direzione ma anche in precedenza – ha sempre cercato di creare connessioni tra temporalità diverse, riportando esperienze del passato dentro il presente.
Nel caso di Dissonanze parliamo di un festival che si è svolto tra il 2000 e il 2010. Riproporre oggi quella storia significa anche farla conoscere a un pubblico più giovane che non ha vissuto direttamente quell’esperienza. Il festival ideato da Giorgio Mortari è stato molto importante per la città: innovativo, visionario, capace di mettere in dialogo musica elettronica, arti visive e cultura digitale. Da qui nasce l’idea del convegno: partire da quell’esperienza di auto-organizzazione culturale per interrogarsi su come oggi operano coloro che producono contenuti culturali e su quali siano le condizioni attuali del lavoro creativo”
Molti interventi affrontano temi come autonomia, fatica creativa e nuove forme di organizzazione del lavoro culturale. Quale ruolo possono avere oggi le istituzioni artistiche anche nel ripensare modelli più sostenibili per chi lavora nella cultura?
“Per me il ruolo delle istituzioni culturali oggi è proprio quello di diventare hub, piattaforme di incontro tra realtà diverse. Un’istituzione pubblica può offrire infrastrutture e spazi per il confronto su temi urgenti del nostro tempo. Il museo è sempre più un’entità ibrida che tiene insieme la programmazione artistica con molte altre funzioni.
Al MACRO convivono mostre, cinema, aule studio, spazi di incontro e momenti di dibattito pubblico. Organizziamo spesso eventi performativi, musicali e occasioni di confronto tra operatori culturali.
L’idea è che il museo possa diventare un luogo di scambio di conoscenze ma anche uno spazio in cui immaginare nuove modalità di produzione culturale e nuove forme di relazione con la città”
Il lavoro culturale oggi è sempre più legato alle trasformazioni tecnologiche. Nel convegno c’è spazio anche per una riflessione su questi temi, ad esempio sull’intelligenza artificiale?
“Sì, assolutamente. Uno dei tavoli del convegno affronta proprio il rapporto tra tecnologia, musica e cultura contemporanea. Il panel si intitola Traditrice indispensabile e vede la partecipazione di Simon Reynolds, Valerio Mattioli e Claudia Attimonelli. L’idea è interrogare la tecnologia da prospettive diverse: come possibile alleata, come promessa di liberazione ma anche come rischio.
L’intelligenza artificiale e più in generale le infrastrutture digitali stanno ridefinendo il lavoro culturale. In questo senso sarà molto interessante anche l’intervento di McKenzie Wark, che analizzerà le trasformazioni del lavoro culturale nell’epoca del capitalismo informazionale”
Possiamo leggere questo convegno come un segnale del ruolo che il MACRO vuole avere oggi nella città?
“Direi che è soprattutto una conferma dell’attenzione del MACRO ai temi urgenti del nostro tempo e del desiderio del museo di farsi piattaforma di incontro e di dibattito.
L’obiettivo è offrire uno spazio aperto a tutti, ma in particolare alle giovani generazioni, perché crediamo che un luogo di cultura possa contribuire a coltivare pensiero critico e pensiero complesso.
Molte delle mostre di questa stagione sono dedicate alla città di Roma e condividono un elemento comune: l’attenzione alla dimensione comunitaria. Negli ultimi anni si sta affermando sempre più una tendenza a superare il paradigma dell’individualità a favore della collaborazione e dell’intelligenza collettiva.
Naturalmente il MACRO è il museo d’arte contemporanea della città, ma Roma è anche una città che dialoga con il mondo. I temi che emergono qui possono essere letti in chiave internazionale e allo stesso tempo ciò che accade nel mondo riguarda Roma”